« Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine
Vere passum, immolatum in cruce pro homine,
Cujus latus perforatum unda fluxit et sanguine,
Esto nobis praegustatum in mortis examine.»

Aldo Schiavone ha pubblicato un volume da non perdere, dedicato a Ponzio Pilato.

Consigliatomi dall’amico di sempre, Gabriele Trivelloni, me lo sono letto con avidità.

Storia di Ponzio Pilato, quasi sconosciuto quinto prefetto della Giudea, sotto l’imperatore Tiberio, che diventerà famoso per una manciata di ore trascorse a giudicare un uomo che ha cambiato la storia dell’umanità intera, Gesù Cristo (Ιησοῦς Χριστός Θεoῦ Υιός Σωτήρ).

Cosa accadde tra i due? nel dialogo, più che un interrogatorio, Ponzio Pilato sembra riconoscere la regalità, anzi sovranità di Gesù, sovranità individuale, non ostile a Cesare ma che non ha in Cesare la sua legittimazione.

Non a caso farà scrivere, secondo quanto riporta Giovanni al capitolo 19:

19 Scripsit autem et titulum Pilatus et posuit super crucem; erat autem scriptum: “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum”.

20 Hunc ergo titulum multi legerunt Iudaeorum, quia prope civitatem erat locus, ubi crucifixus est Iesus; et erat scriptum Hebraice, Latine, Graece.

21 Dicebant ergo Pilato pontifices Iudaeorum: “ Noli scribere: Rex Iudaeorum, sed: Ipse dixit: “Rex sum Iudaeorum” ”.

22 Respondit Pilatus: “ Quod scripsi, scripsi! ”.

Pilato cerca di liberare Gesù, riconoscendolo innocente salvo comprendere che Gesù stesso vuole morire, non perchè sia masochista o fanatico religioso (non è un terrorista in attesa di 72 vergini), ma perchè sa che non ha scampo, mai i giudei gli potrebbero permettere di continuare a vivere.

Aggiungerei io: mai i preti giudei potrebbero accettare un compromesso con chi minava in radice la (loro) religione.

Ma torniamo a Pilato; i suoi tentativi di salvare Gesù, ben altro dall’ipocrita abluzione delle mani con la quale è passato alla storia, arrivano fino alla proposta di liberare Barabba, rivoluzionario, quest’ultimo, anzi terrorista nemico ed inviso ai compromessi collaborazionisti sadducei.

Preferire Barabba equivaleva a riportarsi in casa una serpe pericolosa, che non avrebbe esitato un momento a far fuori chi riteneva una quarta colonna dell’occupante romano e tuttavia, evidentemente, la scelta di Barabba doveva sembrar, tutto sommato, molto meno inquietante. Barabba, per quanto pericoloso, rappresentava una spina nel fianco locale, mentre la predicazione di Gesù spalancava le porte alla cattolicità, cioè a ogni uomo di buona volontà (cioè interessato ad allungare la mano e approfittare del Suo pensiero), non necessariamente ebreo (Matteo, 3,9 “et ne velitis dicere intra vos: “Patrem habemus Abraham”; dico enim vobis quoniam potest Deus de lapidibus istis suscitare Abrahae filios.”).

Il suo tentativo di liberare Gesù fallisce, neanche la fustigazione è sufficiente per soddisfare chi aveva ben chiaro che il pensiero di Gesù era troppo pericoloso per consentire che quell’uomo sopravvivesse.

Allora si potrebbe ipotizzare che Pilato diventa complice di Gesù e, pur mandandolo a morte, lo riconosce come un’autorità e innocente: “Ego nullam invenio in eo causam”.

L’autorità di Roma lo dichiara innocente.

Di Pilato resteranno poche notizie ma questo dialogo, come un “occhio di bue”, lo consegna alla storia dell’uomo.

Oggi è il giorno del “crucifixus, mórtuus, et sepúltus”.

Domenica attendo: “tértia die resurréxit a mórtuis,
ascéndit ad cælos,
sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis,
inde ventúrus est iudicáre vivos et mórtuos.”

Dal  iudicáre credo che Pilato potrà averne soddisfazione (ma ci avrà ben lavorato in purgatorio).

 “ Videbunt in quem transfixerunt ” (guarderanno a colui che hanno trafitto).

                                                                                                                                Parma, 25 marzo 2016