Oggi sono stati assunti alcuni nuovi colleghi, che mi sono stati affidati per un giro di presentazione all’interno dei vari uffici; in uno di questi, ai giovanotti è stato detto che devono soppesare le mie parole (lo stile non era così aulico ma la sostanza non muta) perché io sono un pessimista.

Non ho obiettato, né intendo qui parlare di lavoro, mi astengo dal trattare del luogo dove presto servizio.

Ho pensato, però, a questa etichetta che mi è stata appioppata e che mi ha molto infastidito perché è vero che “l’albero si giudica dai frutti” e si può dire, solo a posteriori, che uno è pessimista, a seguito di reiterate manifestazioni di spirito distruttivo.

Le definizioni sono sempre riduzioni, semplificazioni e banalizzazioni.

Omnes peccavimus, né mi tiro fuori da questo errore, ma sono in cerca di pensieri alternativi.

Vero è che, piuttosto, amo molto il pensiero grottesco, paradossale, prediligo l’iperbole, la sobrietà non mi si addice, e il melodramma; pensiero barocco, con tutto quel di negativo che ne consegue.

Diceva il padre W. Shakespeare, in una delle tragedie che, manco a dirlo prediligo, Amleto: “Anch’io sono onesto, pressappoco, eppure potrei accusarmi di tali cose, che era meglio che mia madre non m’avesse concepito. Sono superbo, vendicativo, ambizioso, con più peccati sotto mano che pensieri in cui metterli, fantasia per plasmarli o tempo per tradurli in atto. Gente come me che striscia fra terra e cielo, che sta a farci al mondo? Siamo dei furfanti matricolati, tutti, non fidarti di nessuno.”

A cosa serve questa concettosa e autobiografica citazione? a farmi dire “quanto sei colto”, che è una variante del pessimista di cui sopra, così come il “sei intelligente, un genio…” e via sproloquiando (non sono attribuiti a me, parlo in generale): tutti modi per far fuori il pensiero, per mettere il rapporto in binari standard da cui escludere qualsiasi possibilità di eccitazione, il che è a dire far venire voglia.

La cosa curiosa di molti dei miei post è che ottengono il risultato di farmi ricevere qualche frettoloso complimento da alcuni sparuti lettori: chiamasi eterogenesi dei fini poiché lo scopo è ben altro e precisamente quello di edificare ponti, di far venire voglia, come dicevo poco sopra.

Inviti ad associarsi al mio lavoro.

Inascoltati, almeno fino ad ora; non demordo e infatti non sono pessimista, noto che in quel di Parma non è accaduto quel che avvenne a Cesena, Rimini e Modena.

Si accentua, ogni giorno che passa, il senso di estraneità e solitudine: è bene cercare altre piazze, come anche i sogni mi suggeriscono.

Parma, 16 settembre 2019 memoria dei Santi Cipriano e Cornelio Martiri, dei Beati Laureano (Salvatore) Ferrer Cardet, sacerdote, Benedetto (Emanuele) Ferrer Jordá e Bernardino, Ignazio Casanovas Martiri