“The Big Bang Theory” è una sitcom americana, abbastanza longeva – dal 2007 al 2019 – che ho casualmente scoperto sul canale 20, dopo le imperdibili previsioni meteo che seguo religiosamente ogni sera per non incorrere negli strali materni.

Mi ci sono appassionato subito ed è l’unico vizio televisivo che mi concedo assieme agli episodi di Padre Brown sul canale 27 anche se devo ammettere che poco mi ricordano l’originale di Chesterton.

Padre Brown, comunque mi piace, sia per gli attori sia per la fantastica ambientazione inglese che trovo sempre splendida, abilissima nel rendere efficacemente un paesaggio verdissimo e davvero molto bello assieme alla mediocrità e al moralismo tipici di quell’ambiente di campagna che ricorda il moralismo di fine Ottocento.

Ma torniamo a The Big Bang Theory: è la storia di 4 giovani intellettualmente dotatissimi, tutti professionalmente impegnati presso il California Institute of Tecnology di Pasadena.

La loro vita sociale è rivoluzionata dall’arrivo di una ragazza, Penny, assai piacente ma intellettualmente non alla loro altezza.

Questo, in estrema sintesi.

Parlando con l’amico Gabriele, finalmente rivisto dopo mesi e mesi davanti ad una deliziosa polenta con sugo di carne e funghi preparata dalle amorevoli mani di Silvia, sono emersi alcuni tratti della sitcom che la rendono davvero meritevole di attenzione.

Innanzitutto è una sitcom immersa nel mondo scientifico: i 4 sono dei fisici o ingegneri di altissimo livello, ma umanamente sono messi malissimo.

La scienza, il titolo ne fa espresso riferimento, “The Big Bang Theory”, la teoria del Big Bang, non è irrisa, a far quello ci pensano i virologi italiani, se ne riconosce l’utilità, ma viene reso manifesto come la scienza non aiuta a vivere; la “genialità scientifica” non ci preserva dalla nevrosi.

La nevrosi, una volta tanto, non è negata, al contrario è ben rappresentata come impedimento: il povero Leonard, persona comunque buona e gentile, patisce un terribile rapporto con una madre insensibile e spietata, guarda caso una neuroscienziata (altra sanzione per certe pretese scientifiche) che lo tratta come un costante esperimento e dimostra chiaramente di prediligere Sheldon.

Raj è il ritratto dell’inibizione: il suo mutismo selettivo, cioè l’incapacità di parlare con le donne ne è la caratteristica più evidente; di Howard è sufficiente accennare a come si veste e come cerca continuamente di approcciare le ragazze.

Sheldon che è un po’ il protagonista principale è affetto, secondo il mio parere, dalla sindrome di Asperger.

Tutti sono personaggi di successo professionale, “ad elevato funzionamento”, ma umanamente sono decisamente in difficoltà, sebbene, nel corso delle serie (che non ho ancora visto) ci siano degli importanti e significativi miglioramenti, grazie alla capacità di approfittare degli incontri che hanno avuto.

Il compromesso nevrotico è dichiarato e, come ogni compromesso, salva l’idea del rapporto: i ragazzi si incontrano, regolarmente tra loro e con l’inquilina carina e un po’ svampita.

L’ironia è evidentemente al servizio della rimozione ma non siamo in presenza della lucidità perversa di molto cinema americano o dell’affaccendamento afinalistico di un Forrest Gump: la nevrosi si manifesta in tutta la sua irresoluta instabilità e richiesta di soluzione.

Quello che ho maggiormente apprezzato è l’idea di sanzione: ogni sopruso di Sheldon o comportamento scorretto tra i 4 viene sanzionato, ma senza guerre e strascichi.

Non ci sono rancori conservati gelosamente per anni: quel che non va viene dichiarato senza sconti ma anche senza resti, non è d’inciampo per il futuro.

Chiaramente c’è un po’ di commedia dell’arte, i personaggi sono tipizzati ma è normale per una serie che ha avuto una vita non breve, ben 12 anni.

Una sitcom molto istruttiva, che parla di quel che certa America pensa di parte dei suoi esponenti di successo; sono curioso di vedere quando la Cina arriverà a produrre una serie televisiva simile a questa.

Parma, 12 maggio 2021 memoria dei santi Nereo e Achilleo martiri