“I miserabili” è un’opera tanto famosa quanto sconosciuta: quante volte l’ho trovata citata nelle antologie e non solo, ma ogni volta non si è mai acceso il desiderio di leggerla, per quella sorta di antipatia istintiva che mi allontana da certe opere, pensieri, scelte, luoghi.

Vivo, inoltre, un periodo abbastanza orribile, con uno smarrimento che mi preoccupa e non poco: l’angoscia è il connotato imperante, tanto che temo di rimanere sopraffatto dalla mortale nemica che da sempre mi accompagna e che ben è stata descritta da un’incisione di Albrecht Dürer.

Se e quando riuscirò vorrei parlare di una poesia di Giuseppe Ungaretti, da me molto amato, dedicata ad un amico, Moammed Sceab, morto suicida, ma ogni cosa a suo tempo.

In questo periodo mi è giunto un invito dagli amici che sono da anni un balsamo, Gabriele e Silvia: domenica pomeriggio a Milano a vedere “I miserabili”, protagonista Franco Branciaroli.

Hanno insistito, e di questo li ringrazio, perché la tentazione è stata quella di non accettare; siamo, dunque partiti per Milano, Piccolo Teatro Strehler, dove ero già stato in altre occasioni, sempre per godermi il grandissimo attore.

Ho fatto bene ad andare perché è stata un’esperienza davvero ottima: quasi tre ore di spettacolo, senza un momento di caduta del ritmo, con un’intensità straordinaria.

Ma andiamo con ordine: la scenografia, essenziale, ha valorizzato quanto succedeva sulla scena, senza banalizzazioni attualizzanti (come spesso va di moda fare) ma facendo sì che tutte le questioni, seppure storicamente collocate e definite, fossero valide ancor oggi; la regia ha tenuto vivo lo spettacolo come un auriga che conduce un focoso cavallo lungo un percorso accidentato, senza cadute di potenza né perdite di dettagli.

Gli attori, Franco Branciaroli, non solo lui ma anche Alessandro Albertin Silvia Altrui Filippo Borghi Romina Colbasso Emanuele Fortunati Ester Galazzi Andrea Germani Riccardo Maranzana Francesco Migliaggio Jacopo Morra Maria Grazia Plos Valentina Violo sono stati fantastici.

Dunque “I miserabili”: Jean Valjean, fuggiasco dal bagno penale ov’era stato rinchiuso per avere rubato del pane, viene accolto da un santo vescovo che deruba della posateria d’argento.

Catturato dai gendarmi, viene salvato dal prelato che gli rimprovera di avere dimenticato una parte consistente del dono che gli era stato fatto, due candelabri, essi pure d’argento.

Jean Valjean viene riabilitato, riceve un’offerta che oltrepassa la sua stessa ambizione; su quell’offerta costruisce una nuova vita, di successo economico che gli permette di fare il buon samaritano.

Il suo percorso si potrebbe riassumere proprio con questa parabola: all’inizio incontra il vescovo che gli offre di passare dalla scomoda posizione di simile a quella (potenziale) di partner; a sua volta egli si porrà come prossimo per i suoi simili, tra i quali la madre, Fantine, della piccola Cosette.

C’è, però, un’aggiunta da fare: Jean Valjean parte da un’idea di fondo secondo la quale il possesso ha origine dal furto e non dal buon rapporto con un altro che, nel suo caso, è disponibile a dargli di più di quanto ha sottratto.

Due frasi mi sono rimaste scolpite in mente: la prima riguarda il carcere e recita all’incirca così: “è il galeotto a fare la galera e non la galera che fa il galeotto”, affermazione che mi ricorda il Raskòl’nikov di “Delitto e castigo” di Dostoevskij, coi suoi sensi di colpa che lo portano al delitto e quindi alla galera – Siberia.

La seconda frase è non meno interessante: “è molto facile essere buoni, è difficilissimo essere giusti”.

Mi ha richiamato la famosa “Leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth: in entrambi i casi c’è un “benefattore” che offre un importo ma in questo caso il bevitore non investe, non si fa prossimo di nessuno, a differenza di Jean Valjean.

Il nostro protagonista va ad appuntamenti che gli permettono di fare soldi e carriera, tanto da diventare sindaco, con guadagno personale e non soltanto.

C’è poi la vicenda con Cosette, orfana di un’operaia, ingiustamente licenziata dall’azienda del sindaco: anche qui c’è una storia di riabilitazione, un altro caso di buon samaritano anche se con alcune contraddizioni.

Jean Valjean si pone nei confronti della ragazza come padre mentre la madre rimane la grande assente; l’uomo sembra un monaco, non c’è partner femminile. 

In questa storia, bella, Cosette diventa una ragazza molto bella e desiderabile a tal punto che un giovane la concupisce e qui il Nostro protagonista ha un cedimento: Cosette da partner diventa proprietà con tanto di gelosia annessa e connessa.

L’idea, classica in certi padri, è quella di allontanare la ragazza dall’aspirante fidanzato, come se questo potesse togliere il pensiero che la ragazza stessa considera, giustamente, con favore.

Questo atteggiamento mi ha fatto pensare ad un brano famoso di Rigoletto, quando il buffone si rivolge a Gilda, sua figlia, raccomandandole “non uscir mai” al che lei risponde “non vo che al tempio” avendone sanzione di approvazione dal padre che ignora come proprio nel tempio stia nascendo quella storia d’amore che avrà tragiche conseguenze: “Oh ben tu fai”.

Ma non divaghiamo: Jean Valjean accetta, infine, la relazione di Cosette con Marius ma concependola come una perdita e non un ampliamento dei partner; a questo aggiunge un errore ulteriore: durante il banchetto di nozze il Nostro fugge, vinto dalla vergogna della sua condizione passata.

A me pare una scusa perché nessuno dei protagonisti può vantarsi di un passato migliore, sebbene l’esperienza del bagno penale sia sua esclusiva, resta che si isola, vivendo solo e precludendosi i buoni rapporti con la “figlia adottiva” ed il genero.

Muore svelando a Cosette il nome della madre.

Un’altra figura interessantissima, che mi ha interessato come Jean Valjean se non di più è quella dell’ispettore / commissario Javert, pedantemente maniaco nel sottolineare la sua qualifica poliziesca.

L’uomo mi è sembrato ricalcare il Capitano Acab di Moby Dick o la frase di Jacques Lacan “cause du désir”: solerte ed efficiente funzionario di polizia che sembra non avere altro scopo ed orizzonte che perseguire Jean Valjean che diviene la causa del suo moto, del suo pensiero.

Figura speculare a quella del vescovo perchè Javert non ha alcun prossimo ma solo simili o sagome; ogni volta che Jean Valjean gli offre la possibilità di divenire socio Javert lo rigetta tra le sagome.

Egli ragiona come un algoritmo che connette, come un automatismo, trasgressione e punizione, senza possibilità di deroghe: questo modo di pensare è stato sanzionato dai latini con il brocardo “summum ius summa iniuria”.

Quando Javert viene “graziato” da Jean Valjean, cioè accade un impensabile, l’algoritmo salta ma di questo il commissario non sa approfittare: di fronte all’ipotesi di un Dio misericordioso l’uomo si ritrae in un “meglio sarebbe non essere mai nati”.

Se crolla il trono e non vi è altare possibile, ubi consistam? Mi ricorda il Franco Battiato di “Centro di gravità permanente” ma non è un lavoro di ricerca quello da compiere, è un lavoro di diritto da porre.

Javert non sembra interessato a questa possibilità/facoltà.

Interessante anche la figura di Eponime, figlia dei coniugi Thenardier: all’inizio si potrebbe definirla “figlia di suo padre”, abituata al baratto denaro – corpo della prostituzione.

Si concede a Marius, che la rifiuta e, involontariamente, le offre una possibilità di riabilitazione: di quest’uomo si innamora, pur senza speranze, forse perché è l’unico che l’ha rispettata.

Un esempio di amore oblativo?

Curiosi sono anche i rivoltosi che mi hanno richiamato i pentastellati contemporanei: casinisti senz’arte né parte.

Chiudo con i Thenardier, squallidi profittatori per i quali non c’è redenzione; non a caso il padre risponde a chi lo informa della morte di alcuni suoi figli (Eponime e Gavroche) con una frase lapidaria “io non ho figli” che mi sembra un modo per negare il suo essere figlio, la possibilità di possedere avendo ricevuto pacificamente.

Una storia cristiana, questo “I miserabili”, ma un cristianesimo incompiuto” che non riesce a superare la condanna, “irredimibile” d’essere miserabile, come ci testimonia la parte finale della vita di Jean Valjean.

Delle vicissitudini del rientro non è il caso di parlare, ricordo soltanto che, a sera inoltrata, verso Parma, in tangenziale, mi ha tagliato la strada, senza danni, una bellissima volpe.

Milano, 17 febbraio 2019, memoria dei Santi Sette Fondatori dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine Maria e del Beato Antonio Leszczewicz Sacerdote e martire