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	<title>Don Giussani Archivi - Cogito ergo adsum</title>
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	<description>Was du ererbt von deinen Vätern hast, / Erwirb es, um es zu besitzen</description>
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	<title>Don Giussani Archivi - Cogito ergo adsum</title>
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		<title>Omelia per Roberto Mastri &#8211; seconda edizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luciano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 May 2023 12:45:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[anniversari e ricorrenze]]></category>
		<category><![CDATA[in memoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei benefici collaterali della mia escursione bolognese di cui parlerò in altra occasione, è stato l&#8217;indirizzo email &#8211; stavolta buono visto che la mia precedente ricerca non aveva dato buoni frutti &#8211; del sacerdote che ha celebrato le esequie del mio compianto amico carissimo, Roberto Mastri. Ho visitato, infatti, la basilica patriarcale di san [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Uno dei benefici collaterali della mia escursione bolognese di cui parlerò in altra occasione, è stato l&#8217;indirizzo email &#8211; stavolta buono visto che la mia precedente ricerca non aveva dato buoni frutti &#8211; del sacerdote che ha celebrato <a href="https://www.cogitoergoadsum.it/wordpress/esequie-di-roberto-mastri-a-forli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le esequie</a> del mio compianto amico carissimo, Roberto Mastri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho visitato, infatti, la <strong>basilica patriarcale di san Domenico</strong>, dopo una prima volta risalente a secoli addietro, ed ho preso l&#8217;inconsueta iniziativa, vincendo la mia naturale ritrosia, di disturbare un padre domenicano orante, in una guardiola vetrata; a lui ho chiesto come poter contattare il sacerdote che aveva celebrato la messa esequiale di Roberto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gentilissimo frate mi ha fornito la mail (seppur poco fiducioso della sua correttezza) che si è rivelata quella giusta; ho contattato <strong>Fra&#8217; Pietro Zauli</strong> o.p. che, con squisita cortesia, mi ha risposto ed inviato il testo dell&#8217;omelia in originale (che qui di seguito riporto nella sua versione definitiva ed integrale).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto alle glosse, termine non citato a caso nella tradizione giuridica bolognese, rimando al <a href="https://www.cogitoergoadsum.it/wordpress/omelia-nella-messa-esequiale-di-roberto-mastri/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">post precedente</a>; qui ne approfitto per ringraziare innanzitutto Fra&#8217; Pietro e per esortare lui a farsi parte diligente perché qualcuno dotato degli strumenti adeguati, dia inizio al <strong>processo di beatificazione di Roberto Mastri</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vero è che si dovrebbe attendere almeno 5 anni dal decesso ma è altrettanto vero che , se adeguatamente stimolato, il buon Roberto potrebbe sin da ora impegnarsi per qualche miracolo, che sono certo che il Padre non gli negherà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da parte mia ho già iniziato, lasciando in seconda istanza il <strong>beato Carlo d&#8217;Asburgo</strong>, che avevo individuato come intercessore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni volta che penso a Roberto non posso fare a meno di considerarlo come santo, tutta la sua vita, nelle parti a me note ovviamente, è connotata dalla <strong>sequela Christi</strong> secondo il carisma di <strong>don Giussani</strong>: non ricordo un episodio in cui Roberto non abbia reso testimonianza della speranza che era in lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre con amabile dolcezza, ironia e umiltà ma anche con rigorosa serietà intellettuale, giudicando sempre con chiarezza i peccati, accogliendo con paziente carità i peccatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non l&#8217;ho mai sentito dubitare, vacillare o venir meno al carisma, anche quando riconosceva di essere stato eccessivo, come accaduto ai tempi dell&#8217;università (ad entrambi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;insegnamento è stato il suo concretizzare nel quotidiano i famosi talenti: ha giocato la vita nella stima del pensiero altrui, incarnando il famoso &#8220;gareggiate nello stimarvi a vicenda&#8221;: il giudizio sugli errori e l&#8217;accoglienza era proprio tra i banchi di scuola che venivano esplicitati, nel diuturno impegno con gli studenti e, forse ancor più, coi colleghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni studente, anche quelli che ha dovuto sanzionare con durezza (rari casi invero), è stato trattato come possibile partner, cioè come interlocutore, non tanto da educare &#8211; non è stato un educatore &#8211; ma da stimare cioè trattare con apertura di credito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fra&#8217; Pietro credo abbia colto la sua ironica serietà, espressione di questa stima per il pensiero potenziale o in atto, di ciascun suo studente, collega o amico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, dunque, il testo riveduto dall&#8217;autore, Fra&#8217; Pietro Zauli, dell&#8217;omelia nella messa esequiale che ringrazio ancora per le parole pronunciate e per la cortesia nell&#8217;avermele condivise.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho deciso di pubblicare questo testo oggi, a due mesi dalla morte del carissimo Roberto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Omelia per il funerale di</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roberto Mastri</p>



<ol class="wp-block-list" type="I">
<li><em>«Padre» è chi liberamente dà la vita a chi stima libero</em></li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph">1. Penso che tutti noi converremmo nel dire che se c’è qualcosa che ha descritto bene Roberto Mastri è questa classica espressione: <em>un uomo dell’istituzione</em>. Ebbene era un uomo dell’istituzione che indubbiamente ha dato la sua vita alla scuola, per la scuola! Ma non vorrei che questa espressione fosse fraintesa perché, se è vero, come è sempre stato vero – ed è una grazia che il Malpighi, la nostra scuola, cerchi di viverlo – che <em>la scuola è anzitutto scuola di persona</em>, non è a un’istituzione ciò a cui Roberto ha dato la sua vita, la sua abnegazione e la sua fedeltà. Ma è a quelle persone che la scuola intende servire: a noi! Ha dato la sua vita <em>a noi</em>, in quella forma di paternità particolare che è la docenza, ma che è a tutti gli effetti <em>paternità</em>! Perché quando un uomo dà la vita a un altro nuovo ritenendolo irriducibile a lui e stimandolo libero, questi è un padre. E guardate che io ho imparato nel corso degli anni della mia vita religiosa a capire che quel rigore di Mastri – che poteva sembrare un mero amore per la regola in quanto regola – era invece <em>stima</em>, un atto di stima alla libertà che è chiamata a scegliere e che, quando sceglie di contravvenire alla regola, è chiamata a farsi carico delle sue responsabilità. Solo la libertà carica di responsabilità è libera, il resto è un gioco, è davvero un gioco. Roberto ci ha impedito, come studenti, di giocare soltanto a fare gli studenti ma di esserlo sino in fondo. E questo fa di noi la sua famiglia, per questo gesto gratuito di vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">2. Roberto non ha lasciato figli ma in un certo senso i suoi studenti sono stati i suoi figli, i suoi colleghi sono stati i suoi fratelli, i suoi docenti sono stati i suoi mentori, sono stati i suoi padri, affianco ai suoi genitori naturali, a sua mamma che è qui che veglia sulla sua salma. E questo ci rende responsabili, come famiglia, di Roberto anzitutto nella intercessione. Come cristiani la preghiera di intercessione è la prima cura delle persone che amiamo. Essere grati significa a questo punto pregare perché veda quanto prima il Creatore, qualora dovesse attendere prima di questo immenso dono. Data la sua rettitudine io dubito che avrà, come dire, problemi all’ingresso. Soprattutto ho il mio omonimo lassù, Pietro, insomma cercherò di intercedere in maniera particolare per lui… del resto, glielo devo, essendo stato mio docente di filosofia e studiando io filosofia evidentemente qualcosa passa, qualche “gene” davvero passa nell’insegnamento (in tal senso è paternità). Ebbene siamo carichi di una responsabilità e dobbiamo farci carico delle preghiere per lui.</p>



<ol class="wp-block-list" type="I">
<li><em>La morte è un’obbiezione a noi, non a Dio</em></li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph">3. D’altro canto, le letture non sono fatte per parlaci di Roberto, la cui vita rimane un mistero tra lui e il suo Creatore. Le letture (sembrerà banale dirlo ma in realtà bisogna sempre ribadirlo) sono fatte per coloro che ascoltano e quindi per noi, interpellano noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">4. In modo particolare, c’è un’espressione cristiana, che è: “<em>Tornare alla casa del Padre</em>”, con cui noi cristiani normalmente indichiamo il trapasso dei nostri morti. Guarda caso quest’espressione è rubata dalle pagine del Vangelo, da episodi che tuttavia non sembrano sempre parlare di questo. Una di queste pagine è proprio quella che abbiamo letto oggi, è la lettura del giorno, per cui non ho voluto cambiarla benché la liturgia dei defunti lo rendesse possibile. La lettura di oggi è rivolta <em>specificatamente</em> a noi, perché c’è il rischio – e guardate che ora noi siamo in un certo senso nella situazione più del secondo fratello o primogenito, che del prodigo – ebbene, c’è il rischio di stare di fronte al ritorno alla casa del Padre di un figlio e di non volere entrare in comunione con lui, di rimanere scandalizzati. Il Vangelo ci mette perciò in guardia. Esiste una gelosia che tiene l’uomo lontano da Cristo, una gelosia nei confronti di Dio perché pare che la sua pronta generosità ci tolga qualcosa. La troppa bontà che Dio elargisce ad altri ci fa, in un certo senso, sentire in difetti, come se l’Infinito non potesse essere <em>tutto </em>per ciascuno, come si fosse qualcuno capace di esaurirLo. Questo ci dice che non l’abbiamo ancora capita fino in fondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">5. Ma ci riguarda ancor più da vicino un secondo rischio, che ci tocca proprio nella celebrazione di oggi. Vi è il rischio di essere gelosi dei nostri fratelli che il Padre a chiamato a Sé. C’è il rischio di non volere entrare, di rimare fuori, di escluderci anche dalla forma di comunione che ci è concessa fin da qui con coloro che sono ritornati alla casa del padre. Questo Vangelo, perciò, cambia e deve cambiare anche tutto lo sguardo che abbiamo sulla morte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">6. Infatti, c’è il rischio di rimanere così scandalizzati da dire che se esiste un Dio che permette una morte, tutto sommato giovane, che peraltro ha passato parte della sua vita a combattere contro la malattia, un Dio che permette una cosa simile o non è buono o non esiste. E siccome ci è profondamente difficile – questo è uno dei buoni effetti del cristianesimo a differenza del paganesimo – siccome ci è difficile credere che un Dio non possa essere buono allora diciamo che non esiste. Ma guardate che, e su questo mi permetto di insistere, la <em>morte</em>… <em>la morte in questo mondo non è un’obiezione a Dio</em>! Se pensiamo, riflettiamo, a che cosa stiamo dicendo quando parliamo di <em>morte</em> non stiamo obiettando nulla a Dio. La morte sta come un testimone di fronte alla nostra vita e il suo dito scheletrico ci ammonisce, il suo sguardo cavo ci fissa negli occhi e ci dice: “Ricordati! Per amor di Dio ricordati, che la tua vita non è tua, che la tua esistenza non è tua, che il tuo essere non è tuo!”. I filosofi non scoprirono forse Dio proprio dalla contingenza delle cose? Dal fatto che il mondo continui nonostante tutte le singole cose del mondo finiscano – dicevano – noi non possiamo che credere che debba esservi qualcosa di superiore e irriducibile a tutte le cose del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">7. La morte, lo ripeto, non è un’obbiezione all’esistenza di Dio, o meglio lo è solo all’esistenza di quel dio che pretendevamo di essere prima di incontrarla: quel dio non esiste e come cristiani non potremmo che essere d’accordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">8. È così: non hai scelto la data della tua nascita. Anche questa, persino la notizia di quel felice giorno, ebbene, l’abbiamo ricevuta, perché se non ci fosse qualcuno che ci dicesse quando siamo nati, non sapremmo neppure l’unicità di questo giorno. Ugualmente, non possiamo allungare di un minuto la nostra vita. Dalla data di nascita alla morte, tutta la vita è compresa in una massima: “Non sono padrone”.</p>



<ol class="wp-block-list" type="I">
<li><em>Perché non sono signore della mia vita mi è Signore</em></li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph"><em>un Amore più grande di me</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">9. E guardate che questo, che in realtà ci spaventa, è al contrario assolutamente rincuorante. Proprio perché non sono padrone non dipende tutto da me, ma anzitutto dipende da Colui che mi ha dato a me stesso. Niente delle cose che viviamo ci appartengono e tuttavia sono, sono senza essere state consultate perché qualcuno ha profondamente pensato che dovessero essere. Siamo nel pensiero di qualcuno che ci ha voluto a tal punto da farci essere, da non permettere neppure che i nostri limiti, le nostre fragilità, tutto quello che ci compete costituisca un’obiezione al fatto che noi dovevamo e dobbiamo essere! Al fatto che siamo un dono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">10. E questo dono che noi siamo è creato per un incontro la cui soglia passa attraverso quella cortina misteriosa che è posta tra l’Aldiqui e l’Aldilà e che noi chiamiamo morte. Se tanta cortina separa la nostra vita da quella che sarà, ebbene, per il peso di questa cortina capiamo la grandezza del mistero che ci attende, perché&nbsp;niente, se non la morte, poteva nasconderla, velarla e&nbsp;renderla così misteriosa. Dalla grandezza della morte, quindi intuiamo la grandezza del mistero che la morte copre. D&#8217;altronde, noi sappiamo che il&nbsp;Cristo ha varcato questa cortina&nbsp;<em>due</em> volte, la prima facendosi uomo per venirci incontro e per prenderci per mano. La seconda volta la varcò morendo, affinché&nbsp;questa mano superasse sicuramente quella soglia, perché quella soglia non ci facesse più paura, perché la potessimo varcare non solo con l’anima ma con l’anima e <em>col corpo</em>. Noi cristiani crediamo nella <em>risurrezione</em>! Noi cristiani crediamo che ci rivedremo&nbsp;con gli occhi con cui ci stiamo guardando ora. Noi cristiani crediamo che è talmente prezioso&nbsp;il nostro volto che&nbsp;nessun dettaglio di esso andrà perduto: questo è la resurrezione, l&#8217;immortalità nel dettaglio della nostra meravigliosa corporeità. Questa è la resurrezione!</p>



<ol class="wp-block-list" type="I">
<li><em>L’Eternità non è un tempo raffermo</em></li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph"><em>ma una vitalità senza limiti</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">12. Ebbene il Cristo del Vangelo di oggi ci insegna a&nbsp;vivere la morte come una festa, sì, come una festa. Al punto che, guardate, non è fisso nella liturgia che il colore di oggi debba essere il viola. Questo dipende dalle conferenze episcopali che si adattano alla cultura del posto. E vi sono posti che la celebrano in <em>bianco</em>, perché il ritorno alla casa del padre <em>è una festa</em>!</p>



<p class="wp-block-paragraph">13. Questo ci illumina sul significato dell’Eternità. C’è un’antica preghiera, polverosa, e come tutte le cose polverose talvolta nascondono sotto vari stati di grigio un’antica lucentezza, ebbene questa preghiera è&nbsp;l’<em>Eterno riposo</em>. Essa inizia così: “<em>L’eterno riposo dona a loro Signore, risplenda ad essi la luce perpetua riposino in pace</em>”. Noi normalmente ci fermiamo quasi sempre alla prima parola, è quella che segna il nostro impatto e ci dice&nbsp;“<em>riposo</em>”. Che cosa si fa nel riposo? Si dorme! Ma veramente il riposo non è propriamente il dormire anche se questo è il modo in cui noi lo intendiamo al massimo grado. Il riposo è il toglimento della fatica, il togliere la fatica. Poi, però, non so se avete notato il verso successivo che dice: “<em>Splenda ad essi la luce perpetua</em>”. <em>Splenda</em>. Non so se vi è mai capitato – nei conventi succede quando ancora capita che non abbiano montato le tapparelle – di dover dormire nel primo pomeriggio con la luce abbagliante del sole, lì, puntata radiosamente sul viso. Tutto fai meno che dormire! Ciò significa che questo riposo in cui <em>splende la luce perpetua</em> non c’entra niente con il sonno. Ma se al riposo è togliamo l’inattività e la fatica, che cosa rimane? Un’attività <em>piena</em> e senza fatica. C’è un subbuglio nei cieli che noi non ci immaginiamo. Probabilmente Roberto non è mai stato indaffarato come ora! Anzi siamo noi i nottambuli, agli occhi dei santi quelli sonnambuli che vanno in giro biascicando in mezzo ai sogni imprigionati nel mondo spesso onirico dei nostri pensieri, delle nostre angosce e dei nostri, talvolta non troppo prudenti, progetti. Siamo noi che dormiamo! E loro ci guardando da svegli, sì, ci guardano vegliano su di noi. Come diceva Victor Hugo (1802-1885), con una frase mirabile a me profondamente cara: <em>I nostri defunti non sono gli assenti, ma gli invisibili, essi stanno guardando i nostri occhi pieni di lacrime con i loro occhi pieni di gloria</em>.</p>
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		<title>Buona Pasqua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luciano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Apr 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[anniversari e ricorrenze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quando ho conosciuto, anni fa, Giacomo Contri, ho iniziato a pensare la Pasqua come la festa del desiderio della resurrezione del corpo: Gesù ci si è trovato a tal punto bene da decidere di non lasciarlo a marcire in una tomba.Tutta la storia di Gesù Cristo, infatti, è costellata da sottolineature del suo essere [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap has-text-color wp-block-paragraph" style="color:#121010">Da quando ho conosciuto, anni fa, <strong>Giacomo Contri</strong>, ho iniziato a pensare la Pasqua come la festa del desiderio della resurrezione del corpo: Gesù ci si è trovato a tal punto bene da decidere di non lasciarlo a marcire in una tomba.<br />Tutta la storia di <strong>Gesù Cristo</strong>, infatti, è costellata da sottolineature del suo essere un corpo (pensante): incarnazione &#8211; il Natale- Resurrezione &#8211; Pasqua &#8211; salita al cielo &#8211; Ascensione.<br />In un post in occasione della Pasqua 2012, Giacomo Contri scriveva:</p>



<p class="wp-block-paragraph"> </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Cristo pensava l’uomo come soddisfacibile: più decisivamente, pensava che solo l’uomo, non “Dio”, è soddisfacibile, né tanto meno “Dio”è soddisfatto in sé (senza incarnazione e ascensione è per “Dio” che era finita).</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Non avevo mai sentito parlare di Cristo in questi termini, nemmeno da <strong>don Giussani</strong>: è stata una scoperta per molti aspetti sconcertante perché il Gesù della predicazione clericale è normalmente un personaggio a dirla con un eufemismo, poco attraente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riprendendo un tema cui sto pensando in questo periodo, si potrebbe dire che <strong>Gesù è stato un uomo che ha avuto successo pur non essendo stato un uomo di successo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua morte è lì a dichiarare al mondo che si tratta di uno sconfitto, di uno che non ha fatto carriera, anzi di un pericoloso malfattore, sebbene <strong>Ponzio Pilato</strong>, acutamente, gli avesse riconosciuto il titolo di Re (ricordo a tutti il bel libro dedicato a Ponzio Pilato di Aldo Schiavone di cui ho parlato nel post &#8220;<a href="https://www.cogitoergoadsum.it/wordpress/passus-sub-pontio-pilato/">passus sub Póntio Piláto</a>&#8220;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso anche ai discepoli, che di lui avevano capito probabilmente poco e che devono eterna gratitudine a Giuda Iscariota che ha avuto il coraggio di fare &#8220;outing&#8221;, liberandoli dal <strong>senso di colpa</strong> che li stava divorando poiché tutti, nessuno escluso, l&#8217;avevano pensato morto (Mt, 26, «21 Et edentibus illis, dixit: “ Amen dico vobis: Unus vestrum me traditurus est ”. 22 Et contristati valde, coeperunt singuli dicere ei: “ Numquid ego sum, Domine?”» : i Dodici pensavano a Gesù come uomo di successo, tanto che speravano fosse l&#8217;ultimo, definitivo, Messia, colui che li avrebbe liberati dal giogo di Roma e non solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti si aspettavano un Messia molto potente, un uomo di successo &#8220;mondano&#8221;, uno che li liberasse da &#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volevano essere confermati nella logica del noi contro gli altri, del club, dell&#8217;élite, di coloro che sanno e hanno capito tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gesù li spiazza comportandosi da uomo che ha successo, nella <strong>statuizione di buoni rapporti</strong>, soddisfacenti, attraverso un <strong>trattamento da sovrano</strong>: Marta, Maria, la Maddalena, la suocera di Pietro, l&#8217;emorroissa, il centurione di cui guarisce il servo, Zaccheo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un Re senza obiezione a che ogni altro che incontra sia altrettanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo lo porta al punto in cui diventa insopportabile per il Potere, che non può permettere che esista uno che si permette di potere senza chiedere l&#8217;altrui autorizzazione (al clero o a Cesare) senza essere nemico, cioè senza muover guerra né al clero né a Cesare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Potere ha bisogno della guerra per consolidarsi, chi lo attacca non fa che rendere esplicita la bramosia di scalzare il potente di turno per prenderne il posto, ma rendendo eterna la dinamica: l&#8217;eterna disputa per diventare uomini di successo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gesù non ragiona così, mina l&#8217;edificio dalle fondamenta invitando a lavorare per l&#8217;edificazione di un altro regno, con tolleranza per questo che resterà fino alla fine (Mc 14,7: &#8220;Semper enim pauperes habetis vobiscum&#8221;).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Troppo pericoloso un personaggio così, meglio eliminarlo: <strong>Gesù non desiderava morire</strong> ma gli altri lo volevano morto ed eccoci così alla sua sconfitta, non era un uomo di successo, come dicevo all&#8217;inizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la resurrezione, l&#8217;avere conservato il corpo (Cito ancora Giacomo Contri: &#8220;motricità-sensibilità-pensiero&#8221;), considerato un valore irrinunciabile, ha reso manifesto (e desiderabile per tutti?) che quel conta non è essere uomo di successo ma avere successo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A ogni amico, a chi vorrà diventarlo, auguro di recuperare, a partire da Pasqua, l&#8217;idea di avere successo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parma, 17 aprile 2022, solennità della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>In memoria di don Pier Alberto Sancisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luciano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 20:43:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho casualmente saputo, oggi, che ieri, 27 dicembre, festa di san Giovanni Apostolo ed Evangelista, è deceduto don Pier Alberto Sancisi, don Piero per tutti, un sacerdote riminese che mi onoro di avere avuto come caro amico. Ne sono sinceramente addolorato perché è venuta a mancare una persona che ha inciso profondamente nella mia vita. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho casualmente saputo, oggi, che ieri, 27 dicembre, festa di san Giovanni Apostolo ed Evangelista, è deceduto don Pier Alberto Sancisi, don Piero per tutti, un sacerdote riminese che mi onoro di avere avuto come caro amico.</p>
<p>Ne sono sinceramente addolorato perché è venuta a mancare una persona che ha inciso profondamente nella mia vita.</p>
<p>Non ricordo esattamente in quale occasione ci siamo conosciuti, credo grazie ai buoni uffici di quel mito di Angelica, un&#8217;amica che è stata un tesoro inestimabile nei miei anni riminesi.</p>
<p>Un giorno, poi, ho accettato l&#8217;invito ad un incontro che don Piero aveva organizzato per parlare di Freud, studiato e meditato con l&#8217;ausilio delle opere di Giacomo Contri.</p>
<p>Abbiamo passato assieme tante domeniche pomeriggio, con altre persone che si sono unite di volta in volta, e poi allontanate, leggendo le opere di Freud e commentandole, esaminandole e paragonandole al pensiero di natura che Giacomo Contri stava via via elaborando.</p>
<p>Organizzò anche un convegno a Rimini, al Grand Hotel, intitolato &#8220;<a href="https://societaamicidelpensiero.it/mose-gesu-freud/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mosè Gesù Freud</a>&#8220;, il 20 maggio 2006 per sostenere il lavoro di elaborazione del pensiero di natura.</p>
<p>Fu anche il fondatore della <a href="http://www.edithstein.it/chi-siamo.php" target="_blank" rel="noopener noreferrer">cooperativa Edith Stein</a> che, ai tempi, si trovava nella casa di fronte alla chiesa di Poggio Berni dov&#8217;è stato parroco per tanti anni.</p>
<p>Una vocazione adulta, la sua, e molto particolare, nata grazie all&#8217;incontro con don Giussani, durante gli anni vissuti a Piacenza come tecnico chimico presso una cementeria.</p>
<p>Amante dell&#8217;arte, del buon cibo e del buon vino, assunti con grande moderazione, da intenditore qual era (condividevamo l&#8217;idea che&nbsp; il buon vino ed il buon cibo sono all&#8217;opposto dell&#8217;etilismo e della bulimia) ,don Piero sembrava un tipo scorbutico per via del suo parlare chiaro e diretto, poco diplomatico o accomodante, ma aveva un cuore di rara delicatezza e generosità.</p>
<p>Pittore egli stesso, mi aveva promesso un suo quadro, purtroppo la malattia gli ha impedito di realizzarlo, ma interessato anche alla scrittura: aveva pubblicato &#8220;La mente onnipotente&#8221;, una serie di delicati e curiosi racconti delle sue esperienze coi &#8220;mattacchioni&#8221;, sperava di pubblicarne una nuova edizione ma, anche in questo caso, il tempo è stato tiranno.</p>
<p>Siamo andati spesso a Milano, ai simposi della società amici del pensiero,&nbsp; a Urbino, agli incontri organizzati dalla dottoressa M.G. Pediconi di cui era grande estimatore perché don Piero riteneva, giustamente, che il pensiero di Giacomo Contri costituisse una ricchezza su cui valeva la pena investire tutto: la fede, le opere, la cultura, l&#8217;arte, ogni aspetto della vita di don Piero è stato caratterizzato dal paragone con Gesù, Sigmund Freud e Giacomo Contri .</p>
<p>Ricordo con particolare piacere le gite, a Caldarola, a Ferrara e soprattutto a Napoli per una&nbsp; mostra dedicata a Caravaggio e per vedere il Cristo velato di cui don Piero aveva letto un articolo sulla rivista FMR di Franco Maria Ricci.&nbsp;</p>
<p>Fu un viaggio straordinario perché don Piero era particolarmente di buon umore e ben disposto verso gli autoctoni, a differenza di me che ero prevenuto e guardingo, così non si scompose minimamente quando il taxista transitò davanti all&#8217;albergo senza fermarsi e alla mia richiesta di spiegazioni si giustificò dicendo che aveva capito male l&#8217;indirizzo, errore suo ma costo extra a carico nostro.</p>
<p>Poi, in pieno centro storico, pedonalizzato, non ricordo esattamente in quale zona fossimo, incontrammo due bambini che scorrazzavano a bordo di due veicoli che non avrei saputo identificare: don Piero si divertiva moltissimo ad osservarli e a fare considerazioni sul loro modo di comportarsi, molto &#8220;libero&#8221;.</p>
<p>Altri due episodi curiosi: eravamo fermi in uno slargo di non so quale strada, guardando la piantina; senza alcun motivo apparente si fermò accanto a noi un camioncino, ne scese un uomo che ci disse: &#8220;secondo me voi cercate da mangiare, la pizza migliore di Napoli la trovate da (non ricordo il nome) che si trova qui vicino, prendendo per di là&#8221;; io ero rimasto esterrefatto, avendo l&#8217;unica intenzione di farmi i fatti miei, mentre don Piero addirittura entusiasta, partì in quarta, tutto allegro: &#8220;sì, sì, andiamo a mangiare lì&#8221;; ci trovammo in un posto dove si mangiava tutti assieme, seduti di fronte a una tavolone di marmo, senza piatti e soprattutto con i tipi di fronte a noi che chiedevano: &#8220;da dove venite?&#8221; e saputo che venivamo da Rimini, si misero a parlare ci calcio (all&#8217;epoca c&#8217;era non so quale partita in ballo che prevedeva la possibilità di una retrocessione o di un avanzamento, non ne ho idea, che vedeva coinvolta la squadra romagnola ed una campana se non partenopea).</p>
<p>Io di calcio non so nulla, non mi interessa, non ho mai visto una partita del Rimini, quindi figuratevi quanta voglia potessi avere di colloquiare con perfetti sconosciuti, ma anche in questo caso don Piero si divertiva tantissimo ad osservare questa umanità così &#8220;intraprendente&#8221; che io traducevo in insopportabilmente invadente; la visita proseguì con la cattedrale dove venimmo abbordati da un tipo che voleva farci da guida, ovviamente non richiesto, col mio solito scandalo e la divertita reazione di don Piero.</p>
<p>Il clou lo avemmo al finale, al momento di saldare il conto, quando don Piero disse all&#8217;albergatore che intendeva pagare con carta di credito: il viso dell&#8217;uomo si rabbuiò come se avessero dato della poco di buono a tutte le componenti della sua famiglia ma l&#8217;ottimo don Piero seppe ribaltare il malcontento quando gli disse che avevamo alloggiato presso quella struttura perché consigliati da non so quale avvocato riminese; il gestore, di fronte a quel nome, si aprì ad un sorriso così cerimonioso e compiaciuto che sembrava gli avessimo dato la notizia della vittoria del primo premio della lotteria.</p>
<p>Ancora dopo anni, ricordando questi episodi, don Piero si divertiva come un bambino e rideva di gusto nel raccontarlo agli amici.</p>
<p>Ci sarebbe tanto da dire senza esaurire gli interessi poliedrici e la squisita umanità di don Piero: quante volte abbiamo cenato assieme, a casa sua, ai Tre re, lì vicino, o in vari ristoranti di Milano.</p>
<p>A testimonianza del suo gusto raffinato ho due aneddoti che descrivono bene il suo carattere schietto: una volta, tornando da non ricordo dove, ci fermammo a mangiare a Bologna, in zona stazione ferroviaria, dove ordinammo due lasagne; una volta arrivate, don Piero mi chiese: &#8220;come sono secondo te?&#8221;, risposi in maniera interlocutoria per non fare brutta figura, inoltre ero affamato, lui le lasciò nel piatto e quando arrivò il cameriere, lo liquidò con un lapidario: &#8220;sono immangiabili&#8221;.</p>
<p>Una seconda occasione me lo rese mitico; era da poco cambiata la gestione di un locale che lui frequentava spesso, una sera mi propose di andarci, per sperimentare la novità; arrivati sul posto, don Piero si presentò al cameriere che fu molto (troppo) cerimonioso, ignorando con chi avesse a che fare; al tavolo ci chiese cosa volessimo bere e don Piero chiese un buon Sangiovese, il cameriere gli propose una marca di vino, decantandola come ottima, con don Piero che gli rispose, con grande semplicità &#8220;mediocre qualità&#8221;, il cameriere, superato il primo imbarazzo, fece una seconda proposta, accolta.</p>
<p>Arrivato al tavolo, con la bottiglia, l&#8217;untuoso cameriere fece assaggiare il vino, don Piero lo annusò, un breve assaggio e: &#8220;sa di tappo&#8221;; il cameriere stava quasi collassando ma ancora non era arrivato il meglio, la scelta delle pietanze; scegliemmo entrambi il coniglio; iniziammo a mangiarlo quando don Piero mi chiese: &#8220;come ti sembra?&#8221;, convinto, risposi che mi sembrava ottimo e lui, &#8220;sì è buono, non male, ma è riscaldato&#8221;, inutile dire che io mai me ne sarei accorto.</p>
<p>Si avvicinò l&#8217;incauto cameriere a chiedere se andasse tutto bene e don Piero: &#8220;sì coniglio buono, però riscaldato&#8221;, il cameriere, ovviamente, cercò di negare con tutte le forze, con dovizia di argomenti a difesa della serietà del locale ecc ecc; in quel mentre uscì il cuoco, che lavorava nel locale già in precedenza e conosceva don Piero, e, sentito il dialogo intervenne dicendo: &#8220;è vero, è riscaldato, come sostiene don Piero, gliel&#8217;ho proposto perché ritenevo che fosse venuto particolarmente bene e perché è persona che conosco&#8221;.</p>
<p>Don Piero ringraziò cortesemente mentre il cameriere andava a nascondersi nelle più profonde segrete del locale.</p>
<p>Come sacerdote, don Piero era speciale perché affrontava le questioni senza pregiudizi o clericalismi; avrebbe apprezzato poter tenere un corso sulla figura di Gesù Cristo, in seminario, ma i vescovi coi quali ne aveva fatto cenno, non valorizzarono mai questa proposta (mi sarei stupito del contrario); le sue prediche erano inconsuete e si ascoltavano con piacere ed interesse (normalmente durante le prediche sonnecchio o leggo essendo mediamente banali quando non insopportabili), la sua generosità concreta e mai esibita.</p>
<p>Ecco, don Piero era così, schietto e diretto ma senza drammi e senza mai rancore, colto, ricercatore, curioso.</p>
<p>Non parlo della sua gatta, che curava amorevolmente.</p>
<p>Purtroppo le circostanze della vita mi hanno portato via da Rimini e questo ha allentato le frequentazioni, non la stima e l&#8217;affetto che don Piero ha sempre meritato; devo confessare che mi sento in colpa per averlo lasciato, d&#8217;altronde ho una vita costellata di errori e fallimenti.</p>
<p>Non potrò partecipare alle esequie perché lavoro, ma ho iniziato a ricordarlo nelle mie preghiere per i defunti.</p>
<p>La sua curiosità, lo spirito di iniziativa, la libertà di pensiero e la generosità mi accompagneranno sempre: gli devo una gratitudine come a pochissimi, una gratitudine filiale perché è stato un padre e non in senso metaforico.</p>
<p>Parma, 28 dicembre 2019 festa dei Santi Innocenti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>San Bernardino alle ossa, a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luciano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Dec 2016 21:20:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>San Bernardino alle ossa è una chiesa milanese, accanto alla chiesa di santo Stefano Maggiore e a due passi dal celeberrimo Duomo, che è famosa (lo è?) a motivo dell&#8217;ossario. Prima di dedicarmi a san Bernardino alle ossa, due parole su santo Stefano maggiore, chiesa che meriterebbe fama solo perchè vide il battesimo di un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">San Bernardino alle ossa è una chiesa milanese, accanto alla chiesa di santo Stefano Maggiore e a due passi dal celeberrimo Duomo, che è famosa (lo è?) a motivo dell&#8217;ossario.</h4>
<p style="text-align: justify;">Prima di dedicarmi a <strong>san Bernardino alle ossa</strong>, due parole su <strong>santo Stefano maggiore</strong>, chiesa che meriterebbe fama solo perchè vide il battesimo di un geniale artista, <span style="font-size: 20px; color: #ff0000;"><strong>Caravaggio</strong></span>; all&#8217;ingresso della chiesa venne, invece, ucciso il duca <strong>Galeazzo Maria Sforza</strong>, a soli 33 anni, la festa di santo Stefano del 1476.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo adesso a san Bernardino alle ossa: la chiesa ha vissuto varie vicissitudini ma quel che mi importa accade nel Seicento quando, a seguito di ristrutturazione, viene creato l&#8217;ossario così come lo vediamo oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ossario esisteva già in precedenza, costituito, non è chiaro, con le ossa recuperate dai cadaveri del cimitero attiguo ad un ospedale esistente&nbsp;in&nbsp;loco o con quelle delle vittime della peste descritta da Manzoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ossa sono state accatastate in modo da costituire l&#8217;ornamento della cappella, una macabra esposizione di resti, in particolare teschi e ossa di grandi dimensioni disposti in modo da formare grandi croci.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull&#8217;altare campeggia la statua di&nbsp;<span style="color: #ff0000;"><strong>Nostra Signora Dolorosa de Soledad</strong></span> di fattezze tipicamente spagnole ed infatti venne realizzata durante la dominazione di questi ultimi; osservandola mi tornavano in mente le numerose analoghe rappresentazioni della Madonna, rappresentata spessissimo, in Spagna, addolorata o con le spade nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ricordo corre ad un&#8217;altra chiesa, che potrebbe gemellarsi con san Bernardino alle ossa; una chiesa di Roma,&nbsp;S<strong>anta Maria della Concezione dei Cappuccini o Nostra Signora della Concezione dei Cappuccini</strong>, in via Veneto la cui cripta, composta di 5 cappelline, è completamente decorata con le ossa dei frati cappuccini.</p>
<p style="text-align: justify;">Curioso modo di recuperare un prodotto di scarto come le ossa e sicuramente comportamento da far impallidire gli sciocchi scherzetti venuti di moda con halloween.</p>
<p style="text-align: justify;">Storicamente non so se sia sostenibile, ma credo che questa pratica sia caratteristica del barocco, una modalità molto scenografica per incutere timore e invitare a meditare&nbsp;sulla vacuità della vita sempre esposta al morso affascinante e angoscioso della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Scriveva <span style="color: #000080;"><strong>Sigmund Freud</strong></span>: &#8220;<i>Quando il viandante canta nell&#8217;oscurità, rinnega la propria apprensione, ma non per questo vede più chiaro.</i>&#8221;&nbsp;(<i>Inibizione, sintomo e angoscia,</i>1925); l&#8217;esibizione delle ossa mi pare un modo &nbsp;per cantare nell&#8217;oscurità, vincere la paura della morte contemplandola e negandola al tempo stesso, restandone fissati.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che prende il sopravvento è lo stupore che deve vincere lo spettatore: stupore è parola adeguata perchè lo stupore induce ad uno stato di coscienza obnubilata ed alla sottomissione; <strong><span style="color: #000080;">Giacomo Contri</span></strong> scriveva già nel 2009 (think dell&#8217; 08/01/2009)&nbsp;&nbsp;che &#8220;solo uno stupefacente produce stupore&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono esente da questa tentazione anche se, scrivendone, cioè facendomene qualcosa, utilizzando quel che ho guardato come materia prima per produrre altro (foto e commento per iniziare) sfuggo al rischio della stuporosa autoreferenzialità.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene in mente anche una critica ad una delle preghiere classiche del cattolicesimo, il &#8220;requiem aeternam&#8221; che così prosegue:&nbsp; dona ei (eis), Domine, et lux perpetua luceat ei (eis). Requiescat (-ant) in pace. Amen.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;italiano traduce &#8220;eterno riposo [&#8230;] riposino in pace&#8221;: idea di non lavoro; dopo il lavoro compiuto in terra con alterne fortune e molta fatica il defunto meriterebbe un eterno riposo, in contemplazione di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Prospettiva allettante? Ho sentito da qualche parte, non saprei indicarne la fonte, un aneddoto che riguarda <span style="color: #000080;"><strong>don Giussani</strong></span>, appassionato di ciclismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando del <strong>paradiso</strong> Giussani racconta che, ovviamente, ci sarà la contemplazione del volto di Dio, esperienza fantastica bellissima, ma, chiede, da ciclista, se sia possibile, lì in paradiso, organizzare un giro d&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per un aneddoto come questo meriterebbe da subito il titolo di santo: oltre alla contemplazione, il paradiso potrebbe essere il luogo della realizzazione, via lavoro, di ciò che è stato elaborato, desiderato.</p>
<p style="text-align: justify;">Luogo di lavoro finalmente concludente e senza il sudore della fronte, cioè senza la superfetazione del peccato che rende difficoltoso il pensiero del lavoro e la sua realizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiero che giunge a meta, con soddisfazione dell&#8217;uomo e magari non solo dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;Milano, 19 novembre 2016 memoria di&nbsp;Santa Matilde di Hackeborn</p>
<p style="text-align: justify;">[nggallery id=225]</p>
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		<title>ultima parte del cimitero di Milano</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Aug 2014 10:16:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ancora al cimitero monumentale di Milano. Qui si inizia con un angelo con la tromba, ma non manca l&#8217;arte edificatoria rappresentata da un discinto uomo maturo con martello, ancora la bellissima ragazza nuda, poi madri che allattano, un bellissimo Hermes, il busto di Verdi nel famedio e la splendida tomba dei Carcano di Bregnano con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ancora al cimitero monumentale di Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui si inizia con un angelo con la tromba, ma non manca l&#8217;arte edificatoria rappresentata da un discinto uomo maturo con martello, ancora la bellissima ragazza nuda, poi madri che allattano, un bellissimo Hermes, il busto di Verdi nel famedio e la splendida tomba dei Carcano di Bregnano con un angelo che sostiene una donna su uno sfondo di mosaico dorato. C&#8217;è ancora un soldato in posa da vedetta, con mano a riparare il viso dal sole per permettere di scrutare un orizzonte che non è più.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi c&#8217;è la tomba di Manzoni che non è niente di entusiasmante.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mie prime escursioni in questo straordinario luogo di memoria finiscono qui, ma avendone parlato con gli amici, ho fatto nascere il desiderio di visitarlo; io ci tornerò di certo, per vedere le tombe che mi sono accorto di avere saltato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho parlato di una tomba sulla quale mi sono soffermato (anche in compagnia di mia nipote), quella di Don Giussani.</p>
<p style="text-align: justify;">Una veloce preghiera, un ricordo delle volte che ho avuto, di sfuggita, occasione di incontrarlo e stringerli la mano: è uno degli uomini cui debbo gratitudine. La sua tomba, purtroppo, non mi piace per niente, meritava di più.</p>
<p>[nggallery id=186]</p>
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		<title>Con Laura a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luciano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2014 20:04:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Evidentemente c&#8217;ho preso gusto e sono tornato a Milano, ancora una volta, la terza in poco tempo, ma stavolta non da solo. Non so se attribuire il miracolo all&#8217;intercessione del santo di oggi, Ignazio di Loyola, mica uno qualunque (poi adesso che abbiamo pure il papa gesuita) o a Don Giussani sulla cui tomba (che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span id="mce_0_start" style="overflow: hidden; line-height: 0px;"></span>Evidentemente c&#8217;ho preso gusto e sono tornato a Milano, ancora una volta, la terza in poco tempo, ma stavolta non da solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so se attribuire il miracolo all&#8217;intercessione del santo di oggi, Ignazio di Loyola, mica uno qualunque (poi adesso che abbiamo pure il papa gesuita) o a Don Giussani sulla cui tomba (che mi piace poco) mi ero soffermato l&#8217;altro giorno e su cui sono tornato pure oggi, ma è accaduto che, per la prima volta da quando è nata, mia nipote Laura è venuta in gita con me, io e lei da soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Giornata fantastica, con tante chiacchiere scambiate, come mai era accaduto; temo si sia un po&#8217; annoiata e sicuramente stancata (le gambe le facevano male, ma questo succede a tutti i miei compagni di viaggio) ma mi ha parlato delle sue preferenze in materia di parenti e mi ha anche chiesto a chi lascerò i miei libri una volta che sarò morto. Le ho risposto che spero sia lei quella che avrà il desiderio di averli ma che, comunque, qualsiasi cosa mi chieda anche oggi è già nella sua piena disponibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo avuto una fortuna sfacciata con gli autobus, presi sempre al volo, salvo il primo che, a un certo punto, ci ha avvisato che la corsa era terminata e che saremmo dovuti scendere: per un istante ho pensato che la certosa di Garegnano (che proprio si rifiuta alla mia memoria)  si  opponesse alla nostra visita, ma fortunatamente, dopo solo 7 minuti il tram (ed era la prima volta in tram per mia nipote) ci ha portato a destinazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiesa bellissima, totalmente affrescata e magnificamente conservata (credo frutto di sapienti e recenti restauri): io e Laura eravamo gli unici turisti, sperduti tra gli affreschi che ritraevano monaci, monache, vescovi e gli episodi dell&#8217;infanzia di Gesù.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho affidato a Laura la macchina fotografica, lasciandole libertà di farne l&#8217;uso che preferiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Terminata la visita ho azzardato e le ho proposto di tornar dov&#8217;ero stato poco tempo prima, al cimitero monumentale; lei ha accettato e via&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo pranzato da McDonald, esperienza che ai giovani piace sempre, poi ci siamo dedicati alla visita alla rinascente (prima volta per entrambi): grandi magazzini del lusso che ci hanno incantato. Ricordavo un articolo letto non so dove, in cui si magnificava la bellezza delle commesse della Rinascente degli anni Sessanta;  quell&#8217;epoca è definitivamente tramontata ma la sensazione di luogo raffinato è rimasta, declinata nell&#8217;attualità, con giovani commessi maschi addetti ai vari box dei profumi.</p>
<p style="text-align: justify;">Visti i prezzi non oso comprare nulla; ci dedichiamo allora ad una libreria dove compro due volumi per Laura quindi ci avviamo verso la metro non prima di scoprire la chiesa di santa Maria del Carmine che ha una cappella barocca molto molto bella.</p>
<p style="text-align: justify;">Al ritorno la nipote stremata si addormenta in treno: chissà che passata la stanchezza non le torni, prima o poi, il desiderio di ripartire&#8230;</p>
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