Ritorno da Rimini, dopo una piacevole mattinata trascorsa a salutare alcune colleghe ed in particolare la cara Roberta, assente in questi giorni causa matrimonio fuori regione.

Pranzo veloce con Agostino che rivedo sempre con grande piacere e col quale spero di poter ricominciare, prima o poi, a fare qualche escursione nella bellissima Europa ed in Spagna in particolare (quanto mi mancano i miei viaggetti); poi a casa dove ho finito di leggere un libro che trovo molto molto bello. Mai avrei creduto di provare un tale senso di piacevolezza nella lettura di un saggio storico ma questo è esattamente quel che è accaduto. Si tratta di una segnalazione, manco a dirlo, del carissimo Gabriele Trivelloni, miniera inesauribile di spunti; il titolo è già un programma con quell’aggettivo iniziale che non lascia dubbi: “Sublime madre nostra – la nazione italiana dal risorgimento al fascismo” di Alberto Mario Banti.

L’autore scrive bene, con chiarezza, senza fronzoli eccessivi, in maniera comprensibile e lineare, da studioso serio direi io, ed espone tesi oltre che condivisibilissime, a mio parere anche molto vicine a quanto Freud scriveva ne “Il disagio della civiltà”. L’assunto è che la nazione non è un dato naturale, non esiste in natura e  per fondarla si sono utilizzati discorsi che si sono “perpetuati” dal risorgimento all’epoca fascista, all’Italia del presidente Ciampi.

La nazione come parentela e famiglia (madre patria ad esempio e legami di sangue o meglio il sangue, la purezza del sangue come legame), come comunità sacrificale (idea del sacrificio, dei maschi che sacrificano la vita in guerra, delle donne che offrono i mariti ed i figli per la madre patria), che ha trovato anche tanto sostegno  – ingenuo purtroppo – da parte di uomini di Chiesa, in cui gli eroi caduti per l’ideale sono assimilati e celebrati come i santi ed infine “la nazione come comunità sessuata, funzionalmente distinta in due generi diversi per ruoli, profili e rapporto gerarchico” (cito dalla sovracopertina).

Questi tre discorsi si intrecciano, sostengono a vicenda e dominano la fondazione della nazione che ha bisogno di “miti”, di figure ideali cui sostenersi per fondare la propria esistenza; sembra impossibile una fondazione laica del potere; qualcosa deve supplire dall’alto per “invitare” i consociati a identificarsi in una realtà che li domini, li coordini e li guidi a fini che non appartengono loro, così nulla meglio della mamma, che ama e soffre, che ha, come la sorella, da mantenersi immune da contaminazioni con gli stranieri per garantire la purezza della stirpe, insomma cosa meglio della Mamma, della teoria della Mamma per fondare l’idea di nazione?

Assieme all’idea della mamma stanno a corollario le altre citate sopra che, davvero con incredibile ingenuità, sono state sostenute, per non dire sposate dal clero (salvo il Papa Pio XI, inascoltato): troppo allettante il pensiero del sacrificio, sirena irresistibile per tanti intellettuali di allora (e solo d’allora?).

Il libro si legge d’un fiato, ricco di citazioni, riferimenti, testimonianze, me lo sono gustato quasi come fosse un romanzo probabilmente perchè mi ricordava la rinuncia pulsionale di cui parla Freud ne “Il disagio della civiltà” che vorrei rileggermi quando lo ritroverò nel caos del trasloco; c’è bisogno di valori “alti”, di forti “ideali” per rinunciare soprattutto al pensiero e Banti documenta bene quali essi siano e come sono stati propinati alla massa per crearla come tale, massa nazionale. Miti e riti, religiosità “laica”: ad oggi non sono state trovate soluzioni alternative come l’autore mostra chiaramente, parlando delle scelte del presidente Ciampi.

Davvero un bel libro.