Uscito dal Bode Museum e dall’Isola dei Musei, me ne vado a zonzo per il centro ovvero sulla famosissima Unter den Linden, strada di cui ho sentito parlare mille volte.

Qui la delusione è abbastanza cocente perchè la via è per buona parte ridotta a cantiere; non ci sono cose particolari da vedere; mentre mi dirigo verso la porta di Brandeburgo, così famosa che più famosa non si può, scopro la Neue Wache, tempietto neoclassico opera dell’architetto Karl Friedrich Schinkel, che attualmente è il monumento dedicato a tutte le vittime delle guerre e della violenza in generale.

L’interno è di totale sobrietà, invito alla riflessione personale e al silenzio.

Solo vi si trova  “La pietà” di Käthe Kollwitz.

Enorme, imponente, incontro la sede della Humboldt-Universität zu Berlin, che ha poco distante anche la facoltà di giurisprudenza: la monumentalità dell’edificio mi suggerisce la serietà con cui i tedeschi affrontano le cose: è evidente che lo studente tedesco che entra in quei locali percepisce la serietà e l’importanza dello studio accademico; edificio che non sfigurerebbe affatto come sede di un importante ministero, come a dire che la cultura è uno dei pilastri irrinunciabili di un paese.

Arrivo, infine, alla porta di Brandeburgo, vista rivista stravista abusatamente vista nei giornali e in TV, ma dal vivo fa una diversa impressione: bell’effetto scenografico anche se io ero convinto che l’opera soprastante fosse rivolta verso l’esterno e non com’è in realtà.

Durante il tragitto incontro una stranissima bicicletta a sette posti, in pratica una birreria ambulante; accortisi del mio stupore e della foto che stavo scattando, gli occupanti mi hanno indirizzato segni di festanti e alcolici saluti; di bici strampalate ne ho viste varie in giro. Un dettaglio che mi è rimasto in particolare è stata l’età dei conducenti dei velotaxi, cioè sorta di risciò-bicicletta: uno strumento giovane che immaginavo condotto da ragazzi con idea di guadagnare qualche soldo (l’ho visto in Spagna); al contrario la gran parte qui è attempata, costituita da signori e signore di mezzetà.

Vedo finalmente i tedeschi e le tedesche, fino ad ora soltanto intravisti, anche se all’interno dei musei ho incontrato spesso dei giovani come in Italia non mi è accaduto di frequente.

Ad onor del vero le ragazze tedesche sono divisibili in due classi: o sono bellissime o sono deludentissime.

Premetto che per me, l’idea mi viene da quando ero un pargolo, i tedeschi per essere tali devono essere alti, biondi e con gli occhi azzurri; detto questo le ragazze alte e bionde erano davvero stupende, ne ho viste molto, purtroppo, con visi splendidi ma decisamente un po’ troppo formose nella parte bassa del corpo; un buon numero di queste aveva dei polpacci da far invidia a un culturista.

I ragazzi, invece, assai slanciati, fin troppo magri; molti usano portare i capelli lunghi ed un po’ di barbetta così che spesso mi pareva di avere attorno un bel po’ di Gesù Cristo.

Arrivato alla porta, vista l’ambasciata americana, apparentemente priva di adeguato sistema di protezione (un paio di poliziotti), quella russa e quella inglese, in pochi metri chissà che lavori di spionaggio elettronico che ci saranno da fare quotidianamente, me ne sono tornato indietro.

Ho girovagato un po’ cercando i luoghi che la mia guida indicava come la Berlino rossa, non so se e quanto ci sia riuscito, fatto sta che sono arrivato in un altro luogo cult della città: Alexanderplatz dove, a differenza della canzone di Milva, non c’era la neve e per fortuna.

A parte l’antenna della TV, ottimo punto di riferimento, non vedo altro ma è già sera.

Non c’è nulla di differente dai miei precedenti viaggi solitari, anzi i timori per la lingua sono anche maggiori (l’inglese chi lo usa mai?), eppure, a differenza delle altre volte decido di non andare a mangiare da Mcdonald o in posti simili, dove minimizzavo le mie incapacità linguistiche grazie ai menù già predisposti.

Approfitto delle indicazioni, un po’ scarne a dir la verità, della guida allegata alla Berlin  welcome card e mi oriento verso un locale, Hofbräu Berlín, che si trova in Karl-Liebknecht-Straße 30.

Qui si rivelano le prime paurose crepe del mio inglese; un signore mi chiede informazioni che io non comprendo assolutamente (ma la cosa mi lusinga molto e mi fa sentire berlinese inside), lui ringrazia ed io decido di approfittarne chiedendogli,  a mia volta, informazioni sulla via che sto cercando, la Karl-Liebknecht-Straße: la sua risposta raggela il mio inglese visto che quello era esattamente ciò che aveva chiesto lui a me. La strada la troviamo subito visto che eravamo  proprio al suo inizio, per il ristorante dovrò scarpinare un po’, come al solito.

Il locale era affollatissimo, centinaia di persone, come mai avrei pensato di trovare (se l’avessi immaginato non sarei andato), presidiato da un nerboruto addetto al servizio d’ordine che mi ha chiesto se fossi un turista, avuta risposta positiva mi ha consegnato nelle amorevoli braccia di una valchiria (coi polpacciotti) che a sua volta mi ha posteggiato in uno dei tanti tavoli.

Non i nostri consueti tavolini o tavoli, ma tavolate piene di gente intenta a mangiare e ancor più a bere birra e a fare una confusione indiavolata. Si prende cura di me un simpatico cameriere, gentile e sorridente, che mi consiglia il menù per i turisti, che avevo già individuato da solo nel senso che avevo puntato gli occhi su una foto di stinco di porcello che prometteva bene.

Ordino anche una birra, da un litro (e che, sono meno degli indigeni?), con tanto di bel boccale che mi faceva omologare e confondere con la massa di crucchetti festaioli; questi ultimi, non tutti, ma un bel numero si sono lanciati in un trenino attorno ai tavoli esterni del locale, per poi raccogliersi in una pista improvvisata a qualche metro dal mio tavolo. Al ritmo di un’orchestrina di tre attempati orchestrali i teutonici danzatori sfogavano i fumi abbondantissimi dell’alcol che avevano ingurgitato o che pensavano di ingurgitare a breve. Due uomini in particolare  si distinguevano per essere euforici e scalmanati, ma tra i ballerini ed i tavoli v’era una corrispondenza di etilici sensi da commuovere.

In questo caos mi si avvicina un secondo cameriere che mi dice qualcosa di incomprensibile e molla un piatto e del pane; affamato e convinto che fosse una sorta di antipasto, mi dedico con passione alle 4 palle che sembrano di gelato. Sono buone e me le sbafo abbastanza celermente, ma non così velocemente come avrei dovuto per negare il misfatto: il ritorno del mio cameriere mi fa scoprire come scippatore di cibo altrui; la gustosa pietanza doveva andare al mio vicino di tavolata (che avrebbe potuto dire qualcosa no?).

Il cameriere ed i miei vicini si divertono molto, parlando in tedesco e ridendo, rivolti a me con condiscendenza bonaria mentre io sono indeciso se sprofondare sotto la panca o lanciarmi nella folla dei danzatori e far sparire le tracce. Resto inchiodato al posto, offrendomi di pagare il dovuto ed in attesa dello stinco; il cameriere mi sorride più volte e mi rassicura; i vicini se ne vanno (a stomaco vuoto, beh non proprio, la birra se l’erano scolata anche se solo mezzo litro a testa) ed il loro posto viene preso da nonnetto claudicante con figlio al seguito.

Nonnetto scatenato che comincia a cantare, unendosi ai vari cori. Arriva finalmente lo stinco che è enorme oltre che davvero squisito; purtroppo l’attesa e le dimensioni faranno sì che non riesca a mangiarlo tutto (e il cameriere mi offre di portarlo via in una borsina); all’arrivo dello stinco il nonnetto mi applaude e mi augura buon appetito.

Ottimo davvero il pantagruelico stinco, difficile da digerire se accompagnato in successione dalle musiche di Heidi, cielito lindo, Rosamunda e pure dal raffaellacarràesco “a far l’amore comincia tu”. Il clima è da festa paesana insomma quel clima che la mia puzza sotto il naso fatica a reggere: mi sembrano tutti matti.

Finita la cena pago il conto di 21,50 €: 5 € il litro di birra, 10 lo stinco (scontati del 25%) e 6,50 per le palle che scopro chiamarsi Obatzda (gustosa crema ottenuta da camembert, burro, paprika, sale, pepe e birra).

Me ne torno a casa rilassato e contento anche se mi aspettano ben 100 gradini da salire prima di arrivare in camera.

Non credo di avere mai percorso tante scale come in questa vacanza visto che il mio appartamento ne richiede 200 tra salita e discesa e ad ogni stazione della metro le scale non mancano mai; nella metro solo raramente ci sono le scale mobili, le alternative sono ascensore o scale ed io ho scelto sempre le seconde.

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