Ritornando da quel di Riccione – Rimini – Cesena, nel giorno del compleanno di mia mamma, che è arrivata alla bella età di 79 anni, degnamente festeggiato al ristorante dell’Ikea dove lei adora andare perchè ama le polpettine vegetali col sugo di arrosto.

Durante il ritorno ho pensato di concedermi una sosta in una città dove non ero mai stato: Faenza.

Mi devo correggere: in realtà andai, anni e anni fa, a visitare il museo della ceramica di cui conservo vaghe reminiscenze, ma trascurai il centro storico.

Ho posto rimedio a questa lacuna.

L’obiettivo era la cattedrale di cui avevo letto delle informazioni interessanti, in particolare la presenza della tomba di san Pier Damiani.

La facciata della cattedrale è incompiuta, priva dei rivestimenti marmorei previsti, ma questo non le toglie nulla, anzi, quasi a contrasto con quel che vi è conservato all’interno, invita ad entrare e scoprire i tesori che custodisce.

Subito a sinistra si trova il fonte battesimale, come spesso accade nelle chiese: questo, che risale al 1500, è stato l’unico fonte battesimale della città fino all’inizio del XX  secolo.

Subito dopo una cappella barocca dedicata a san Carlo Borromeo che custodisce le spoglie del faentino beato Giacomo Filippo Bertoni, appartenente ai Servi di Maria e vissuto nel Quindicesimo secolo.

C’è un bel monumento funebre al vescovo Giuseppe Battaglia che ha retto la diocesi tra il 1944 e il 1976, quindi un bellissimo Cristo Morto adorato da due angeli di Biagio d’Antonio da Firenze, risalente al 1480 circa.

A seguire il pezzo forte, la tomba di san Pier Damiani, un santo il cui nome mi ricorda un caro amico dei tempi passati; un santo monaco, vescovo e cardinale che ha completato gli studi a Parma, legato quindi anche alla mia città natale.

Nella cappella successiva sono custodite le reliquie di sant’Emiliano, un vescovo scozzese deceduto a Faenza: la lastra marmorea che le custodisce è una bella lavorazione del maestro di san Terenzio, del 1462 circa.

Giungo quindi a lato della cappella della Beata Vergine delle Grazie, che protesse la città in occasione della peste del 1412; alla base ci sono due piacevoli statue dei santi Pietro e Paolo di epoca più recente.

Segue l’arca marmorea del martire san Savino, opera di Benedetto da Maiano, secondo vasari ma attribuita dagli studiosi ad Antonio Rossellino.

Ci sono poi altre opere, tutte piacevoli ed interessanti, come la cappella dedicata al Beato Nevolone, ma quello che più ha attirato la mia attenzione è una rimembranza romana, un monumento funebre che mi ricordava i tanti, splendidi, visti a Roma: il monumento funebre al Generale Evangelista Masi o Massi.

Un’opera davvero pregevole, in tre parti: la superiore è lo stemma del defunto, quella mediana il suo ritratto in tondo e quella inferiore è la Jacmẽna (la morte) alata, il tutto nel migliore stile barocco che mi richiama alla memoria il mio amatissimo Bernini.

La professione di questo personaggio è chiara: era un militare, anche se è morto cinquantenne per cause sconosciute e non in guerra; è stato governatore della Romagna su incarico pontificio, ha combattuto alcune battaglie importanti ma niente di altro si tramanda, se non uno splendido monumento funebre.

Anche la tomba del vescovo Francesco Zanelli, deceduto nel 1453 è un bel monumento funebre che merita attenzione, come quella del giureconsulto Giovanni Battista Bosi che oltre ad avere una faccia poco simpatica, ha commissionato e visto la sua tomba, cioè l’aveva ordinata per tempo e per pagarla aveva pure diseredato tre dei sei figli.
 Un passaggio in piazza per una sobria colazione ed è ora di ripartire.

Una bella visita, di cui sono soddisfatto.

Parma, 29 settembre 2017 festa dei santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele