Sant’Andrea delle Fratte e Sant’Andrea della Valle ultime due chiese di cui racconto qualcosa, visitate durante l’ultima trasferta romana.

Inutile dire che sono due chiese splendide, che sono barocche pure e che mi sono piaciute molto anche.

Sant’Andrea della Valle è chiesa officiata dai padri teatini, chierici regolari teatini per essere precisi; ha la terza cupola di Roma dopo San Pietro e San Paolo all’Eur (molto più recente), quindi di dimensioni imponenti.

La sua edificazione è stata travagliata per le controversie tra i padri teatini e gli eredi del cardinale Alfonso Gesualdo, dissapori che sfociarono in una causa in tribunale durata anni (niente di nuovo sotto il sole); sorge sui resti di una piccola chiesa dedicata a San Sebastiano, luogo indicato come sede della prima deposizione del corpo del santo.

Hanno lavorato in questa chiesa due artisti di fama, il Domenichino e il Lanfranco, divisi da acerrima inimicizia, tanto che si disse che Domenichino aveva attentato alla vita di Lanfranco, ma il loro lavoro, unito a quello di Mattia Preti costituisce uno degli esempi migliori del barocco romano.

Una prima curiosità ed annesso aneddoto riguarda la facciata: al momento della sistemazione di un angelo, opera di Ercole Ferrara, visto il poco entusiasmo manifestato dal pubblico, confermato, secondo voci, dallo stesso Pontefice Alessandro VII, lo scultore avrebbe rifiutato di eseguire il secondo così che la facciata vede una statua soltanto (a sinistra di chi guarda) ed il vuoto nello spazio speculare di destra.

In questa basilica sono custodite (una in restauro, purtroppo non visibile) due tombe di papi, Pio II e Pio III, salvate dalla ricostruzione della basilica di San Pietro; papi di origine senese, della famiglia Piccolomini, uno nipote dell’altro, col secondo che governò per soli 26 giorni, un’autentica meteora.

C’è la famosa Cappella Barberini, detta Cappella della Tosca perché qui avrebbe pregato la protagonista dell’opera di Puccini, poi la Cappella Ginnetti con la pala d’altare marmorea di Ercole Antonio Raggi con a fianco due angioletti che sorreggono i busti di Gianpaolo Ginnetti e del marchese Marzio Ginnetti; sul lato sinistro c’è il monumento funebre del cardinale Marzio Ginnetti (altra opera del Raggi), sul lato opposto quella del cardinale Gianfrancesco Ginnetti, nipote del primo, opera di Francesco Rondone.

A ricordo della sepoltura di San Sebastiano, a parte la statua in facciata, c’è una bella tela, opera di Giovanni de Vecchi.

Questa chiesa ha un doppio legame con la mia modesta persona: san Sebastiano, protettore della Polizia Locale e quindi anche mio, ed il compaesano Giovanni Lanfranco, nativo di Parma proprio come me.

Dopo Sant’Andrea della Valle eccomi a Sant’Andrea delle Fratte.

Oltre al campanile, splendida opera di Francesco Borromini, all’interno della chiesa ci sono alcune opere sicuramente importanti: innanzitutto i due splendidi angeli, opera di Gian Lorenzo Bernini: in origine destinati al Ponte Sant’Angelo, il Pontefice Clemente IX li ritenne troppo belli e li fece destinare a Palazzo Rospigliosi; da qui tornarono in possesso di Bernini per essere poi donati, anni dopo, e trasferiti in questa chiesa.

Gli angeli reggono rispettivamente la corona di spine ed un cartiglio con la scritta INRI.

Sul modello di Bernini c’è anche la statua, molto bella, di Sant’Anna morente, opera di Giovan Battista Maini: il richiamo molto evidente è all’estasi della Beata Ludovica Albertoni in San Francesco a Ripa, quindi complimenti per la tecnica, un po’ meno per l’originalità.

Bello il fonte battesimale, dipinto da Borgognone, bello il monumento sepolcrale di Livia del Grillo, opera di Francesco Queirolo e bello, giusto per non ripetermi, il sepolcro del cardinale Pier Luigi Carafa.

Cosa aggiungere? che in questa chiesa avvenne un miracolo, come ricordato nell’omonima cappella: era il 30 gennaio 1842 quando il visitatore Alfonso Ratisbonne, ebreo, ebbe l’apparizione di una Signora sorridente che altri non era che la Santissima Vergine Maria; com’è intuibile il buon Ratisbonne pensò bene di convertirsi e chiedere il battesimo.

Chiudo con una curiosità che non ho visto: nella cripta dietro l’altare c’è un putridarium, l’unico di Roma.

Putridarium, direte voi? Ebbene sì, una stanza le cui pareti sono dotate di sedili in pietra con un foro centrale: vi venivano seduti i cadaveri in modo che scolassero nel buco i loro fetidi umori fino a quando non restavano le sole ossa che venivano lavate e depositate in ossario.

Una pratica analoga era in uso in varie zone del sud Italia (anche se qualche esempio lo si trova anche al nord), ricordo a Palermo la cosiddetta “cripta dei cappuccini“, famosissimo cimitero, decisamente lugubre e che ho visitato secoli fa con l’ottimo Agostino in una delle nostre vacanze che tanto mi mancano.

A parte questo dettaglio macabro, i due Sant’Andrea, sono luoghi di Roma imperdibili.

Roma, 15 ottobre 2020, memoria di Santa Maddalena da Nagasaki
Martire