Come sempre mi accade per occasioni come queste, tutto è partito da un invito, un eccitamento si potrebbe dire, degli amici Gabriele e Silvia.

Non ero mai stato al Piccolo Teatro di Milano ed a teatro a vedere un’opera di Shakespeare ormai erano decenni.

L’invito era ghiotto: Franco Branciaroli in Macbeth, irresistibile anche per uno poco propenso a muoversi di sera come il sottoscritto.

All’inizio sono rimasto un po’ perplesso, ma ripensandoci devo dire che è stato uno spettacolo molto bello; Branciaroli ha fatto della voce uno strumento raffinatissimo, che utilizza in modo magistrale.

Molto bravi anche Banquo e Lady Macbeth.

La prima parte dello spettacolo vede un Macbeth isterico, che “vorrei e non vorrei, mi trema un poco il core…” e Lady Macbeth che, al contrario, “diventa” uomo.

Ma tutto ha inizio dalle fatali streghe, bella l’idea di farle recitare in inglese, che predicono il futuro a Macbeth; in quel momento Macbeth pensa che se dovrà diventare re lo diventerà senza bisogno che faccia nulla.

Una posizione attendista che non gli avrebbe nuociuto, ma quasi contemporaneamente comincia a pensare che per diventare re bisogna eliminare il sovrano regnante: passa da una posizione passiva di possibile ricezione della sovranità, ad una attiva di conquista, via usurpazione della sovranità.

Dunque non si parte da una posizione sovrana ma lo si può diventare solo con l’usurpazione; lo dice chiaramente Lady Macbeth quando candidamente confessa che 

Io stessa l’avrei fatto,

se nel sonno non somigliasse tanto

a mio padre.

Il parricidio … delegato.

Ma Macbeth tentenna, vorrebbe ma ha scrupoli, paure, che la moglie provvede a dissipargli: lei ordina e lui obbedisce.

La posizione di Macbeth sembra essere un vorrei ma non posso; anche di fronte a Banquo egli si pone come un invidioso che vorrebbe avere la medesima “grandezza” morale e quella discendenza che invece le streghe gli negano.

Il suo regno sarà sterile, privo di discendenti, com’è ovvio che sia perchè non esiste il pensiero del figlio dove il padre è stato fatto fuori; è sempre Lady Macbeth che esplicita il pensiero:

Ho allattato, e conosco la dolcezza

d’amare il bimbo che ti succhia il seno;

e tuttavia, mentr’egli avesse fiso

sul mio viso il faccino sorridente,

avrei strappato a forza il mio capezzolo

dalle sue nude tenere gengive,

e gli avrei fatto schizzare il cervello,

se mai ne avessi fatto giuramento,

come tu m’hai giurato di far questo!

Dalla caduta Macbeth non riuscirà più a rialzarsi, il suo procedere sarà su un piano inclinato che lo porterà al baratro; come sempre Shakespeare collega indissolubilmente il rapporto uomo donna con le sorti dello stato e della natura stessa: quando le cose non funzionano tutto ne risulta stravolto e questo è uno dei casi; non vi è rapporto tra Macbeth e sua moglie ma solo dominio.

Lady Macbeth:

O spiriti

che v’associate ai pensieri di morte,

venite, snaturate in me il mio sesso (unsex me),

e colmatemi fino a traboccare,

dalla più disumana crudeltà.

Fatemi denso il sangue;

sbarratemi ogni accesso alla pietà,

e che nessuna visita

di contriti e pietosi sentimenti

venga a scrollare il mio pietoso intento

e a frapporre un sol attimo di tregua

tra esso e l’atto che dovrà eseguirlo.

Accostatevi ai miei seni di donna,

datemi fiele al posto del mio latte,

voi che siete ministri d’assassinio,

e che, invisibili nella sostanza,

siete al servizio delle malefatte

degli uomini, dovunque consumate.

Unsex significa che la differenza sessuale viene annullata: il Potere, come il Fallo, va a tappare il buco dell’impotenza coprendolo con l’arroganza e l’usurpazione.

Nella seconda parte della tragedia Branciaroli cambia tono: la voce diventa meno stridula, più profonda, ci propone un Macbeth stanco, viepiù rassegnato.

“Protetto” dalle ambigue profezie delle streghe sente la sicurezza di chi sembra essere invincibile:

2ª APPARIZIONE – Sii sanguinario, audace, risoluto,

e fatti scherno dell’altrui possanza,

ché nessuno, che sia nato da donna,

di far male a Macbeth sarà capace.

3ª APPARIZIONE – Come un leone sii superbo e fiero,

e non curarti di chi morde il freno,

né di chi s’agita, di chi congiura.

Macbeth non sarà vinto

fino a quando di Birnam la foresta

non moverà verso il colle di Dùnsinane

contro di lui.

 

MACBETH – Ciò mai potrà succedere!

Chi può mobilitare una foresta,

comandare ad un albero si svellersi

dalle radici abbarbicate a terra?

O soavi presagi! Ottimamente!

Morti ribelli, più la vostra testa

non sollevate, finchè non si muova

anche di Birnam l’intera foresta!

E dal suo alto seggio allor Macbeth

vivrà l’intero spazio da Natura

a lui concesso ed al suo giusto tempo

renderà il suo ultimo respiro…

Paura non avrò né di morire

né d’esser sconfitto,

finchè l’intera foresta di Birnam

non si sia mossa verso Dunsinane

Finchè non muove verso Dunsinane

la foresta di Birnam,

di paura su me, nessuna macchia.

Chi sarà mai quel ragazzo di Malcolm?

Non è un nato da donna? Quegli spiriti

ch’hanno il potere di saper discernere

nel futuro degli uomini

così han parlato: “Macbeth, non temere;

nessun uomo che sia nato da donna

mai potrà aver potere su di te”.

Ma non meno presente è il senso di isolamento e di fallimento di quel che ha messo in piedi.

Tutto crolla ma Macbeth si rifiuta di rendersi imputabile, trasferisce ne mondo il suo fallimento, la butta in filosofia:

La vita è solo un’ombra che cammina,

un povero attorello sussiegoso

che si dimena sopra un palcoscenico

per il tempo assegnato alla sua parte,

e poi di lui nessuno udrà più nulla:

è un racconto narrato da un idiota,

pieno di grida, strepiti, furori,

del tutto privi di significato!

Macbeth muore impenitente, avendo trasferito nel “così va il mondo” le sue colpe, con un’operazione perversa, che toglie valore a qualunque decisione, all’idea stessa di libertà.

Una notazione curiosa: le tre streghe sono e non sono donne.

Alla vista, dovreste essere femmine,

ma quelle vostre barbe

mi fan pensare che non siete tali.

Poi c’è la regina che è a sua volta una donna ma, come detto sopra, depravata al punto da rinnegarsi come tale, infine la conclusione della vicenda si avrà per mano di un uomo non nato da donna.

La donna che uccide il padre si sottrae al rapporto, si sfigura e diventa fonte di pericolo e di disordine sia morale che sociale, con influssi sullo stesso ordinamento statale ed allora la soluzione non può che venire da un figlio non della natura, non è un figlio “naturale” quello che ristabilisce l’ordine.

Un Macbeth perverso perde letteralmente la testa mentre Franco Branciaroli fa il pieno di applausi.

Davvero un attore straordinario.

Questa tragedia mi è particolarmente cara per un motivo autobiografico di cui credo di avere anche già parlato ma che ripropongo: correva l’anno…

ero in secondo liceo, se non ricordo male, e la mia insegnante di inglese, Angela Maria Gabbi, famosa in tutta la scuola e non solo, ci fece studiare quel brano, per me famosissimo e che mai scorderò dove Lady Macbeth tenta invano di togliersi le macchie di sangue dalle mani, durante il suo vagare da sonnambula.

‘Unnatural Deeds do Breed Unnatural Troubles’

La scena accade in presenza del medico e della dama di compagnia che si trova ad essere testimone di eventi più grandi di lei e che la possono mettere in pericolo di vita.

Questo tema, dell’avere assistito a qualcosa di orribili e/o terribile, di cui si è costretti a dare testimonianza, pagandola duramente, è stato il leitmotiv di 5 anni di insegnamento.

Paranoia distillata a ragazzi dai 14 ai 18 anni, senza che nessuno, mai, se ne sia interessato.

                                                            Milano, 30 ottobre 2016 san Germano di Capua