Lunedì è notoriamente il giorno in cui i musei sono chiusi e allora cosa c’è di meglio che andare a visitare uno dei luoghi che, da sempre, è tra i miei obiettivi, il santuario di Fatima.

Ci vogliono due ore per arrivare a Fatima, partendo dalla stazione dei bus (ho rischiato di perderlo, avendo sbagliato strada un paio di volte) dove sono arrivato giusto in tempo per pagare ben 17,50 € (un vero furtarello) del biglietto di sola andata. Salgo sul bus e trovo i posti liberi davanti: mi ci fiondo avidamente anche se un po’ perplesso e, in effetti, scopro che i posti vengono riservati automaticamente al momento della vendita.

Non tutti i passeggeri lo fanno, ma alcuni utilizzano persino le cinture di sicurezza (e lo farò anch’io giusto per non farmi notare); arriviamo dunque a Fatima; il santuario è a due passi, nel tragitto dovrebbe esserci anche l’ufficio di informazioni turistiche ma non riesco a individuarlo.

La spianata che conduce al santuario è impressionante per le dimensioni.

All’inizio c’è la nuova basilica, bella ma come tutte le chiese moderne, un garage per le anime, enorme; a suo fianco c’è un enorme crocifisso altrettanto imponente; il lato opposto vede la basilica tradizionale, quella che intendevo visitare dove è tutto un brulicare di lavori di restauro.

Scopro con una certa costernazione che la basilica è praticamente chiusa per lavori; rimane accessibile solo il retro dove sono sepolti i due pastorelli e suor Lucia.

Vado quindi verso la cappellina che ha preso il posto dell’albero dove la Madonna appariva ai tre bambini, quello è il vero centro del santuario e lì mi trattengo per le preghiere di rito.

Serve, però, un passaggio presso il negozio per acquistare un bel candelotto che serva, come usano fare i cattolici devoti, come offerta votiva.

Il negozio è presidiato dal un bel suorone di dimensioni cospicue in divisa azzurra e nera: quando penso alle religiose che fanno questo tipo di lavori mi viene un po’ di tristezza ma tant’è, mi avvicino alla cassa dove la signora prima di me ha acquistato un po’ di oggetti vari; la donna dice alla suora di aver comprato 6 rosari ma questa senza scomporsi si mette a contarli e a precisare che sono 7 in realtà: della serie la fiducia è una cosa, il commercio tutt’altra.

Nel negozio trovo varie forme di cera che riproducono arti, bambini, teste il che mi ricorda le offerte votive degli antichi sumeri o popoli simili: sono trascorsi 2000 e passa anni ma nulla è cambiato.

Tornato nel luogo ove si offrono las velas, cioè le candele, sono riuscito ad accendere il mio candelotto ed ho trovato anche una comoda posizione ove collocarlo; purtroppo non mi ero reso conto che, in realtà, quella posizione era riservata ai missili (mega candelotti alti  un tot) così il mio è sprofondato ignominiosamente nelle viscere del sacrario (ho poi rimediato con altre due candele normali).

Beh, la cosa importante è stato, comunque, il raccoglimento e la preghiera che ho riservato e dedicato ad ogni persona a me cara, partendo dai famigliari per estenderla a ognuno dei miei amici amatissimi e alle loro famiglie.

Nessuno è stato dimenticato o trascurato: per ognuno ho chiesto alla Regina del cielo di soddisfare i desideri che porta nel cuore; su di loro, su ciascuno e sui loro cari ho invocato la benedizione di Mosè che trovo essere una delle più belle pagine della Bibbia.

Dal libro dei Numeri, capitolo 6, 24-27:

“Benedicat tibi Dominus et custodiat te!

Illuminet Dominus faciem suam super te et misereatur tui!

Convertat Dominus vultum suum ad te et det tibi pacem!”.

“Invocabuntque nomen meum super filios Israel, et ego benedicam eis ”.

La traduzione italiana che più apprezzo è la seguente:

Ti benedica il Signore e ti protegga.

“Il Signore faccia brillare il suo volto su di te
e ti sia propizio.

Il Signore rivolga su di te il suo volto
e ti conceda pace.

Così porranno il mio nome sugli Israeliti
e io li benedirò”.

Davvero è stato un momento importante di raccoglimento che porterò nel cuore.

Dopo la parentesi mistica (mi sono pure scusato con la Madonna ma io mistico proprio non ce la faccio) sono andato alla ricerca dell’ufficio informazioni turistiche e lì ho avuto uno dei pochi travasi di bile che hanno macchiato la vacanza, anzi non proprio lì ma a poca distanza. Cos’è accaduto? che ho chiesto informazioni su come raggiungere una amena località della zona, patrimonio dell’umanità per il monastero che vi sorge e… la tizia dell’ufficio mi ha detto di ignorare se vi fossero autobus e di andare a sentire presso l’autostazione.

Ora io mi chiedo: c’è un’impiegata che si occupa di turismo e non sa se e a che ora vi siano autobus per una località nei pressi? Il sangue mi stava andando alla testa (senza che trasparisse nulla, mica potevo prendermela con la povera incolpevole signora) comunque mi sono spostato all’ufficio dell’autostazione ed ho scoperto che è praticamente impossibile raggiungere nè Batalha nè Tomar perchè gli autobus hanno orari che non coincidono con quelli per tornare a Oporto: in pratica sembra che sia tutto organizzato per impedire che la gente si sposti e possa visitare più di un luogo alla volta.

La rabbia è stata notevole ma potevo rovinarmi per così poco la bella giornata?

L’ovvia risposta comporta che, rassegnato, mi sia dedicato alla visita della Via Crucis che si stende per un percorso di un paio di km ed unisce Fatima con la frazione dove vivevano i pastorelli.

Gambe in spalla e via: mi sono fatto a ritroso le varie cappelline, in un ambiente caratterizzato da olivi e lecci (credo) striminziti e tristi che mi rimandavano a quanto dovesse essere dura e triste la vita ai tempi dei pastorelli. Sono arrivato fino a dove l’angelo della pace è apparso ai bambini, poi mi sono recato dove vivevano ma senza arrivarci, visto che era chiuso (essendo lunedì): lì mi ha colpito lo spettacolo.

Conclusa la stradina pedonale si entra nella frazioncina le cui case sono tutte proiettate nella vendita di souvenir vari tipi, dal miele alle tovaglie; sembrava di passare da un deserto direttamente nelle fauci del drago (anzi dragao) consumista.

Lì mi sono concesso un pessimo gelato (un cornetto al presunto gusto di fragola, disgustoso) ed una bottiglietta d’acqua unico ristoro fino a sera; sono quindi tornato alla basilica dove ho sostato in preghiera  per poi tornare  a Oporto.

Due cose ho notato: il gran numero di ombrelli rotti, abbandonati nei cestini dei rifiuti, segno evidente di un nubifragio con vento il giorno precedente.

La seconda e più importante sono stati i penitenti in ginocchio o sdraiati che, percorrendo la spianata, si recavano presso la cappellina delle apparizioni che circumnavigavano varie volte a discrezione.

Sofferenza offerta per … un voto, immagino.

Dolore per impetrare o per espiare qualcosa, come se il dolore  servisse veramente a qualcosa.