Intendevo andare a Milano e ce l’ho fatta, il 24 gennaio, memoria di san Francesco di Sales, anche se ho mancato l’appuntamento più importante, la mostra dedicata a Chagall, causa fila.

Mi sono accontentato, per così dire, di Van Gogh: esposizione non malvagia, con alcuni ritratti e paesaggi da ricordare; il tema, invece, van Gogh e la terra, mi è sembrato abbastanza banale tanto che ho deciso, incredibilmente per il mio modo di pensare, di non acquistare il catalogo. La visita è stata comunque soddisfacente come non può non esserla quando si vanno a vedere opere di tale bellezza.

La seconda mission è Alberto Giacometti, in mostra alla G.A.M., galleria di arte moderna, in Via Palestro.

Non ci ero mai stato e non avevo idea di dove fosse ma non è stato difficilissimo trovarla: biglietto di 14 €, 11 per la mostra e 3, a parte (in un’altra cassa) per il museo (della serie le complicazioni italiane… 4 cassieri per fila pari a 1).

Giacometti mi era stato valorizzato dall’amico don Piero Sancisi, da sempre mio maestro in fatto d’arte e non solo.

Le opere di questo artista mi hanno lasciato un po’ freddo ma voglio capir meglio; mi veniva in mente un paragone forse scorretto ma suggestivo; Alberto Giacometti come Michelangelo.

Com’è noto quest’ultimo scolpiva per liberare la forma imprigionata nella materia secondo le teorie neoplatoniche.

Cito a proposito Erwin Panofsky (I temi umanistici nell’arte del Rinascimento, 1939; Einaudi 1975): “Le sue figure simbolizzano la battaglia ingaggiata dall’anima per sfuggire al carcere della materia. Ma il loro isolamento plastico denota l’impenetrabilità di quel carcere.”

Operazione simile mi sembra quella di Alberto Giacometti che scarnifica le sue opere, riducendole ad un essenziale che sembra divenire pura forma, quasi priva di materia. Nell’uomo di Michelangelo l’anima e il corpo sono in lotta, atleti possenti  che mostrano la tensione che non si conclude in vittoria di una parte sull’altra; in Alberto Giacometti l’anima è quasi scomparsa ma non in favore di una materia vincente quanto nella manifestazione di una dissoluzione dell’una e dell’altra, una sorta di cupio solvi che rode dall’interno le figure fino a trasformarle in scarnificati simulacri.

Se in Michelangelo ancora Io e Superio sono in lotta, ma l’Io sembra avere ancora forza per difendersi, in Giacometti tutto sembra implodere in un Superio che quale buco nero tutto assorbe e priva di vita.

Due tappe verso … l’inferno.