“Non tramonti il sole sulla vostra ira” dice san Paolo agli Efesini: “Irascimini et nolite peccare; sol non occidat super iracundiam vestram,  et nolite locum dare Diabolo”, preceduto e seguito da altre interessanti indicazioni.

L’invito è a non peccare nell’ira, non dare occasione al diavolo, a non far uscire parole cattive ma solo parole buone ed edificanti.

Mi soffermo sul tramonto: a fine giornata, ci invita san Paolo, l’ira è bene che cessi, ma cosa vuol dire questa frase?

Che l’uomo, al tramonto del giorno è opportuno che stili un bilancio, che faccia i conti proprio come farebbe una qualsiasi azienda, verificando quanto è entrato in cassa.

In cassa non entra soltanto il denaro: non sono i soldi a fare la … ricchezza.

Se si sostituisce ad ira insoddisfazione la frase assume sfumature rilevantissime: l’ira è soltanto uno dei tanti modi per chiudere in perdita, per mantenere in vita quel regime compromissorio della sopravvivenza che Sigmund Freud ha chiamato “nevrosi”, tozzo di pane che permette di tirare a campare.

Insoddisfazione ed ira sono l’opposizione stracciona al legittimo governo (che normalmente si trova in clandestinità per non dire in esilio) della soddisfazione; mantengono ed alimentano la guerra.

Nella pace si commercia con profitto (non che l’economia bellica non faccia guadagnare, ma impoverendo, schiavizzando o distruggendo l’altro, il che non è reale guadagno ma usurpazione, furto).

In questo periodo sono stato sollecitato da alcuni avvenimenti, la morte di un collega coetaneo, il decesso della mamma di un caro amico, la gravissima malattia di un altro, il famigerato episodio dell’uomo col coltello a tacer d’altro, non tanto ad un bilancio di vita ma ad una riflessione.

Innanzitutto ho avuto, più di una volta, chiara davanti agli occhi, cioè nel pensiero, la possibilità di potere e dovere morire: non la possibilità astratta ma la percezione reale di una fine che potrebbe essere anche imminente.

Di fronte a tale genere di pensiero mi viene spontaneo cercare rifugio nella mistica, soluzione assolutamente fragile e inconcludente, e nella chiusura, nell’isolamento: mi vengono in mente i sontuosi piviali di Giacomo Manzù, abiti liturgici che “annientano” ricoprendolo completamente e riducendolo a pura figura geometrica, il cardinale che in essi è custodito e protetto quasi fossero l’esoscheletro di una funzione (forse Lacan direbbe un significante).

Custodito, protetto ed annientato nella sua corporalità, divenuto puro algoritmo religioso: questo è il pericolo dei riti che, col loro fascino, mi si propongono come insano compromesso.

Spesso mi tornano in mente episodi di quando ero liturgista in chief, ovvero tirannico maestro di cerimonie della parrocchia di San Benedetto, ai tempi del mitico san don Lino Bin (ribadisco ancora una volta che è da elevare agli onori degli altari) e del fantastico don Enzo Dei Cas; allora come oggi amavo le celebrazioni solenni con profluvio d’incenso (il turiferario è sempre stato uno dei compiti da me prediletto) e sfoggio di paramenti sacri (e magari desueti).

Solenne, ieratico come quel grandissimo Pontefice che fu Pio XII: ne vedo l’insufficienza ma questo non ne diminuisce il fascino.

Dalla crisi non si esce con la liturgia o con la mistica.

Ascoltando le prediche dei due funerali, col celebrante che ricordava l’intensa vita di volontariato e beneficenza dei due defunti, mi veniva da chiedermi cosa potrà mai dire alle mie esequie il sacerdote, rispetto alle quali, peraltro, devo rendere pubbliche alcune decisioni di ora per allora.

Non potrà dir nulla: non ho fatto volontariato, né vita di parrocchia, né beneficenza, un passaggio su questa terra del tutto inutile.

La stessa fede che dichiaro di nutrire non è forse niente più che uno schermo dietro il quale non fa altro che celarsi il mio tirannico super io?

In Chi credo? Quali conseguenze traggo dalla mia appartenenza (per aspirazione) alla chiesa cattolica?

Non parlo più di tanto della vita professionale perché è priva di rilevanza: l’unica certezza che ho è la sua totale inutilità; quando pensai di fare carriera lo feci con lo scopo dichiarato di avere un minor numero di imbecilli a darmi ordini, non per il gusto di esercitare chissà quale potere, ma qui mi fermo.

Mi accorgo di avere un pensiero orientato alla melanconia e per questo mi è così difficile giungere al termine del giorno e trarre un bilancio positivo: non vedo che macerie.

Chiudo citando uno dei brani che più amo, tratto da quel capolavoro che è “Il Signore degli anelli”, in cui parla della morte di Aragorn:

«Quando il Grande Anello venne distrutto e i tre perdettero ogni loro potere, Elrond si sentì stanco e abbandonò la Terra di Mezzo per non tornarvi mai più.

Ma Arwen scelse di divenire mortale; eppure il destino non volle che morisse prima di aver perduto tutto ciò che le era appartenuto.

Visse come Regina di Elfi e di Uomini per centovent’anni in grande gloria e felicità con Aragorn; ma egli un giorno sentì avvicinarsi la vecchiaia e comprese che i giorni della sua vita stavano per finire, per quanto lunghi fossero stati.

Allora Aragorn disse ad Arwen: “Ormai, Dama Stella del Vespro, la più splendida di questo mondo e la più amata, il mio mondo sta svanendo. Abbiamo raccolto, abbiamo speso, e ora si avvicina il momento di pagare”.

Arwen comprese ciò che voleva dire, e lo prevedeva da tempo; tuttavia, fu sconvolta dal dolore. “Vuoi dunque, sire, lasciare prima del tempo la tua gente che vive per la tua parola?”, ella disse.
“Non prima del tempo”, egli rispose. “Se non vado adesso, sarò presto costretto a partire per forza. Eldarion nostro figlio è pienamente maturo per divenire re”.

Aragorn si recò nella Casa dei Re in fondo alla Via Silente, e si distese sul lungo letto che era stato preparato per lui.

Disse addio a Eldarion e gli porse la corona alata di Gondor e lo scettro di Arnor; poi tutti lo lasciarono, all’infuori di Arwen, la quale rimase in piedi, sola, accanto al letto.
E, malgrado la sua saggezza e il suo lignaggio, ella non seppe trattenersi dal pregarlo di rimanere ancora per qualche tempo.

Non era ancora stanca dei suoi giorni, e sentì l’amaro sapore della mortalità che aveva scelta.
“Dama Undómiel”, disse Aragorn, “dura è invero l’ora, eppure fu decisa nel momento in cui ci incontrammo sotto le bianche betulle nel giardino di Elrond, ove nessuno più passeggia. E sul colle di Cerin Amroth, quando abbandonammo sia l’Ombra che il Crepuscolo, accettammo il nostro destino.
Rifletti, mia adorata, e domandati se preferiresti vedermi appassire e cadere dal mio alto trono, impotente e irragionevole.

No, mia dama, io sono l’ultimo dei Numenoreani e l’ultimo Re dei Tempi Remoti; a me fu data non soltanto una vita tre volte più lunga di quella degli Uomini della Terra di Mezzo, ma anche la grazia di partire volontariamente, restituendo il dono ricevuto.

Ora, quindi, dormirò”.

“Non ti dirò parole di conforto, perché per simili dolori non vi è conforto entro i confini del mondo. Ti attende un’ultima scelta: pentirti e recarti ai Rifugi, portando con te all’Ovest il ricordo dei giorni trascorsi insieme, un ricordo sempre verde, ma pur sempre soltanto un ricordo; o, altrimenti, attendere la Sorte degli Uomini”.

“No, mio amato sire”, ella rispose, “quella scelta è stata fatta ormai da molto tempo. Non vi sono più navi che mi porteranno sin là, e devo attendere la Sorte degli Uomini, volente o nolente: la perdita e il silenzio. Ma voglio dirti, Re dei Numenoreani, che sinora non avevo compreso la storia della tua gente e la loro caduta. Li deridevo come se fossero stupidi e cattivi, ma ora finalmente li compiango. Perché se questo è, in verità, il dono dell’Uno agli Uomini, è assai amaro da ricevere”.
“Così sembra”, egli disse.

“Ma non lasciamoci sopraffare dalla prova finale, noi che anticamente rinunciammo all’Ombra e all’Anello. In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione.
Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi. Addio!”.

“Estel, Estel! “, ella gridò, e mentre gli prendeva la mano e la baciava egli si addormentò.

Allora in lui si rivelò una grande bellezza, e tutti coloro che vennero a guardarlo l’osservarono con meraviglia, perché videro che la grazia della sua gioventù, il coraggio della virilità e la saggezza e maestà della vecchiaia erano fusi in uno.

Egli giacque a lungo là, immagine dello splendore dei Re degli Uomini immersa nella gloria raggiante precedente al crollo del mondo.

Arwen partì, e la luce dei suoi occhi era spenta; al suo popolo parve che ella fosse diventata fredda e grigia come la notte d’inverno senza una stella.

Disse addio a Eldarion, alle sue figlie e a tutti coloro che aveva amato, e lasciò la città di Minas Tirith; si recò nella terra di Lórien, e vi dimorò sola sotto gli alberi pallidi fino al giungere dell’inverno.
Galadriel era partita, e anche Celeborn se n’era andato, e tutto era silenzio.
Alla fine, mentre cadevano le foglie dei mallorn e la primavera era ancora lontana, ella si distese sul Cerin Amroth; e quella sarà la sua verde tomba finché il mondo cambierà, e i giorni della sua vita saranno del tutto obliati dagli uomini che nasceranno, e Velanor e il niphredil non fioriranno più a est del Mare.

Qui finisce questa storia, giunta a noi dal Sud; e dopo la scomparsa di Stella del Vespro questo libro non narra più nulla dei tempi passati ».

Così vorrei morire pure io, spero me ne venga concessa la grazia.

Dicevo sopra che ho preso decisioni oggi relative a quel giorno e queste sono categoriche e impegnative per tutti: qualora dovessi morire in servizio o per ragioni di servizio dispongo che nessun politico di ogni ordine e grado si presenti in chiesa o dove la salma verrà esposta; i funerali dovranno essere privatissimi, in presenza dei soli famigliari ed amici che potranno e vorranno presenziare: nessun picchetto, nessuna scorta, nessuna rappresentanza, nessun appartenente alla polizia locale di Parma deve partecipare.

Chi vorrà preghi, in privato, anche la preghiera è azione, non è semplice saper domandare, ne so qualcosa.

Parma, 16 agosto 2019, memoria di san Rocco e dei Beati Enrico da Almazora (Enrique Garcia Beltran) Diacono e martire, Gabriele Maria da Benyfayo (Giuseppe Maria Sanchis Mompò) Religioso e martire, Giovanni Battista Menestrel Martire, Giovanni di S. Marta Martire, Placido Garcia Gilabert Sacerdote e martire, Simone e Maddalena Bokusai Kyota, Tommaso e Maria Gengoro, e Giacomo Gengoro Martiri