La sera del 28 aprile avevo un appuntamento di quelli che strappo con le unghie e coi denti dalla indefessa gestione di mia madre: dopo averle preparato la cena e imbandito la tavola, mi sono dedicato ai farmaci che devo assumere io, inserendoli in una confezione metallica originariamente destinata a contenere pezzetti di liquirizia; l’ho infilata in tasca, ho dato le ultime istruzioni alla mamma e sono partito per incontrare uno sparuto gruppetto di amici e appartenenti ad Aplrer, associazione cui mi onoro di far parte da anni.

Avevo proposto io il luogo dell’appuntamento, il centro commerciale I petali di Reggio Emilia, località a me nota per via dei numerosi rendez-vous con il vecchio amico e tutor modenese Paolo Piccinini, detto e conosciuto nel mondo come Piccininuzzo.

Imbocco l’autostrada pensando che avrei utilizzato il navigatore (non in dotazione nell’auto che avevo a disposizione ieri sera) solo al momento dell’uscita salvo scoprire, con ansia, preoccupazione e tremore, che quella forma dura e rettangolare che tenevo in tasca, tristemente muta, non era il cellulare, che q quel punto avevo dimenticato a casa, ma il contenitore dei miei medicinali: un’autentica tragedia perché mi ritrovavo, all’improvviso, separato dal mondo, senza le indispensabili indicazioni per raggiungere la meta e senza la possibilità di comunicare con gli amici per stabilire un punto di incontro preciso.

Uscito, dunque dal casello, andando un po’ a memoria, imbocco alcune strade che rammento di avere percorso in altre occasioni (ma a Reggio sono andato svariate volte in questi ultimi anni, per eventi culturali oltre che ludici per cui le alternative viarie erano comunque troppe per potermi orientare in sicurezza.

La conseguenza è stata ovvia, ho fatto quel che faccio solitamente anche col navigatore, ho sbagliato strada, andando in direzione opposta a quella che avrei dovuto tenere; fortunatamente negli anfratti della mia memoria si era conservato qualcosa che mi ha fatto intendere l’errore prima che fosse troppo tardi (ricordo sempre l’episodio di Sagunto quando, a piedi ed in piena canicola estiva, imboccai la direzione opposta a quella che avrei dovuto percorrere e me ne accorsi dopo un significativo – per i piedi e l’arsura – numero di kilometri, che ho dovuto ripercorrere a ritroso – all’incirca, in totale, tra i 6 e gli 8).

Invertita la marcia e col timore di essere in ritardo (lo ero di pochi minuti) ho finalmente trovato le giuste indicazioni che mi hanno felicemente condotto alla meta; il problema diventava quello di individuare i commensali poiché non sapevo né se fossero già arrivati, né se avessero già individuato un locale e magari ci fossero entrati, sottratti alla mia vista.

Ho iniziato, così, a vagare per la galleria, osservando con ansiosa attenzione i commensali seduti ai vari tavoli, cercando di ostentare olimpica indifferenza ma probabilmente suggerendo l’idea di essere un aspirante vecchio guardone bavoso.

Fortuna ha voluto che fossi il primo ad arrivare il che mi ha permesso di presidiare l’ingresso ed intercettare l’arrivo degli agognati compagni di cena, Elisa, Lorenzo e Luchino.

Superato il primo dramma dell’orientamento è emerso il secondo dramma epico della serata, il green pass!

È fatto notorio che tendo ad essere abbastanza rispettoso delle regole (non sempre però) e che sono un sostenitore dell’utilizzo dei vaccini e che, di conseguenza, non solo sono tri vaccinato ma ho pure pagato dazio al malefico virus, per cui sono da tempo, munito di super green pass gold e tempestato di diamanti, il problema stava nel dimostrarlo.

Abbiamo provato sia all’Old Wild West, sia al Roadhouse, spiegando che sono sì munito di green pass ma, sfortunatamente non al seguito, peraltro unico di 4; ho anche spiegato che appartengo ad una categoria che non può lavorare senza essere vaccinata (ma effettivamente non stavo lavorando quindi la motivazione era abbastanza insignificante), tutto è stato inutile: le direttrici dei due locali sono state inflessibili, direi cortesemente teutoniche (anche se non ci sono più i tedeschi di una volta).

Ovviamente tutti a chiedermi eventuali alternative del tipo: “ma non ce l’hai cartaceo?” (che mi ricordava una vecchia pubblicità “io ce l’ho profumato …”) che ovviamente possiedo ma custodito dove, secondo voi? nel retro del cellulare perché lo utilizzo tutti i giorni per timbrare l’ingresso al lavoro.

Non c’è stato verso; quindi, intristito dall’aver creato un problema apparentemente irresolubile, trovandomi lontano da casa ed in orario ormai tardo, ho avuto la fortuna di avere mici pazienti che hanno individuato un’alternativa dove il problema non si è posto.

Devo però fare un plauso alle due direttrici che sono state davvero corrette ed hanno preferito perdere 4 (buoni) clienti piuttosto che violare una norma in scadenza entro i prossimi 3 giorni: tornerò a mangiare in quei locali per premiare tanta specchiata correttezza, che ogni tanto (anche se mi si ritorce contro) mi fa confidare ancora nella serietà delle persone.

Il nuovo locale, sperduto non saprei nemmeno dove, ci ha permesso di degustare una deliziosa pizza farcita con una serie di ingredienti davvero notevoli; al contrario il sorbetto al caffè decisamente deludente ma la soddisfazione di essere riuscito a cenare senza rovinare la serata di tutti è stata incommensurabile.

Luchino, decisamente sottotono rispetto al consueto e alle aspettative ha insistito perché dedicassi all’evento “un cogito” (il latino non è il suo forte sebbene la formula renda bene l’idea) mentre l’ottimo Lorenzo confessava candidamente di leggere qualche mio post, ma di non capirli, il che potrebbe essere una buona occasione per rileggere e meditare.

Non ne faccio colpa a nessuno ma la banalizzazione è un tipico meccanismo di difesa, rispetto al quale riesco a simulare indifferenza con sempre maggior fatica.

Per completare il quadro è bene aggiungere che la radio dell’auto, per tutto il territorio reggiano si è categoricamente rifiutata di ricevere le mie stazioni preferite: radio Maria, radio radicale e radio 24; entrato in autostrada tutto ha ripreso miracolosamente a funzionare instillando nelle mie sinapsi l’idea di un complotto ordito da un’oscura setta di illuminati sinistrorsi detentori del potere in questo regime delle onde radio censurate, definibile demoplutoradiocrazia.

Il consuntivo della serata è comunque positivo, sono stato bene in buona compagnia, cui aspiro da sempre; mi piacerebbe molto ripetere con maggior frequenza simili occasioni, sempre molto rare se considero che gli ultimi inviti, più o meno espliciti o diretti, hanno sortito l’esito di un garbato ed ironico rifiuto, almeno nel migliore degli episodi (databile alla mattina del 29, via chat).

D’altronde il lavoro per cogliere i frutti è essenziale (senza lavoro non c’è prodotto) ma non sufficiente come dimostra, ad esempio, la parabola del fico sterile di cui parla Luca nel capitolo 13:

6 Dicebat autem hanc similitudinem: “ Arborem fici habebat quidam plantatam in vinea sua et venit quaerens fructum in illa et non invenit.

7 Dixit autem ad cultorem vineae: “Ecce anni tres sunt, ex quo venio quaerens fructum in ficulnea hac et non invenio. Succide ergo illam. Ut quid etiam terram evacuat?”.

8 At ille respondens dicit illi: “Domine, dimitte illam et hoc anno, usque dum fodiam circa illam et mittam stercora,

9 et si quidem fecerit fructum in futurum; sin autem succides eam” ”

Senza investimento non nascono le occasioni ma il lavoro di investimento non garantisce i frutti; come diceva Freud, infatti, l’esito della psicoanalisi è portare il malato a passare dalla miseria nevrotica all’infelicità comune.

Chiudo con un’ultima notazione: i miei amici si stupiscono che chiuda ogni post riportando il santo (o i santi e/o beati) commemorato quel giorno, convinti anche che io li ricordi tutti a memoria.

Non c’è nulla di strano, né conosco a memoria tutti i santi del calendario ma è vero che amo citare le memorie liturgiche poiché considero la chiesa un’istituzione che ha un suo calendario, legato ma non esaurito da quello civile: ogni giorno non è un semplice susseguirsi di ore e minuti misurati con strumenti di precisione straordinariamente precisi, ma è anche storia di evento e attesa del suo ritorno, una storia costellata di vite, pensieri ciascuno irripetibile e ricchezza inimitabile, è la solita questione di cui ho già parlato in altre occasioni di kronos e kairos.

Reggio Emilia, 28 aprile 2022, memoria di Santa Gianna Beretta Molla, san Pietro Chanel e Luigi Maria Grignion de Montfort