Pensavo di archiviare l’episodio di venerdì scorso, 19 luglio, tra quelli da raccontare davanti a una birra, a chi abbia voglia di ascoltare le disavventure di un vecchio barbogio di impiegato comunale.

La lettura del giornale e le discussioni con alcuni colleghi me l’hanno tenuto vivo nella memoria, acutizzando impressioni che già mi accompagnavano da tempo.

La prima riguarda una certezza: se fosse andata storta, anche solo una virgola … posso dire, in tutta sincerità, chi sarebbe stata la prima (forse non l’unica) vittima sacrificale: il sottoscritto.

Per tutta una serie di semplici ragioni politiche la Polizia Locale ed il suo rappresentante più alto in grado (poi è arrivato anche il mio responsabile, cui rendo il merito dovuto) al momento del controllo – quei 40 minuti complessivi tra il colloquio davanti all’uscio di casa e alla porta d’ingresso del condominio – avrebbero costituito lo strumento perfetto per rivendicazioni, lamentele, accuse reciproche, tutte questioni politiche che senza avere poco o punto legame coi fatti ci avrebbero sommersi.

Sono, dunque, confermato ancora una volta nell’idea che la Polizia Locale è il proverbiale vaso d’argilla (e io un vaso d’argilla cruda) che vive in una zona grigia di equivocità da cui non riusciremo mai a uscire, riforme o non riforme, fino a che avremo, tra le altre zavorre (semplifico troppo e me ne scuso) la sudditanza diretta e immediata al potere politico del momento (ne resta, come sempre, escluso il comando presso il quale sopravvivo, che è il migliore disponibile).

Sto meditando, in questi giorni, grazie ad un sogno di cui ho parlato pochi giorni fa, dell’esilità della figura dell’altro, cioè del partner, come conveniente: i corollari di questo episodio non mi sono stati d’aiuto, al contrario mi hanno riconfermato che nelle istituzioni gerarchicamente organizzate quel che vige, normalmente, è la supponenza “riprovatrice”, molto raramente, invece, l’imputazione premiale.

Sia chiaro che ragiono in astratto, senza riferimenti al comando in cui lavoro (che, ripeto, è il migliore che uno possa desiderare) e che è normale che così accada, essendo da riprovare la mia “ingenuità” in materia.

L’ingenuità non è una virtù, anzi: Giacomo Contri ne ipotizza l’identità col peccato originale; all’ingenuità si può porre rimedio, col lavoro di pensiero, costituzionale.

Un altro corollario, stavolta frivolo, riguarda un mio collega, dotato di ottime qualità, non sfruttate al meglio ma con tutte le scusanti del caso: questo baldo collega, dunque, viene ripreso di spalle, in uno dei video dell’inseguimento, anzi no; quello ripreso sono io ma tutti i suoi amici e svariati colleghi riconoscono lui come l’indomito e anche incosciente inseguitore (perché privo di qualsiasi protezione).

L’aspetto comico della questione è che lui è assai più giovane di me, palestratello ed allenato: quando ho saputo dello scambio di persona gli ho crudamente commentato l’equivoco come uno spreco di denaro per “costruire” un fisico scambiato per quello di un  collega attempato e sovrappeso.

Torno, infine, su Puffo Vanitoso (pitufo vanidoso, vain smurf o der eitle schlumpf) che in questi giorni mi ha fatto tornare alla memoria le battaglie del Il Signore degli Anelli e due personaggi appartenenti al popolo degli Elfi.

Puffo Vanitoso mi ha ricordato l’impeto giovanile di Legolas, pronto a scattare ad ogni evenienza, battagliero e fiero come ogni elfo che si rispetti (gli elfi, piccolo dettaglio, hanno i capelli, ma questo poco importa).

L’immagine che si collega al personaggio è quella di una battaglia, dove gli elfi si schierano, direi “uniti a coorte”; l’unione a coorte, salvo eventuali (non auspicabili) conflitti bellici, non è mai una buona idea; tutte le insegne e le cerimonie che sottolineano l’appartenenza ad un corpo, non importa quale (non escludo il futuro corpo delle ong ad esempio), sostituiscono l’idea di istituzione con quella molto pericolosa di un’unione mistica (la mistica è religiosa, non necessariamente cristiana), da cui verranno, prima o poi, disastri di vario tipo.

Di contro è riemersa anche la dolente figura di Elrond, inutile dire che è uno dei miei personaggi preferiti: altero e dolente.

Egli sa benissimo che c’è una battaglia da combattere ma è ben consapevole che, quale che ne sia la fine, ne uscirà con dolore: è uno sconfitto anche nella vittoria.

Dal capolavoro di Tolkien ad una citazione biblica, dalla Lettera agli Efesini, 4,26: “sol non occidat super iracundiam vestram”, che ricordavo nella versione italiana che si recita a compieta “non tramonti il sole sulla vostra ira”.

Sostituendo ira con insoddisfazione, la frase diventa un motto che sarebbe da iscrivere sullo stemma araldico (avercelo).

Avendo tempo e modo la riprenderò per declinarlo proprio in rapporto a venerdì scorso e non solo.

Parma, 25 luglio 2019, festa di san Giacomo apostolo e memoria della Beata Maria Teresa di Gesù Bambino (Mieczyslawa Kowalska) Vergine e martire e del Beato Michel-Louis Brulard Carmelitano, martire della Rivoluzione Francese