padrone in casa propria

Una storia di anni fa, tanti anni; la persona che me l’ha raccontata resterà anonima per ovvie ragioni di riservatezza.

Dunque c’è un bambino conteso, da genitori in guerra. Il tribunale del tempo (cosa assai strana, ma non ci sono fonti documentarie cui risalire purtroppo) lo affida al padre, con diritto della madre di vederlo il fine settimana.

Un giorno si presenta a scuola un uomo; ricevuto dalla bidella. La scuola è in periferia, una sezione di un istituto cittadino; il direttore non credo si sia mai visto o forse una volta (e i bambini si alzavano tutti in piedi salutando con deferenza. “buongiorno signor direttore”.

Forse, quel giorno, c’era anche il direttore (il solo nome “Direttore” incuteva un sacro timore agli scolaretti di campagna); si avvicina l’ora di fine lezione; un bambino (il nostro protagonista) viene convocato fuori della classe; l’uomo sconosciuto si presenta come inviato del Tribunale ed in presenza della maestra e di qualcun altro non meglio identificato interroga gentilmente il fanciullo, timido, impacciato ma molto ben educato – e come tale sa che non si contraddicono gli adulti.

Le domande sono semplici, non sembrano questioni complesse: “vuoi bene al tuo papà?”, “vorresti andare col tuo papà?”

Il bambino, di età compresa tra gli 8 e i 10 anni, compiace il funzionario del tribunale e risponde che certo vuole bene al suo papà e che vuole andare con lui a casa.

Purtroppo c’è un equivoco: il funzionario intende a casa del padre, il bambino, al contrario, intende quella della madre, con cui vive; questi si aspetta che il padre lo accompagni a casa (che peraltro dista poche centinaia di metri dalla scuola) cioè a casa della madre quindi lo segue tranquillo.

Salgono in auto, pochi istanti, il tempo di percorrere quella sporca ventina di metri che separano la scuola dall’incrocio con la strada che porta a casa … ed il bambino scopre l’inganno.

Scoppia in un disperato pianto che durerà a lungo, il bambino è inconsolabile: vuole tornare da sua madre; giunto a casa del padre vi troverà i nonni che proveranno a consolarlo, chiedendogli il motivo di tanta disperazione. Probabilmente lo faranno giocare un po’, di fronte a casa, forse con sassi, sabbia ed acqua, ma poi si avvicina la sera e torna la disperazione ed il pianto.

Il padre, certamente animato di buone intenzioni, lo porta al cinema e per un po’ il pianto si placa.

La sera, tardi, finalmente il bambino si addormenta.

Il giorno dopo nessuna novità: pianto e richiesta di tornare dalla mamma e a scuola.

In quell’occasione, probabilmente, il padre gli compera un trenino elettrico – bellissimo – con gli scambi, il passaggio a livello, il tender, forse due locomotori per avere così due convogli e poi la ferrovia da montare, con gli incastri, un gioco bellissimo (“ma lo teniamo qui, non lo porti a casa, così ce l’hai quando torni”).

Arriva dunque il sabato, dopo due giorni di passione, ed è diritto della madre venire a prendere il bambino; la donna non ha la patente ed è molto… arrabbiata, quindi è consigliabile che vada una persona più tranquilla. Si presterà alla bisogna una cugina del bambino che alla guida del proprio ciao bianco parte verso la casa fatale.

Il bambino è al bar, col padre; uno gioca a carte con gli amici, l’altro forse a flipper poi gli compra un pacchetto di patatine (la sorpresa è una bandiera in plastica); finiti i giochi i due si avviano a paiedi verso casa.

Alla spalle sopraggiunge improvviso, inaspettato, il rumore del motorino che si avvicina; nel prato a lato della strada un uomo sta annaffiando,il bambino sembra percepire un suono amico, si gira e riconosce al volo il volto amico dell’amatissima cugina; si sfila dalla mano del padre e le corre incontro piangendo disperato, la abbraccia supplicandola di portarlo a casa.

Il padre ha qualche obiezione a consegnare il bambino ad una ragazzina che avrà avuto 15 o 16 anni, ma infine cede ed i due partono subito alla volta di casa, il bambino seduto dietro.

Giunti a casa, esaurite le lacrime di prammatica, sembra sia in corso una riunione di famiglia, coi nonni materni ed alcuni zii: la processata è la madre ma di questo episodio il bambino non ricorda altro.

Tutto pare tornato alla normalità ma presto arriva la domenica sera e con questa l’inevitabile ritorno a casa che padre, che puntualmente si presenta a recuperare il bambino.

Colpo di scena: il bambino, mostrando caparbietà da adulto, si rifiuta di tornare col padre; viene richiesto l’intervento della forza pubblica, arrivano i carabinieri, ma stavolta il bambino è a casa propria, non è da solo e non si sente intimorito (o meglio sì, ma sente che la posta in gioco è la sua stessa vita futura) per cui si chiude in bagno e minaccia di suicidarsi se lo faranno andare col padre.

La minaccia è risibile, buttarsi dalla finestra del piano rialzato, comporta rischi pari a meno di zero, ma l’effetto è importante: quella sera i quasi ex marito e moglie tenteranno un accordo in extremis per vedere se sia possibile tornare assieme per il bene dei figli. il tentativo naufraga la sera stessa, o poco dopo, ma intanto il bambino ha ottenuto il suo scopo: resterà con la mamma.

Questa  è la fine di quello che l’uomo chiama, un po’ scherzosamente, un po’ teatralmente, con un pizzico di dramma barocco, il suo “rapimento”.

Quell’episodio segnò la fine di una battaglia (non della guerra): il padre si rassegnò ed il tribunale adottò non si sa quale soluzione che rese possibile al bambino di restare con la madre; a dire il vero avrebbe dovuto passare i fine settimana col padre ma non credo sia mai più accaduto; da quella data  due si sono rivisti, credo, dopo almeno una decina d’anni.

Oggi l’uomo racconta un sogno, fatto la notte del 31 gennaio. Dice dunque l’uomo:

“ero in casa, stavo cucinando, con tanto di grembiule (che precisa, nella realtà, non porta mai); c’è confusione, forse una pentola ha dell’acqua che fuoriesce; entra una donna (sui 30/35 anni) da lui conosciuta bene, ma non sa dire chi sia. La donna gli dice una frase del genere: “me ne vado” (in vacanza? definitivamente? – l’uomo propende per l’idea di un abbandono definitivo), al che lui ribatte, chiedendo dei figli (un maschietto sicuramente, ma l’uomo dice che sono due, forse una è una bambina) ottenendo una risposta lapidaria “ci penserete voi, ve li lascio” (oppure un “si arrangeranno, ci siete voi ad occuparvene”), quindi se ne esce dalla stanza e scompare.

L’uomo è per strada, vede sul ciglio, sul verde del bordo, una strana zolla di terra a forma di parallelepipedo con sopra una sorta di attacco ed un elastico marrone; accanto a questa c’è un secondo elastico marrone (non si sa cosa siano ma sono sicuramente un gioco). Sembrano abbandonati per cui l’uomo se ne impossessa e si avvia verso casa quando sente alle proprie spalle, ad una decina di metri, un uomo che dice ad un altro “l’ha preso lui” oppure “è lui il responsabile”.

A casa è nuovamente in cucina quando suonano al cancello, si affaccia e nota la presenza di un bambino (tra i 9 e gli 11 anni, precisa ma un po’ dubbioso) assieme al maresciallo dei carabinieri ed ad un altro uomo o forse due. Gli parlano del furto del gioco, quindi vanno in cantina per tornarne poco dopo; la situazione sembra chiarita,anche se il proprietario di sto gioco lamenta di avere avuto un danno di 400 o 500 euro. L’uomo, dalla finestra della cucina, obietta che questo ci sta speculando e che non c’è nessun danno di tale cifra poi indica al maresciallo il gioco che si trova adesso sopra un camioncino.

Il maresciallo rassicura il bambino dicendogli che se il proprietario del gioco non sporgerà querela tutto finirà senza problemi; a quel punto il nostro protagonista, adesso presente in cortile di fianco al bambino, lo rassicura a sua volta con un’affermazione da giurista: “stai tranquillo che fino a che non hai 14 anni non sei imputabile, per cui non rischi niente” (e nota la stranezza: non era stato il bambino a commettere il furto o comunque l’appropriazione quindi lui non correva rischi, a prescindere).

Ora l’uomo invita il maresciallo a restare a pranzo, ma questi rifiuta dicendo “devo dimagrire, sono a dieta”, oppure “ma è solo lunedì”, ma a fronte di un po’ di garbata insistenza, accetta e sale le scale per andare in casa. Il maresciallo è di casa in quell’abitazione, c’è consuetudine di frequentazione.

Arriva infine un uomo, più giovane del protagonista, al quale il nostro rivela di essere stato lui a prendere il gioco, e forse gli dice anche che la donna se n’è andata lasciando a loro la cura dei bambini; quest’uomo sarebbe il compagno del protagonista (che non sa indicare chi sia, un volto, come quello della donna, sconosciuto, non caratterizzato).

Fine del sogno; il tutto avviene senza angoscia, anzi viene raccontato come un sogno piacevole.

Mi concentro un momento sull’episodio del trenino: assieme ad altri simili (stavolta è protagonista la madre che regala qualche lira al figlio ma solo perchè la risparmi e si arrabbia quando scopre che lui li aveva tolti dal salvadanaio per comprarsi le figurine) rappresentano bene la perfidia degli adulti.

Il bambino non è padrone in casa sua; non può godere dei propri beni perchè altri hanno deciso per lui ed utilizzano i giochi o il denaro per comprarne la presenza.

Tra i due litiganti … il bambino non gode.

Mi viene in mente quanto il dottor Glauco Genga scriveva [in  Cartolina da Delfi. La correzione del parricidio, Father & Son; www.culturacattolica.it 5/7/2013]: “Il parricidio non è un omicidio qualsiasi. Esso riguarda anzitutto l’idea – potremmo dire la vecchia idea – che l’altro sia sempre, realmente o potenzialmente, un inciampo, un ostacolo: uno prima di me, meglio di me o più grande di me. In tutti questi casi l’altro è qualcuno da eliminare: mors tua vita mea.
Una tale deviazione nella concezione dell’altro comporta un danno gravido di conseguenze per la vita del soggetto e per l’intera civiltà. La correzione del parricidio resta impensata e per i più impensabile.”

La vecchia idea del padre primigenio che possiede tutte le donne ed esclude i figli dalla possibilità del godimento; un essere da invidiare (e infatti verrà ucciso e sostituito dai figli), qualcuno che ostacola il pensiero dell’altro.

L’idea che non vi può che essere un solo pensiero per volta e che chi detiene il potere, essendo ostacolo agli altri, non può che essere fatto fuori: non vi è acquisizione legittima dei beni.

Quel bambino è caduto nella trappola.

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