Sabato intenso, preceduto da un episodio che mi ha leggermente indispettito: mi trovavo, venerdì mattina in ospedale quando ho intravisto una ex vicina di casa che ho sempre evitato e con la quale ho socializzato sempre il minimo indispensabile (cioè zero); la signora, nota per attaccare bottoni anche alle mummie, viene a sedersi al mio fianco e, nonostante sia immerso in profonda lettura, dopo pochi istanti inizia a disturbarmi.

Lo fa per raccontarmi che suo marito ha 4 tumori, è gravemente ammalato e deve sottoporsi ad un ulteriore intervento chirurgico; ovvia e scontata la mia solidarietà, mentre il consorte si avvicinava … la moglie allora gli chiede se si ricordi di me (non si ricordava) ed insiste fino a che il poveretto ha un barlume improvviso ed esclama: “ah sì, la guardia”: la mia faccia si è contratta in una smorfia in cui disgusto e tentazione omicida si sono scontrati, tentando di prendere il sopravvento.

Ho precisato, col mio tono gelido da grandi occasioni, che le guardie non ci sono più da 50 anni, al che l’uomo, evidentemente in gran forma, ha ribattuto “beh il vigile”, sempre più gelido preciso ancora che i vigili non esistono più da 30 anni e che oggi c’è la polizia municipale, ma l’uomo non è in vena di finezze né io di essere accondiscendente, così antipaticamente (come mi piace tanto quando mi girano) taglio l’argomento e mi eclisso.

Il giorno dopo è iniziato sotto i migliori auspici, con l’ottimo simposio cui partecipo ogni mese; si è parlato, tra l’altro di capitalismo e capitalista, cioè imprenditore, argomento che sarebbe da recuperare (quando avrò tempo).

Terminato l’incontro, per necessità dell’amico Gabriele, abbiamo cambiato la consueta meta culinaria, ovvero abbiamo trascurato il solito bar dove andiamo a pranzare, per recarci in uno di Piazza Diaz.

Premetto che il bar che frequentiamo di solito ha cambiato per tre volte gestione: la prima, di svariati anni fa, è stata la migliore in assoluto grazie alla cortese simpatia del titolare, un baldo giovanotto con un po’ di coda (sigh) che si è trasferito poi negli USA (invidia invidia invidia), è subentrato il fratello, bravo anche lui ma, a mio giudizio, un po’ depresso; infine questa gestione che è ottima se non che … c’è un piccolo difetto ovvero sono troppo gentili.

Una gentilezza talmente affettata ed ostentata da essere leggermente stucchevole ed evidentemente falsa, ma a parte questo il servizio e la qualità dei prodotti sono ottimi; raramente abbiamo cambiato locale e solitamente in favore di una piadineria praticamente di fronte che somministra piadine assolutamente ottime.

Stavolta il cambiamento è stato radicale: sul lato opposto rispetto al Duomo.

Entriamo in questo bar e chiediamo se vi sia una lista dei panini e qui iniziano gli inconvenienti perchè il barista cui ci rivolgiamo ci risponde di no dicendoci di chiedere cosa volevamo che lui avrebbe provveduto.

La sua collega a fianco, al contrario, ci allunga una lista dicendoci di scegliere tra quelli indicati; presa la lista, ci accomodiamo al tavolo ed ordiniamo e qui il secondo inghippo poiché io chiedo un panino che contiene, tra gli altri ingredienti, il prosciutto di Praga; Gabriele ordina un panino al prosciutto di Praga, che è l’ingrediente principale in questo caso: il barista (quello della non lista) spiega che non è disponibile quel tipo di panino poiché è terminato il prosciutto di Praga nonostante abbia appena ricevuto la mia ordinazione senza obiettarmi nulla.

Ci porteranno, quindi due panini, il mio con prosciutto, evidentemente non di Praga, e quello di Gabriele, entrambi qualitativamente scarsi, ma eravamo rassegnati.

Abbiamo anche chiesto una bottiglia d’acqua minerale gassata, credo sia inutile aggiungere che ce ne ha portata una naturale, ma la sorpresa più carina è stata quando ho chiesto il conto; il solerte cameriere mi ha portato lo scontrino (che di solito non guardo mai) che ho deciso di guardare non so bene nemmeno perchè e qui mi trovo come prima voce “1 MAROCCO” a 2 euro.

Sicuro che non si trattasse di uno scherzo a fondo razzista e di pessimo gusto ho deciso di chiedere cosa fosse sto MAROCCO; alla casa chiedo “scusi ma cosa è il MAROCCO?” mostrando lo scontrino, il cassiere, un signore di una certa età e sicuramente non di origini milanesi né della Val di Non mi risponde “e che ne so?”

Poi continua “è una cosa al tavolo”, sconcertato ho insistito: “immagino che sia al tavolo (eravamo seduti effettivamente) ma cosa è?” e lui di rimando “sarà un caffè” al che io spiego che di caffè non ne abbiamo presi; l’uomo allora ipotizza un errore (ma guarda un po’, non l’avrei mai detto) e mi spiega che non dovrò pagarlo, grande notizia anche se la certezza sull’essenza del MAROCCO non è stata acquisita perchè quel “sarà” aveva ampi margini di ambiguità.

Arrivato il momento della partenza, il ritorno è in treno, binario 24, sento un annuncio foriero di problemi: “il treno partirà con 20 minuti di ritardo” per necessità di resettarlo o qualcosa del genere: cosa significhi resettare un treno non so ma il ritardo è certo, anche se alla fine 5 minuti riesce a recuperarli.

La sera ha in previsione una cena di commiato, teoricamente un po’ triste ma anche di soddisfazione perché i protagonisti sono due colleghi che lasciano il territorio parmense dove hanno lavorato in questo ultimo periodo per trasferirsi al comando di Ravenna, città da me amata come poche.

Non dirò in quale locale ha prenotato l’ottimo Loris, un giovane aspirante ispettore reggiano, che considero quasi un figlioccio, ma questa è stata la vicenda: ordiniamo tre birre non filtrate e ci hanno portato tre birre filtratissime; il cameriere cui abbiamo domandato lumi ci ha detto che lui di birre non ne sa nulla (e ci sta) e che avrebbe chiesto; dopo averlo fatto ci ha confermato che quelle erano birre non filtrate, peccato che fossero di una limpidezza adamantina e senza un minimo residuo.

Veniamo alle pizze: ciascuno ne ha chiesta una, con un certo nome, com’è ovvio; il cameriere inizia a portarle e si crea una certa confusione, in particolare con la mia che perde improvvisamente la propria identità tanto da finire davanti al solito Loris che, sebbene avesse chiesto una pizza non sottile, fa orecchie da mercante ed inizia ad affondare forchetta e coltello; fortunatamente nel frattempo arrivano altre pizze e dopo un po’ di confusione si riesce a ristabilire l’ordine, ovvero a consegnare al legittimo affamato la tanto ambita pizza; resta il particolare curioso che la mia e quella di Loris sono differenti soltanto per lo spessore e non per gli ingredienti, il che è strano per due pizze con nomi diversi. La serata in pizzeria si conclude con il buon Matteo che chiede un cucchiaino per il dolce e riceve una forchetta.

Fortunatamente sia le pizze che i dolci erano buoni ma il servizio è decisamente migliorabile.

I colleghi, giovani, decidono di chiudere la serata in un secondo locale dove decido di prendere una seconda birra: dopo un po’ arriva il cameriere e chiede “chi ha chiesto una … (non ricordo il nome)?” ovviamente ero io; quella birra era finita, quindi mi hanno invitato a sceglierne un’altra in frigorifero: niente di che, cose che capitano ma mi ha fatto sorridere la serie pressoché continua di “incidenti”.

Chiudo con una considerazione sulla serata: mi sono trovato molto bene, in ottima compagnia e di questo voglio ringraziare tutti e ciascuno i partecipanti; gli incontri fanno bene se i partecipanti lavorano perchè le cose abbiano un buon esito, avendo a cuore la propria soddisfazione.

Una buona serata non è un caso, sebbene possa capitare per caso, e l’esito non sia mai risultato di un automatismo, piuttosto è il frutto di un lavoro, per quanto di breve durata e non considerato come tale.

Ringrazio allora i colleghi, e mi permetto di chiamarli amici, Loris, Valentina, Nicola, Alessio, Matteo, Chiara ed Eleonora.

Valentina e Nicola se ne vanno a Ravenna, dove li ho già segnalati a chi di dovere perchè siano accolti e trattati come meritano: persone serie, competenti, con voglia di fare, merce rara di questi tempi.

Gli ho fatto pubblicità perchè chi merita deve essere valorizzato.

Come a Loris, per il lavoro a Reggio Emilia, così a Valentina e Nicola auguro ogni fortuna, sicuro che si troveranno bene perchè sanno porre le condizioni per un buon rapporto sia coi colleghi che coi cittadini.

I miei auguri anche ad altri di quel gruppetto che coltivano diversi obiettivi, con una menzione speciale al buon Alessio che ha iniziato un percorso particolarmente importante e, mi auguro per lui, foriero di future soddisfazioni.

Come mi capita di augurare, non di frequente: spero che si realizzino i desideri che coltivano nel loro cuore (e quando parlo di cuore non intendo quella melensaggine che va di moda oggi): di coltivazione si tratta, cioè di lavoro di discernimento e valorizzazione di ciò che è buono o come dice san Paolo in 1Tess. “Omnia probate quod bonum est tenete”.

Parma, 14 aprile 2018 memoria di Santa Liduina