Tutto ha inizio da un sogno di cui non ricordo quasi nulla e da una citazione evangelica, ma prima un evento di ieri pomeriggio: sono stato ospite a pranzo, a casa di una collega; è la prima volta che accade, dopo oltre un anno di permanenza a Parma.

Oltre alla collega erano presenti altre due persone, una delle quali il suo futuro marito (se non lo sposa l’ho minacciata di azzerarle la pagella), persona deliziosa, cortese e simpatica: ho trascorso alcune ore come non mi accadeva da tempo e di questo sono grato a chi mi ha trattato con delicata squisitezza.

Ma torniamo al sogno: ricordo soltanto che vi compariva il mio amico Umberto, che aveva un braccio rotto ed era ingessato in modo da dover tenere l’arto distante dal corpo in una posizione ad arco (come credo si ingessino le spalle o qualcosa del genere), poi mi ritrovavo a bordo di un carrettino di legno, con cuscinetti a sfera come ruote di forma vagamente triangolare.

Altro non ricordo, ma il carrettino mi ha fatto tornare alla memoria una qualcosa di simile che mio padre aveva realizzato per me (credo) e che aveva utilizzato per trainarmi lungo la via dove allora abitava.

Mi trovavo, forse, a bordo di tale improvvisato trabiccolo quando incontrammo una signora alla quale il siddetto padre mi presentò: ella sarebbe stata la mia maestra quando mi fossi trasferito a vivere con lui (la scuola elementare distava da casa poche decine di metri).

Questo secondo episodio, la maestra (incolpevole ovviamente) ha sempre offuscato e sbiadito la gradevolezza del primo, le scorrazzate a bordo del macinino.

La storia prese una piega diversa da quello che mio padre sperava ed io non andai mai a vivere con lui, anzi mi rifiutai con una tale determinazione da arrivare, in altra occasione, a minacciare il suicidio pur di evitarlo: avevo uno spirito melodrammatico già a 8 anni.

La citazione evangelica, di cui già ho parlato, è la seguente: “Ubi enim est thesaurus tuus, ibi erit et cor tuum” (Mt 6,21) ovvero “Dove, infatti, si trova il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore”.

Sto utilizzando questa citazione come scibboleth, per cercare di filtrare i miei pensieri in modo che non vaghino nelle ossessioni che mi sono consuete e tuttavia ho scoperto che sono possibili effetti collaterali imprevisti.

Questo filtro pare essere funzionale anche al blocco di ogni pensiero volto all’esterno: ho scoperto che ho ben attivo un “metacriterio” che ha come tesoro il non investimento, cioè la chiusura (da sempre vivo la frizione tra stare in casa e uscire di casa), secondo modalità che ritrovo in un famoso personaggio di cui ho avuto occasione di parlare anche in passato, tal Gollum.

La frase evangelica, infatti, mi ha fatto pensare ad un’altra simile ma radicalmente alternativa, quella del famoso e famigerato Gollum, protagonista di una delle opere più amate Il Signore degli anelli.

Gollum pronuncia spesso, biascicando, la frase “Il mio tesssoro”: anche qui si parla di tesoro ma quale tesoro?

Vediamo la storia di Gollum: questo curioso personaggio nasce come uno hobbit, di nome Smeagol; durante una gita con un cugino di nome Deagol uccide quest’ultimo, che aveva rifiutato di donargli, come regalo di compleanno, un anello ritrovato casualmente sul fondo del fiume Anduin.

Gollum inizia con un omicidio cui seguiranno furti e inganni tanto che verrà allontanato dalla comunità: tutto il pensiero di Smeagol si orienta all’anello e al suo possesso, l’anello diventa la sua ossessione, il tormento, il suo tesoro.

Il possesso dell’anello, peraltro, non è fonte di alcuna soddisfazione, non c’è pace, conclusione nel pensiero di Smeagol che, lentamente, arriverà a disarticolare il suo parlare per trasformarlo in una strascicata ripetizione dell’unica frase “Il mio tesssoro”.

Tutto il lavoro di Gollum è orientato alla chiusura e al disinvestimento: l’omicidio è degradazione del simile a sagoma; dopo l’omicidio – sottrazione di potenziale partner viene la rottura con la societas: tutti diventano sagome.

Nulla gli interessa, nessun partner è possibile poiché tutto è assorbito nella contemplazione – sottomissione all’oggetto ideale tanto che lo stesso suo corpo ne viene sfigurato, deformato.

Contro lavoro in servizio permanente effettivo; un lavoro di distruzione della società in parallelo con la brutalizzazione di sé.

A degna conclusione di queste considerazioni mi è arrivato un messaggio da un amico che mi riconosce, volendomi fare un complimento, leadership e, per questo, mi ammira.

Senza dilungarmi troppo, credo di poter smentire questo giovane ammiratore: il possesso di una presunta qualità chiamata leadership è solo fonte di pericoli e scomodità: la leadership e l’ammirazione mi ricordano tanto il famoso padre dell’orda primitiva e sappiamo tutti che fine gli è stata riservata.

Ammirare un leader equivale a porlo su un piedistallo, ritenerlo dotato di qualcosa di “innato”, non spiegabile: ammirare è una formazione reattiva dell’odio.

Giudizio di gradimento e affidabilità versus ammirazione.

Da parte mia non ne sono a mia volta immune, e come potrei?

Proprio con questo giovane ammiratore e con un altro di recente acquisizione mi avverto sempre più come il protagonista di La morte a Venezia, anche questa un’opera ricorrente tra i miei riferimenti.

Gustav von Aschenbach rincorre una bellezza ideale, da ammirare, che lo paralizza: dominato dall’ammirazione, incapace di rapporto e iniziativa, il poverino muore solitario.

Mi accorgo che anche von Aschenbach aveva un tesoro analogo a quello di Gollum; per entrambi vale il detto: “ne uccide più l’ideale della spada”.

Riprendo, con queste considerazioni, il lavoro di ricerca di prossimo, cioè di partenr di affari, che è l’unica cosa che conta e che sarà anche produttiva (senza garanzie) di un tesoro ben diverso da quello di cui ho parlato prima.

Parma, 24 gennaio 2019 memoria di san Francesco di Sales