La partenza è stata un po’ travagliata, per dirla con un eufemismo molto gentile; chissà perché mi ero fissato (a volte mi succede, raramente ma accade) sull’orario di decollo dell’aereo senza pensare al check in così che mi sono fiondato all’ultimo momento preso dall’ansia; giungo all’aeroporto senza essere manco riuscito a prelevare al bancomat e quindi con ben 10 euro come patrimonio al seguito.

Coda in autostrada e coda in tangenziale, arrivo trafelato in Via dell’aeroporto e cosa scopro? Orrendo crimine: tutto il parcheggio, forse un po’ irregolare ma nemmeno tanto, che c’era sulla via è stato soppresso; il panico aumenta e l’unica scelta (che pagherò amaramente) è quella di ricorrere al parcheggio dell’aeroporto (mai più sia ben chiaro); anche qui non è facile trovare un posto ma le mie peregrinazioni disperate finalmente arrivano al termine; mollo l’auto e mi scapicollo ai controlli di sicurezza giusto due minuti prima della chiusura del gate; arrivo trafelato per scoprire che ancora deve iniziare l’imbarco che avverrà poco dopo.

Trovo un posto a fianco del finestrino nonostante sia stato tra gli ultimi a salire; partenza in orario e arrivo con 20 minuti di anticipo così che posso tranquillamente andare all’oficina de turismo dell’aeroporto a chiedere una mappa della città; appena uscito dall’aeroporto, sulla destra c’è ad attendere il bus: costo del biglietto 1.60 € che si pagano spicci (cambio massimo di 10 €); gli orari si trovano sul sito http://www.agredasa.es/ (nelle finestre di “Buscador de trayecto” basta selezionare aeropuerto come origen). L’autobus effettua varie fermate ma per il centro città conviene scendere al capolinea al Paseo Agustin da dove si riparte per l’aeroporto, al ritorno, quindi non cercatelo sul lato opposto, sempre da lì si parte).

L’hostal (Paraiso), pulito, decoroso, con aria condizionata rumorosa a dire il vero, si trova a pochi passi così che in breve sono pronto per tuffarmi nella vita cittadina. Mi lancio subito verso il centro che trovo stranamente poco vivace (visto l’orario, l’ho capito poi), mi pare di essere l’unico turista in tutta la città; la Seo, Cattedrale cittadina me la visito praticamente in solitaria, l’unico guardiano presente, forse preso da depressione si è allontanato permettendomi così di scattare tutte le foto che volevo alla faccia del divieto; devo ammettere che è una cosa che non faccio mai anzi maissimo ma la tentazione è stata forte ed ho ceduto.

Bella, davvero bella questa Cattedrale, con altari bellissimi, in particolare una Cappella in alabastro ed il retablo mayor sono incantevoli; uscito dalla Seo mi dirigo verso l’imponente mole della Cattedrale della Virgen del Pilar che mi incanta coi suoi tetti in maiolica colorata; qui la delusione è invece cocente: l’interno proprio non mi piace per niente anche se ne comprendo l’importanza per la storia e la spiritualità della comunità aragonese. Narra, infatti, la storia che qui comparve a San Giacomo la Vergine su una colonna per confortarlo della delusione sugli esiti della sua predicazione. Pare sia il più antico santuario spagnolo se non di tutta la cristianità e costruito sulla colonna dove la Vergine avrebbe posato i piedi (e che si può baciare tramite una piccola apertura posta sul retro della cappella). Maggiori informazioni sulla storia della spiritualità di questa chiesa si trovano a questa pagina http://www.sanpaolo.org/madre06/0407md/0407md23.htm

Mi piace molto la piazza, sia per le fontanelle coi puttini, sia per la grande fontana sul lato opposto alla Seo, sia, ancora per quella a memoria di Goya dove mi sono fermato per scrivere le cartoline agli amici, purtroppo la piazza risultava occupata, in parte, da un gruppuscolo di ceffi poco gradevoli alla vista (che siano i famosi indignados?) con tanto di tende e installazioni varie davvero poco gradevoli. I saragozani sono decisamente troppo buoni.

Scoperto che, purtroppo, la Lonja era chiusa per cambio dell’esposizione temporanea (sigh sigh) e che le chiese sono tutte chiuse ameno fino alle 147 quando va bene, mi decido per il palazzo dell’Aljaferia, sede del Parlamento Aragonese. Imponente castello, molto bello all’esterno, carino all’interno, sul vago sembiante dell’Alhambra anche se molto molto più sobrio (Granada e Siviglia sono un’altra cosa) ; è una visita che comunque vale la pena di compiere anche perché è l’unico esempio di architettura moresca sopravvissuto fuori dell’Andalusia.  Nell’Aljaferia (dimenticavo: ho sbagliato ovviamente l’accento nel tentare di pronunciarlo) c’è la torre del Trovador che ha ispirato il racconto da cui è stato poi tratto il libretto per l’opera musicata dal mio più nobile compaesano (in effetti è stato un po’ imbarazzante quando la sicurezza mi ha trascinato via mentre cantavo a squarciagola dal torrione “Ah no non può nemmeno un dio rapirti a me”: scherzo eh).

Uscito dall’Aljaferia, ove si celebrano le origini della Comunidad Autónoma de Aragón con tanto di sala ed audiovisivo dedicato alla storia della bandiera che sventola in ogni dove in città, non c’è che dire non si risparmiano, mi dirigo verso la stazione ferroviaria, capolavoro di architettura contemporanea che mi piace tantissimo, sia per l’ordine che vi regna sia per la pulizia delle linee che al distinguono; qui ho il piacere di chiedere informazioni sui treni dell’indomani per Teruel, tutto in spagnolo e senza difficoltà.

Il clima, nel frattempo, è ben cambiato per passare dai 32° ventilati con bel sole del pomeriggio ad un’afa opprimente ed un cielo scuro che minaccia pioggia; in effetti i lampi ed i tuoni non lasciano ben sperare ma non succederà nulla di significativo fino a quando non deciderò di tornare, sempre a piedi, in centro città.

Le gocce cominciano a scendere più decise di quanto sarebbe opportuno per un uomo che indossa soltanto pantaloni corti e camicia leggera a maniche corte: trovo un rifugio di fortuna sotto un albero ed aspetto che cali un po’ per riprendere poi il ritorno in centro; qui arrivo affamato e stanco verso le 20 giusto mentre sta chiudendo il mercato centrale così che posso comprarmi di corsa solo un po’ di ciliegie (mezzo chilo per non esagerare ma ci sono rimasto male quando ho scoperto di avere speso 99 centesimi); ritemprate le forze me ne giro guardando un po’ le varie chiese e le strade del centro storico che vanno via via animandosi col calare della sera; cena da Burger king poi in giro guardandomi intorno fino alle 22 passate;  per la prima volta metto piede nel famosissimo “Corte Inglés” per visitarne le libreria ed acquistare un paio di volumi da portare a casa, come sempre faccio quando vado in Spagna; mi ritiro in camera a leggere “El País “ e decido, l’indomani, di andare a visitare Teruel.

Sveglia di buon’ora, sono le 6.30, per andare alla stazione Delicias (Estación Delicias); ci vado in autobus per timore di non arrivare in tempo (costo del biglietto urbano 1.05 € sempre da pagare all’autista al momento della salita – si sale solo davanti e si scende dietro o al centro); alle 8.02 parte il treno che ferma solo a Teruel dove arrivo, in orario, due ore dopo; l’uscita della stazione è subito entusiasmante: mi trovo di fronte una splendida scalinata in stile (finto) mudejar che scoprirò poi,  non che questo mi faccia scemare l’entusiasmo, essere stata terminata nel 1921: mi basta che siano mattonelle colorate, stemmi  e movimenti vari che io mi sciolgo…

Superata la mania fotografica (alla fine saranno circa 710) raggiungo l’ufficio informazioni turistiche (miei interlocutori privilegiati saranno le impiegate dei vari uffici turistici che frequento, in assenza di sostituti del mitico Sebastian dello scorso anno a Siviglia: stavolta il miracolo non si è compiuto ma è vero che mancava quella grande e cara amica che è Silvia); ottenuta la mappa della città  mi porto nella piazza centrale senza trascurare le varie torri mudejar che mi incantano per la loro bellezza.

Molto simpatica la piazza del Torico con questo toretto piccolo piccolo sulla colonna e le luminarie a tema tutt’intorno; sensazione di stare in un paese, come quelli italiani a metà del secolo scorso: un sacco di gente in giro, fuori a chiacchierare seduti ai tavolini dei locali o in crocchi sulla piazza.

Primo obiettivo è il mausoleo dei cosiddetti “amanti”, molto decantato dalla fama che lo circonda: narra dunque la storia che i giovani Juan Diego de Marcilla, figlio cadetto di nobile famiglia  e Isabel de Segura, figlia di padre ben munito di beni, si conoscessero e amassero sin da tenera età; giunto il momento il buon Juan Diego la chiede in sposa ottenendone un netto rifiuto a causa del futuro economico incerto; si arriva, dunque, ad un patto: Juan Diego partirà in cerca di fortuna alle Crociate ed Isabel lo attenderà per 5 anni senza sposarsi. Inutile dire che il padre di lei spinge perché la giovane si sposi con un facoltoso pretendente ma lei resiste fino a quando, allo spirare dell’ultimo giorno del quinto anno, la ragazza cede alle pressioni del padre e sposa il ricco pretendente; caso vuole che in quello stesso giorno torni Juan Diego ma a nozze già concluse; in tutto questo il giovane reduce ottiene di vedere da solo la mancata sposa e le chiede un bacio; lei rifiuta in quanto già sposata e lui, per il dolore, muore sul colpo. Il giorno successivo, al funerale si avvicina alla salma una giovane velata di nero che viene a rendere all’amato (ché ancora ne era innamorata) il bacio negato 24 ore prima; serve dire che anche la giovane muore sul colpo schiantata dal dolore? I due saranno sepolti assieme e sin qui la leggenda; il problema è che poi due mummie sono state trovate e si è ritenuto che fossero dei due sventurati amanti così che la storia si è diffusa oltre i confini del paese diventando meta di visite da tutta la Spagna.

Breve colloquio con la cassiera con cui parliamo di lingua (non aveva capito che ero italiano, evviva, è la prima volta, anche se straniero lo ero di sicuro, l’accento non mi favorisce…) e che mi spiega le varie combinazioni di visita: la stessa si stupirà della mia velocità di visita ma proprio non ho trovato alcun interesse alla storia in sé: certo ho apprezzato le tombe, peraltro risalenti a una cinquantina di anni fa, ma nient’altro, niente romanticismi e smancerie inutili; la chiesa poi proprio non mi ha entusiasmato e tantomeno il chiostro che è sicuramente bello ma niente di che. Fuggo dunque a visitare la cattedrale molto bella dall’esterno e niente male dall’interno specie per quanto riguarda il soffitto in legno dipinto, peccato il solito divieto di scattare foto che qui non ho osato infrangere; torno quindi in piazza, mi avvio a visitare la torre di San martino dove salgo a contemplare il paesaggio e scendo fino alla stazione per tornarmene a Zaragoza; due ore sono sufficienti a vedere quel che merita.

Giunto a Delicias con 15 minuti di ritardo circa (incredibile indicano i ritardi con precisione al minuto: ritardo di 13 minuti ad esempio, che correttezza) festeggio mangiando un buon bocadillo al bacon y queso accompagnato da una caña e mi dirigo verso la zona dell’Expo 2008 attraversando il Ponte del Terzo Millennio. Mi piace molto questa architettura contemporanea, vetro a profusione e luce da ogni dove anche se mi sembra tutto ridotto a una mezza cattedrale nel deserto; giungo infine ad una delle mie mete: El Alma del Ebro, opera dell’artista spagnolo Jaume Plensa, struttura alta 11 metri e cava all’interno, rappresentante un uomo accovacciato, composta di lettere metalliche saldate tra loro.

Mi è piaciuta tantissimo, davvero splendida; l’unico problema è stato che ho avuto proprio lì, sotto un sole cocente, un mezzo svenimento; fortunatamente non è successo nulla anche perché ero solo in mezzo a questa piazza enorme dove davvero non girava manco un cagnolino.

Il senso di abbandono di alcune strutture mi ha un po’ intristito così mi sono spostato verso il centro (ancora in bus); al supermercato mi sono comprato una cassettina di due chili di ciliegie in offerta e 2.99 €, che prezzi da sogno che mi sono mangiato durante lo spostamento al Museo di belle arti; ritemprate le forze mi infilo nel museo (che è gratuito) e che visito, ancora una volta in totale solitudine: bellissimi alcuni ritratti di Goya che meritano veramente la visita, così come meritano alcune sculture gotiche e risorgimentali (che abbondano nei musei spagnoli). Terminata la visita mi sposto al Patio dell’Infanta, piccolo gioiello rinascimentale dentro alla sede di Ibercaja in Via San Ignacio de Loyola, con ingresso gratuito ma visibile solo al piano terra, un vero peccato.

¿Algo más? direbbero gli spagnoli, beh lanciato come sono perché farmi mancare la chiesa di Santa Engracia? Ovvio che no anche se c’era l’adorazione del Santissimo in corso e quindi mi sono astenuto dal gironzolare come avrei voluto.

Torno dunque in centro per dedicarmi alla scrittura delle cartoline, seduto sui gradini sotto la statua di Goya ed infine panino (buono) e patatine per concludere la serata alle 22 passate; ritorno in albergo anche perché la temperatura che nel pomeriggio era 32 ° ora è scesa a 23° ed il mio fisico comincia a mostrare qualche segno di cedimento.

Giornata soddisfacente: per il secondo anno festeggio il compleanno in Spagna, con grande contentezza: il viaggiare è una delle poche attività che ritemprano il mio spirito e la contemplazione della bellezza è un carburante che, per quanto pericoloso ed infido, ancora fornisce molte energie al mio cammino.