Mi chiami Monsieur le Président, ha detto un contrariato predidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ad un giovanotto, a margine di una manifestazione ufficiale. Questo, almeno, ho scoperto dai giornali, ad esempio La Stampa, anche se non ho ben capio quando l’episodio è accaduto, ma poco importa.

Il ragazzo, dopo avere intonato l’Internazionale, gli si è rivolto con un colloquiale “Manu”; peste lo colga deve avere pensato il President che lo ha rimborttato con una serie di frasi tali da stendere al tappeto qualunque ragazzotto d’oltralpe, ma vediamo cos’è successo.

Il ragazzo chiama famigliarmente il Presidente che reagisce dicendogli «Sei qui, in una cerimonia ufficiale, ti comporti come si deve. Quindi puoi fare l’imbecille, ma oggi è la Marsigliese, il canto dei partigiani, quindi mi chiami “Monsieur le président de la République” oppure “Monsieur”. D’accordo? Ecco». 

Il rimbrotto, però, non termina qui:  «E fai le cose nel giusto ordine. Il giorno in cui vorrai fare la rivoluzione, impari prima ad avere un diploma e a nutrirti con i tuoi mezzi, d’accordo? A quel punto potrai andare ad impartire lezioni agli altri», così ha concluso Monsieur le Président.

Confesso che non mi era affatto simpatico, Monsieur le Président, prima di questa esternazione, ma le sue parole mi hanno conquistato: in poche battute ha spiegato al ragazzo che le istituzioni si rispettano e non si banalizzano con un nomignolo ed una falsa confidenza.

Le istituzioni vanno trattate col rispetto formale, formalmente, che si confà loro: il rapporto o è formale o non è; non è scindibile la forma dall’essenza, salvo menzogna, banalizzazione o peggio.

Anche il secondo tempo della lezione è non meno apprezzabile del primo: l’idea che per fare la rivoluzione sia indispensabile prima studiare, poi lavorare suggerisce non tanto che una rivoluzione sia auspicabile quanto che sia necessario lavorare, che non è un’idea sbagliata.

Lavoro e formalismo, due idee da recuperare e rivalutare sia a livello individuale che sociale.