Tra sogni e lapsus di cui parlerò magari in altra occasione, oggi mi è capitato di ritornare a pensare al mio commensale valtellinese di cui ho già parlato.

E di associarlo, per alcuni aspetti, a Giorgio Germont; ardito paragone, ma mi si è presentato con grande vividezza, durante l’allenamento in palestra.

In particolare mi venivano alla mente alcuni versi, confusamente, che ho ritrovato cercando in rete:

“Un dì, quando le veneri
Il tempo avrà fugate,
Fia presto il tedio a sorgere
Che sarà allor? pensate
Per voi non avran balsamo
I più soavi affetti|
Poiché dal ciel non furono
Tai nodi benedetti.”

La teoria di Germont è offensiva, prima che di Violetta del proprio figlio, così come deve esserlo stata per lo stesso padre che l’ha sicuramente ricevuta a sua volta in eredità e l’ha respirata, consolidata, nella cultura dominante del tempo.

Quale teoria? quella del legame tra i due amanti: senza la benedizione del cielo, ma quale cielo? una volta svanito o affievolito l’istinto/impulso sessuale non resterebbe che il tedio.

I più soavi affetti che prendono il posto del giovanile vigore (“De’ miei bollenti spiriti / Il giovanile ardore / Ella temprò col placido / Sorriso dell’amore!”) sono dati dal legame religioso che permette la reciproca sopportazione della vecchiaia.

Il rapporto sarebbe dunque imposto dalle veneri (“Vedea schiavo ciascun di sua bellezza”), che una volta sfiorite lascerebbero lo spazio ad un nulla che solo la religione può colmare.

Manca totalmente, in tutti i protagonisti, l’idea di lavoro in vista di una partnership in cui la bellezza stessa non rientra che tra tante altre componenti.

Ricordo che Giacomo Contri parla di amore come di una S.p.A. in cui gli affari “amorosi” rientrano come tanti altri affari; non è affatto utile allora l’isolamento dall’universo (“Lunge da lei per me non v’ha diletto! … Dell’universo immemore Io vivo quasi in ciel”) se non nella fissazione dell’innamoramento che sappiamo bene che lascerà solo macerie.

Giorgio Germont sa bene che l’innamoramento non ha futuro, ma non ha soluzioni alternative a quella che la società stessa ha canonizzato: l’innamoramento deve “stabilizzarsi” in un non rapporto, socialmente approvato, che è il matrimonio.

La stessa chiesa (cattolica, è abbastanza ovvio) non ha saputo andare molto oltre l’idea di remedium concupiscentiae.