La mia super nipotina mi aveva chiesto, tempo fa, di replicare il viaggio che avevamo fatto a Santiago di Compostela: stupore (penso di essere un vecchio noioso e petulante) ma anche entusiasmo e quindi, approfittando di un periodo scolasticamente tranquillo e del week end, le ho proposto di fare un salto in quel di Colonia (che in tedesco si chiama Köln e in francese, credo, Cologne).

Di questa città è famosa la cattedrale che ha rappresentato il nostro primo obiettivo, ma procediamo con calma.

Volo Ryanair da Bologna, partito in ritardo, non si è capito perché; nulla comunque ci scoraggia: arriviamo nella città tedesca, in un aeroporto molto bello che ha, al piano interrato, le linee ferroviarie che collegano a Colonia e non solo. Le indicazioni per arrivare non sono proprio intuitive, qualche indicazione in più, tipo il numero di binario, non darebbe fastidio, ma riusciamo a comprare il biglietto (3 euro da avere spicci) e a prendere il treno in direzione della Hauptbahnof.

Ci arriviamo abbastanza velocemente e da lì cerchiamo, con qualche difficoltà, l’ufficio turistico (che non riusciremo a trovare) quindi l’albergo, il Boutique 009 che si trovava dalla parte opposta della stazione rispetto a quella che avevamo preso noi, non a caso il mio senso dell’orientamento è noto in tutta Europa.

Appena usciti dalla stazione siamo subito attratti da quello che è il monumento simbolo della città: la cattedrale.

Oscura, altissima, illuminata ma, nel contempo, con zone d’ombra, la cattedrale svetta nei suoi orgogliosi 157 metri d’altezza (terza chiesa più alta del mondo e seconda di Germania), sovrastando l’intera città.

Me la immaginavo pulita di tutto quello smog che la rende tanto buia, tuttavia mi ha fatto subito innamorare.

Espletate le formalità dell’albergo la mia super nipote chiede con insistenza una cena adeguata alle sue aspettative: l’unico locale in zona è una steakhouse dove ci gustiamo deliziosi pezzi di carne, purtroppo di non grandi dimensioni.

Contorno delle immancabili patate, ottime, due dolci, un’acqua naturale di dimensioni microscopiche ed una birra non più grande, il tutto mi è costato 56 euro, il che mi ha fatto temere che la vacanza si tramutasse in un salasso.

Trascorsa la notte insonne, per via della tosse insistente della mia povera nipote, la giornata successiva è stata dedicata alla colazione, che è un rito sacro per la nipote e sacerrimo per il sottoscritto, per passare subito alla cattedrale, l’oggetto primario dei miei desideri.

La visita è stata soddisfacente, questa chiesa è davvero splendida, certo non è barocca, ma un difetto perdonabile; di questa, come delle altre chiese visitate cercherò di parlare a parte.

Conclusa la visita, con il curioso intermezzo di una sfilata di gente con strani costumi e strani gagliardetti e bandiere – ho scoperto poi che si tratta del carnevale – ho proposto a Laura la visita del museo del tesoro della cattedrale. Unico difetto di questo luogo strepitoso, custode delle memorie artistiche e liturgiche di una fede millenaria, è il divieto di scattare foto.

Abbiamo poi camminato, camminato e camminato, vedendo buona parte del centro città qualche zona un po’ decentrata che sono, stranamente, piaciute a Laura e per niente a me.

La mia povera nipote è stata martoriata da attacchi di tosse che mi hanno preoccupato, e non poco, ma per il resto devo riconoscerle che è stata eroica: mai un lamento, mai un diniego ad una proposta.

Il mio itinerario di visita prevedeva anche un paio di musei che consideravo imperdibili: li abbiamo persi, privilegiando le chiese gotiche che fanno da corona alla cattedrale; le abbiamo visitate tutte.

Vi abbiamo aggiunto qualche altra chiesa che abbiamo incontrato casualmente durante gli spostamenti, ma delle varie chiese parlerò, se riuscirò, a parte, perché mi piacerebbe dedicare un post a ciascuna.

Abbiamo perso, sfortunatamente, una parte della chiesa dedicata a sant’Ursula, che si trovava a poche decine di metri dall’hotel, ma a parte questo, abbiamo scoperto un museo di cui ignoravo l’esistenza, annesso alla chiesa di santa Cecilia.

In questo museo c’è stato un curioso episodio, a parte un mega attacco di tosse di Laura che mi stava inducendo a chiamare un medico, con protagonista un attempato e rubicondo addetto alla sicurezza. 

Questo signore è stato molto cortese, ci ha avvicinato e condotto presso un pezzo esposto, non ricordo se un dipinto o un paramento liturgico, ove era rappresentato un gatto: il custode ha iniziato a spiegarci qualcosa ed ha continuato per un po’, nonostante gli avessi spiegato che io comprendevo soltanto l’italiano e, ottimisticamente, l’inglese; quando ha capito che mai avrei inteso una sua parola ci ha abbandonato al nostro destino, cioè alla visita del museo, tenendoci comunque sempre d’occhio, compito facile se si considera che eravamo i soli visitatori.

Secondo le mie consuetudini ho scattato qualche foto; giunto al termine della visita, il sorvegliante mi si è nuovamente avvicinato chiedendomi di scattare una foto anche a lui, su questo è stato chiaro, così gli ho dedicato un paio di scatti che gli ho mostrato, ricevendone approvazione.

Non mi era mai successo che qualcuno mi chiedesse di scattargli una foto con la mia macchina fotografica, una foto quindi che lui mai avrebbe ricevuto: su questo curioso episodio c’è stata divergenza di interpretazioni tra me e Laura; secondo la supernipote la richiesta avrebbe avuto un tono di malcelata ironia, ovvero di censura contro il mio comportamento fotografico, giudicato leggermente eccessivo.

Normalmente mi accorgo dell’ironia altrui e, secondo me, in questo caso, non c’era ironia, almeno non traspariva nell’atteggiamento del viso poiché altri segnali non erano percepibili, tuttavia la richiesta mi resta abbastanza incomprensibile.

Pranzi e cene sono andati sempre bene, in particolare Laura è rimasta affascinata da un locale dove siamo capitati casualmente, all’interno di un cinema multisala, Media Park, che credevo fosse un centro commerciale: Hans im Glück, un locale molto ampio arredato con grossi rami di alberi (non so se veri o ricostruiti); ottimi gli hamburger che abbiamo gustato ed ottime le patatine di corredo. Mi è piaciuto anche che non venisse somministrata birra alcolica, anche se ho raggiunto da qualche tempo l’età adatta per consumare (con moderazione) alcolici.

Prezzi non proprio economici ma accessibili e prodotti gustosi.

Ho capito che devo prendere Laura per la gola: l’occasione per assestarle il colpo di grazia è stato l’ultimo giorno, quando siamo andati a pranzo in un centro commerciale dove c’era un chioschetto che vendeva strani dolci che hanno subito conquistato il cuore della nipote.

Waffel di cioccolato guarnito con cioccolato a scaglie e smarties e decorato con cioccolato bianco e caramello, una bomba calorica da far spavento, consumabile senza problemi giusto da una quindicenne sportiva.

Debbo dire che è stata una minivacanza molto soddisfacente (a parte la tosse) se si escludono le mazzate al mio ego anglofono che si è dimostrato, ancora una volta, inadeguato e pietoso: non ho capito cosa chiedessero vari camerieri dei locali in cui siamo stati (il grado di cottura della carne o le dimensioni degli hamburger), ma il corpo di grazia è stato con l’addetta alla reception dell’albergo.

A questa cortese signora, molto bella peraltro, ho chiesto se potevamo lasciare in custodia il bagaglio fino al pomeriggio, 4 parole in inglese forse stentato ma chiaro: la gentile addetta mi ha risposto testualmente: “lei è italiano vero? forse è meglio se parla l’italiano”, pietra tombale su qualunque aspirazione anglofona avessi mai potuto coltivare.

Per una coincidenza, che se avessimo voluto organizzarla sarebbe stato assai arduo, ho incontrato, in aeroporto, al ritorno, la collega modenese Serenella, che oltre a essere una persona deliziosa è una fotografa provetta e molto ma molto brava (di questa abilità sono molto ma molto invidioso): abbiamo amabilmente chiacchierato, in attesa dell’imbarco e anche questo è stato un momento piacevole, a coronamento.

Spero che Laura vorrà ritornare a Colonia, dove abbiamo in sospeso alcuni musei, non potrò perdermi quello del cioccolato se non voglio recidere i legami parentali con la nipote); da lì ho scoperto che sono facilmente accessibili sia la vecchia capitale della Germania Ovest, Bonn, sia la storica Aquisgrana, Aachen per i tedeschi, città di enorme rilievo per la storia del sacro romano impero.

Chiudo con una breve nota sul carnevale: la cosa che più mi ha colpito è stato vedere le persone andare in giro più o meno mascherate, moltissimi con curiosi cappelli in testa e medaglioni al collo come se fossero tutti gran cancelliere di non so quale impero, ma soprattutto adulti: il carnevale, nella città di Köln, sembra essere un affare per adulti.

Unico neo, a parte la tosse, della vacanza è stato il fato che non sono andato alla Messa domenicale; il mancare alla Messa festiva è un evento rarissimo che mi provoca forti sensi di colpa, il che non è cosa buona.

I sensi di colpa non sono mai una buona cosa.

La mia assenza dal sacro rito è stata dovuta a colpevole leggerezza; questa trascuratezza mi ha fatto tornare in mente una frase che avevo sentito tempo fa: “senza la domenica non possiamo vivere”.

Questa frase è una citazione dei 49 martiri di Abitene, uccisi proprio a causa della volontà di celebrare il Dies Domincus: «O stolta e ridicola richiesta del giudice! Gli ha detto: “Non dire se sei cristiano”, e poi ha aggiunto: “Dimmi invece se hai partecipato all’assemblea”. Come se vi possa essere un cristiano senza il giorno domenicale, o si potesse celebrare il giorno domenicale senza il cristiano! Non lo sai, Satana, che è il giorno domenicale a fare il cristiano e che è il cristiano a fare il giorno domenicale, sicché l’uno non può sussistere senza l’altro, e viceversa? Quando senti dire “cristiano”, sappi che vi è un’assemblea che celebra il Signore; e quando senti dire “assemblea”, sappi che lì c’è il cristiano».

La Messa domenicale rappresenta un caso, privilegiato, di appuntamento.

Urge una riflessione in merito, ma questa è un’altra storia.

Köln 1 – 4 febbraio 2019