Non ricordavo di avere mai visitato l’ameno paesino di San Secondo Parmense e tanto meno la Rocca, credo suo orgoglio e vanto assieme alla famosissima spalla cotta, un salume tra i più antichi della provincia (se ne parla già nel 1170).

Come sono arrivato a San Secondo Parmense? Per una serie fortuita di coincidenze: è domenica, caldo torrido, e vorrei uscire di casa perché la domenica è uno dei giorni in cui il carattere di mia madre peggiora sensibilmente; individuo come meta la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, ma serve prenotare via email e temo sia troppo tardi, cambio meta verso il versante opposto e cosa di meglio del Collegio Alberoni a Piacenza? Quando sono già in auto (e semi liquefatto) verifico per scrupolo e scopro che in agosto è chiusa la collezione d’arte.

Chiuso in auto a 36°, le mie sinapsi si agitano fortissimamente per individuare qualcosa di alternativo e non troppo distante ed ecco si accende una lampadina: San Secondo Parmense! e San Secondo Parmense sia.

Arrivato in zona, trovo le indicazioni per la Pieve di San Genesio che ovviamente mi incuriosiscono tanto da farmi deviare dalla meta prefissata e seguire le frecce fino ad una stradina da cui si intravede, tra i campi questa Pieve.

Parcheggio di fronte ad una sbarra chiusa, che non è proprio invitante, la supero agevolmente passandole a lato, la mia mole non mi concede evoluzioni ginniche, ed eccomi davanti a questa chiesetta, chiusa manco a dirlo, ma piacevole da vedere contornata da prati in fiore e numerose farfalle e qualche libellula che volteggiano allegramente facendosi beffe delle mie intenzioni di immortalarle: non diverranno famose, ma pare che se ne facciano beffe della notorietà fotografica che avrei benignamente conferito loro.

Non ricordavo di avere mai visto, se non in gioventù, tante simpatiche farfallette azzurre descrivere elaborati ghirigori nell’aria, l’atmosfera è davvero bucolica e mi verrebbe da sdraiarmi all’ombra di un faggio, come Titiro, che chissà come mai m’è rimasto impresso in memoria per quel solo verso, chissà che fine avrà fatto.

Ma di faggi nemmeno l’ombra né presenti erano i tigli che mi permettessero di emulare il punzecchiatore di lombardi Sardanapali ed ancor meno i cipressi attorno ai quali meditare sul crudo sonno della morte (che è un tema che molto angustia le mie giornate), la natura benigna mostrava anche il volto ostile al mio spleen di liceale involuto e mi lasciava solo e accaldato con le gentili farfallette ad ignorarmi (sulle orme della pestifera Stella che, a casa, fa altrettanto e con medesimo impegno).

Non avendo idea di come visitare l’interno della pieve di san Genesio, ho pensato bene di tornare alla meta originaria, la Rocca.

Biglietto di 6 euro con visita guidata compresa, con inizio alle 17.10; assieme ad alcune simpatiche persone non proprio laureate ad Oxford, sono accompagnato da una cortese guida, una giovane di nome Lia che è stata deliziosa, forse appena un po’ troppo didascalica ma la cosa non guastava.

La Rocca  è stata un’autentica scoperta, come mai avrei immaginato: la famiglia Rossi, imparentata con i Medici e i Gonzaga, ha creato prima un castello poi una dimora rinascimentale di uno sfarzo che testimonia la ricchezza ed il potere conseguito.

Come in tutte le famiglie di potenti del Rinascimento anche quella dei Rossi non è sfuggita né alle faide intestine alla famiglia stessa, né agli scontri con quelle vicine per la gestione di territori che erano evidentemente appetibili.

La visita alla Rocca, comunque, è stata un’autentica scoperta, ma partiamo dall’inizio e precisamente dal Salone di Bellerofonte che ci mostra il mito dell’uccisore della Chimera con un delizioso trompe-l’œil: Bellerofonte cavalca il mitico Pegaso, cavallo alato, ha già tagliato due teste della Chimera,  che viene rappresentata con tre teste, una di capra, una di lupo (?) ed una di leone.

Seguono il corridoio delle favole di Esopo e la Sala, sempre con le favole del medesimo autore: non le ricordavo tutte, ma la volpe e la maschera tragica o il lupo e l’agnello le avevo ben presenti.

C’è poi la Sala di Momo dove si racconta la storia di un tizio che assieme al padre deve recarsi al mercato: i due possiedono un asino che, seguendo i diversi consigli ricevuti lungo la via, finisce per perdere le forze ed i padroni l’asino, della serie che ad ascoltare tutti si finisce male: Momus ubique, recita la conclusione.

Due stanze, poi, catturano l’attenzione per la bellezza non comune delle decorazioni: la Sala dei Cesari, che riprendendo gli imperatori romani probabilmente ha lo scopo di celebrare i condottieri di famiglia e quella dell’Asino d’oro.

Quest’ultima rappresenta decorativamente la favola famosissima tratta dalle Metamorfosi di Apuleio intitolata Lucio o l’asino; curiosamente, non viene rappresentata la storia di Amore e Psiche, che fa parte del racconto, ma soltanto quella della metamorfosi di Lucio che, divenuto asino, inizia un lungo percorso di eventi tragicomici per tornare umano, in un viaggio simbolico iniziatico.

Seguono le stanze degli Atleti e quella di Mercurio, niente male, così come quella dedicata a Circe e Didone, poi quella di Latona, quella di Adone coi ritratti dei parenti importanti tra i quali Giovanni dalle Bande Nere ed il cardinale Raffaele Riario.

C’è un’altra sala importante, prima del gran finale: la Sala dei Giganti con vari esempi di punizione della hybris: i Giganti, Prometeo, Fetonte, Icaro ed i figli di Niobe.

La visita si è conclusa nella fantastica Sala delle Gesta Rossiane che è un tripudio di affreschi che mai uno immaginerebbe di trovare in quella landa solitaria che è San Secondo Parmense: vi si celebra l’orgoglio di una famiglia che aveva sicuramente un’alta considerazione del suo potere (ormai in declino) con una grandiosità commovente e che testimonia di un’apertura al mondo che oggi non siamo in grado di immaginarci, provinciali senza confini come siamo divenuti.

Dimenticavo di notare le innumerevoli grottesche che caratterizzano tutte le sale o quasi, davvero deliziose e che ho ritrovato, assai simili, in un’altra creazione della famiglia Rossi: il castello di Torrechiara.

Una cosa che noto (e che ritroverò anche a Torrechiara) è la pressoché totale assenza di simboli religiosi cristiani sostituiti dalla pedagogia di Esopo o dall’idea greca della hybris come punizione della tracotanza che si potrebbe tradurre come sanzione per l’aspirazione a superare l’ordine dato.

Il messaggio è comunque chiaro: si torna scientemente ad un antico precristiano che fa piazza pulita di 15 secoli di cristianesimo, evidentemente ritenuto non in grado di rispondere alle sfide culturali dell’epoca, un rifiuto di eredità.

San Secondo Parmense, 4 agosto 2019 memoria di San Giovanni Maria Vianney, Sacerdote e del Beato Enrico Giuseppe (Henryk Jozef) Krzysztofik, Sacerdote e martire, dei Beati Giuseppe Batalla Parramon, Giuseppe Rabasa Betanachs ed Egidio Rodicio Rodi Salesiani martiri, del Beato Gonzalo Gonzalo Gonzalo Religioso e martire e del Beato Guglielmo (William) Horne Monaco certosino martire