Su Siviglia incombeva un cielo grigio mentre i nostri eroi si svegliavano dal meritato riposo, pronti ad affrontare le ultime ore in terra di Spagna; Giove Pluvio aveva deciso di scaricare sulla solitamente assolata andalusa le sue ire e acqua a catinelle fu.

Ma che io e l’ottimo Stefano potevamo farci scoraggiare?

Preparato tutto per il ritorno, decidiamo di concederci una buona colazione, raggiungendo i bar senza l’uso di cartina o navigatore: ci siamo prima peri, poi ripersi e infine ri ri ripersi, ma, dopo tanto vagare, siamo arrivati alla meta.

La pioggia incessante ci limita assai i movimenti, tornare a visitare la Cartuja (come avrei desiderato) non era possibile per via dell’orario di apertura, infame (le 11.00) sebbene mi sarebbe molto piaciuto poiché a quel luogo è legato il piacevole ricordo del mio primo colloquio in spagnolo, con quel giovanotto di cui ricordo ancora il nome, Sebastian, studente tedesco che parlava uno spagnolo approssimativo come il mio, episodio molto divertente.

Non è a distanza eccessiva, invece, la chiesa di Luigi dei francesi, nome identico ad un altro luogo meraviglioso della Città Eterna, anche se, ad essere corretti, il nome esatto è Conjunto monumental de San Luis de los Franceses.

La chiesa venne eretta tra il 1699 e il 1730 dai gesuiti ed è un esempio classico del barocco spagnolo, un altro dei luoghi splendidi di questa magnifica città.

Qui completavano il postulandato i novizi gesuiti per cui la chiesa è stata pensata per esprimere al massimo quello che era il pensiero dell’Ordine di Sant’Ignazio.

Del barocco ho già detto e qui si respira barocco a pieni polmoni: tutte le arti cooperano per mostrare un ambiente talmente coinvolgente da farti sembrare un piccolo pulcino smarrito che ha bisogno della protezione e del conforto di chi detiene il tremendo potere di legare e sciogliere.

Dopo che i gesuiti vennero definitivamente espulsi dalla Spagna, nel 1835, la chiesa seguì le sorti di tante altre, fino ad essere sconsacrata, e divenire patrimonio pubblico.

Una curiosità: la chiesa è stata costruita orientandola secondo l’analemma che, manco a dirlo, ignoravo del tutto cosa fosse; ebbene ho scoperto che l’analemma è una curva geometrica a forma di otto (non simmetrico) che descrive la posizione del sole, presa da uno stesso luogo, per un intero anno e alla stessa ora.

Per dirla più semplicemente, l’altare maggiore riceve luce più abbondante in primavera mentre gli altari dedicati a santi Stanislao Kostka (altare a nord) e Francesco Borgia (altare a sud) ricevono la maggior luce nel giorno del rispettivo onomastico (sono nati, curiosamente, lo stesso giorno).

L’altare dedicato al primo lo rappresenta mentre reca tra le braccia Gesù Bambino, in ricordo del miracolo che vide protagonista il giovane principe polacco: il ragazzo, malato, riceve la visita della Vergine che gli pone tra le braccia il Divino Fanciullo, lo guarisce e gli chiede di entrare nella Compagnia di Gesù; al contrario San Francesco Borgia è rappresentato col classico teschio tra le mani in ricordo del famoso episodio che lo portò alla conversione.

Un retablo è dedicato anche a Sant’Ignazio di Loyola, presenza d’obbligo nelle chiese gesuite, rappresentato in una grotta, in meditazione, ed uno a San Luigi Gonzaga, anche questo una presenza immancabile.

C’è da visitare anche la Capilla Doméstica, altro luogo splendido, che serviva come cappella privata dei padri e dei novizi, completata prima della chiesa; in questo ambiente vi è un altro capolavoro: il retablo, opera di Pedro Duque Cornejo, cui è legata una curiosità relativa all’autore: avendo avuto problemi economici durante la realizzazione di un’opera precedente, per non finire in carcere si rifugiò presso il convento dei gesuiti per i quali realizzò quest’opera, in cambio della protezione; volendo sfuggire al carcere, cercò di restare il più a lungo possibile nel convento per cui lavorò molto sui dettagli e realizzò anche la parte posteriore del retablo.

Bello tutto l’ambiente, con numerosi medaglioni riccamente decorati, San Luis de los Franceses è una tappa davvero da non perdere; c’è anche la cripta, da visitare, ma è un ambiente molto spoglio che scompare rispetto al resto.

Terminata la visita, perdurando il nubifragio, avendo il cellulare completamente scarico e con grandissima difficoltà a ricaricarlo, decidiamo di tornare nel ristorante dove eravamo andati la sera precedente, unico ristorante che, alla richiesta di mangiare paella, aveva precisato che sarebbero serviti 30/40 minuti per prepararla, il che me lo aveva reso particolarmente affidabile e così è stato: abbiamo mangiato un’ottima paella de mariscos (e, grazie ad un ingegnoso e provvidenziale Stefano, sono riuscito a ricaricare quel minimo il cellulare da poter accedere all’imbarco).

La vacanza è terminata, preso l’autobus e via all’aeroporto; tranquillo il ritorno a Bologna anche se con un piccolo inconveniente legato al parcheggio (dell’auto di Stefano).

Giorni davvero splendidi, vacanza che mi ha rigenerato.

Siviglia 23 gennaio 2020 memoria di Sant’ Ildefonso (Idelfonso) da Toledo Vescovo