Verona Minor Hierusalem è il titolo di un progetto, di quelli che apprezzo incondizionatamente.

L’idea è quella di coinvolgere dei volontari, formarli, cioè dar loro delle conoscenze adeguate e utilizzarli per tenere aperte alcune chiese d’oltre Adige che solitamente sono ignorate dai percorsi turistici.

Queste chiese, che ho visitato, salvo una che mi è proprio sfuggita, ripercorrono idealmente i luoghi di Gerusalemme.

Ho scoperto da uno stralcio del volume  Verona Minor Hierusalem di Davide Galati, Marta Scandola, Martino Signoretto che “Addirittura nel proemio del 1405 degli Statuti Veronesi si vuole Verona, fondata da Sem, uno dei figli di Noé proprio come Minor Hierusalem. … Ecco dunque che la chiesa di Santa Maria è legata a Nazaret, che San Zeno in Monte equivale a Betlemme. Che sostare a Santa Maria in Organo equivale ad entrare a Gerusalemme.”

Dal sito http://www.veronaminorhierusalem.it: “L’idea di una Verona Minor Hierusalem ha probabile inizio da un noto personaggio della storia veronese, un costruttore, larcidiacono Pacifico (776-845), per 43 anni prefetto dello Scriptorium Capitulare. Un antico documento afferma che aveva composto un dizionario e alla lettera «V», la voce dedicata a Verona parlava della città come se fosse stata fondata da Sem, figlio di Noè, con il nome di «Gerusalemme Minore». Tale legame trova il suo coronamento alcuni secoli dopo, nel 1474, quando il consiglio di 12 deputati riuniti su autorizzazione del magnifico signore podestà, al quale parteciparono anche altre autorità, deliberò un nuovo sigillo per la città di Verona con la seguente iscrizione: Verona Minor Hierusalem Di. Zenoni Patrono («Verona piccola Gerusalemme dedicata a Zeno Patrono»).”

L’idea di compiere questa visita è stata una folgorazione immediata, corroborata anche dai dialoghi con alcuni cortesissimi volontari, e allora, gambe in spalla e via andare.

Prima meta la chiesa di santo Stefano protomartire con begli affreschi, Annunciazione ed Incoronazione della Vergine, di Martino da Verona e con la famosa cappella Varalli, in stile barocco, raro per la città di Verona. C’è anche una bella statua di san Pietro, seduto in cattedra, che ricorda quelle ben più famosa, in bronzo, in Vaticano nella basilica di san Pietro. 

 Seconda tappa san Giorgio in Braida dove svelo l’arcano dei tizi vestiti in antico costume: nel piazzale a pochi passi dalla chiesa simulano la difesa della porta, con assordante rumore di cannonate; sono gli insorti delle Pasque veronesi.

Veniamo alla chiesa, ancora una volta decisamente bella grazie alle opere che custodisce: una Madonna in trono affiancata dal patrono di Verona San Zeno e San Lorenzo Giustiniani di Girolamo dai Libri, il Martirio di  San Giorgio di Paolo Caliari detto il Veronese, opera davvero splendida e non meno bella il Martirio di san Lorenzo, poi ci sono due enormi tele, di Paolo Farinati, la Moltiplicazione dei pani, e l’altra di Domenico Riccio detto il Brusasorzi, La manna nel deserto.

In una cappella laterale c’è custodita una immagine oggetto di grande devozione, il Cristo portacroce, di colore verde.

La sua storia in breve: verso l’anno 1445, un soldato della Repubblica Veneta dipinse sulle mura della città sopra l’intonaco di un baluardo, di fronte alla chiesa di San Giorgio in Braida, l’immagine di Gesù Cristo che porta la croce.

La devozione da lui iniziata riscosse un certo successo ma niente di che fino a quando una pia donna, avendo un figlio ammalato, ottenne miracolosa guarigione.

Da allora fu un susseguirsi di miracoli, con tanto di ex voto che ancor oggi sono esposti alla pareti laterali; una raccolta non molto diversa da quella che ho ammirato a Cesena, nella basilica del Monte.

La fama di questo Cristo portacroce l’ha preservato dall’abbattimento di quel tratto di mura ed alfine è riuscito ad arrivare integro fino ai giorni nostri.

Il colore verde gli deriva dall’avere usato, il devoto autore, erbe come unica sostanza colorante.

Unico neo della visita, in questa chiesa, è una, peraltro gentilissima, volontaria che mi viene a dire di smettere di fotografare perchè privo di permesso, mentre un mio “concorrente” si era accreditato appunto per scattare foto: ho smesso immediatamente, ma fortunatamente avevo immortalato quasi tutto quel che potevo per cui i danni sono rimasti limitati.

Dopo san Giorgio in Braida è la volta di un’altra chiesa di grandissimo interesse, san Giovanni in Valle; questa sembra sia stata la cattedrale ariana, ai tempi di Teodorico.

Come in quasi ogni chiesa che ho visitato ci sono lacerti di affreschi di epoca medioevale e san Giovanni in Valle non fa eccezione, ma il vero tesoro è nella cripta.

Una gentile signorina accoglie i visitatori con particolare garbo e competenza, spiegando loro le scene rappresentate nel più elaborato dei due sarcofaghi.

Perchè vi sono due sarcofaghi nella cripta; uno di origine pagana, tomba di una coppia di sposi, raffigurati al centro di una elaborata conchiglia, il secondo, paleocristiano, risale al IV secolo ed è scolpito con scene di ispirazione biblica; questo, secondo la tradizione, ospita le reliquie dei santi Simone e Giuda Taddeo.

Questo sarcofago, molto bello, rappresenta la scena della traditio legis, al centro, mentre ai lati episodi della vita di Gesù: dal dialogo al pozzo con la Samaritana, all’emorroissa, al bacio di Giuda.  

Buona ultima è la chiesa dei santi Siro e Libera, che si trova all’interno del complesso museale dell’anfiteatro.

Chiesa di piccole dimensioni, con un bell’altare maggiore ed una sagrestia, non accessibile, con un bel coro ligneo.

Penultima tappa, il museo archeologico, decisamente gradevole senza essere straordinario.

I vetri e i bronzi sono sicuramente dei pezzi da osservare con attenzione e le mie dilette ed immancabili lapidi che danno quel certo tono funerario che, come il prezzemolo, sta bene un po’ con tutto.

Dopo il museo mi avvio verso l’auto; nel riattraversare il Ponte di Pietra mi imbatto, ed è la seconda volta, col sindaco, Flavio Tosi; mi sarei volentieri soffermato a scambiare due chiacchiere ma lui era impegnato, io sono timido e poi non mi sembrava il caso…

Proseguo il tragitto e incontro la chiesa di sant’Eufemia: fermarmi o non fermarmi? questo è il (falso) dilemma; ovvio che mi scapicollo, chiese e cimiteri monumentali hanno un effetto calamita sui miei piedi.

All’interno numerose opere di interesse; in particolare ho notato una Madonna in gloria  con santi, tra cui il solito san Sebastiano, di Domenico Riccio.

Interessante anche la cappella Spolverini Dal Verme con dipinti del XIV e XVI secolo; a dimostrazione di quanto sia piccolo il mondo, e nell’oscuro medioevo non era diverso, la famiglia Dal Verme ha avuto contatti anche con Parma: Pietro I Dal Verme, nel 1318, fu capitano del popolo e successivamente podestà; successivamente, impegnato nella difesa di Monselice uccise il comandante degli assedianti, Pietro de’ Rossi, signore di Parma ed infine, nel 1339, tentò vanamente di difendere la città ducale.

Un altro Dal Verme ebbe rapporti con Parma, Luchino II, che giurò fedeltà a Pier Luigi Farnese duca, creato duca di Parma e Piacenza; questo Dal Verme ebbe scarsa fortuna perchè, nonostante le prestigiose cariche ottenute dal papa, morì a soli 32 anni avvelenato.

Buon ultimo, Giacomo I Dal Verme, vissuto a metà del Quattrocento, fu signore di Poviglio e Coenzo, morto di morte cruenta, nella battaglia della Ricciardina nel 1467.

Altra chiesetta che mi capita davanti ai piedi è san Giovanni in foro, ultima velocissima tappa prima del rientro.

Giornata assolutamente positiva, Verona è una città splendida e, come avevo già notato anni fa, ordinata e ben tenuta, così come altre città venete che ho avuto modo di visitare.

Immagino che nemmeno a Verona manchino problemi e contraddizioni, nessun paese in Italia può dirsene immune (e non solo in Italia), tuttavia ne ho ricavato un’impressione di maggior cura e tutela rispetto, ad esempio, alle città emiliane.

Non credo che questo sia merito del sindaco, oggi più che mai sovraesposto e impotente nonostante i fasulli pseudosuperpoteri invocati concessi da Roma, perchè non è la politica che può risolvere i problemi.

Non siamo un paese sano che ha degli inetti al potere, siamo un paese alla deriva di cui la classe politica è soltanto l’epifenomeno.

Nel caso specifico di Verona, a prescindere dal contributo dato dal sindaco, che non posso sindacare (questa è pessima, lo ammetto) mi sembra che ci sia una maggior serietà di fondo, rispetto ad altri luoghi del Belpaese.