Domenica che pare estate, di quelle che mi piacciono perchè il caldo si fa sentire ma non è insopportabile e c’è tanta luce, come piace a me.

Decido di concedermi un salto in giro, non troppo lontano e Cremona mi pare la meta giusta sebbene la città mi ricordi persone non esattamente a me gradite (e qui mi fermo).

Con l’autostrada arrivarci non è troppo disagevole ed una volta usciti mi basta davvero poco per arrivare a parcheggiare vicino al centro come non avrei mai immaginato.

La prima meta è il duomo  e che duomo sia.

Dedicata a Santa Maria Assunta, come ogni cattedrale che si rispetti, e quella cremonese non fa eccezione, la visita è decisamente piacevole e fonte di interesse, ad iniziare dal protiro, parola tecnica che serve a definire quella sorta di atrio, sorretto spesso da colonne, che si trova prima dell’ingresso.

Ebbene il protiro della cattedrale di Cremona ha inglobato un ciclo dei mesi, di scuola antelamica, risalente quindi alla fine del XII secolo, molto bello.

Particolarmente simpatico e testimonianza di un legame millenario tra l’uomo e il porcello è il mese di novembre in cui un simpatico suino viene squartato (il cosiddetto suucidio) per la gioia di grandi e piccini.

Un personaggio che miete il grano rappresenta il mese da me preferito che, manco a dirlo, è giugno, il mese più bello dell’anno, non foss’altro perchè in questi giorni fruttificano degli alberi straordinari, i ciliegi, che sono una dimostrazione dell’esistenza di Dio.

Ciclo dei mesi che ha avuto grande fortuna (ad esempio nel Battistero di Parma, nel Castello del Buonconsiglio di Trento, nel Tapiz de la Creaciò che ho visto a Girona) nel medioevo; ho letto varie interpretazioni di questa simbologia ma quella che prediligo dà risalto all’ordo.

Il tempo è lavoro, non esiste un tempo dell’orologio ma soltanto un tempo, potremmo definirlo sociale, scandito dal regolare svolgersi delle stagioni e delle attività che a queste si adeguano e le rendono, appunto, ordinate.

Il tutto dentro alla cornice della creazione e della salvezza perchè il lavoro è partecipazione all’opera creatrice e ordinatrice di Dio, è produzione di kosmos.

Altre opere interessanti, murate nella parte bassa della facciata, sono il peccato originale e la cacciata da Eden, con Adamo ed Eva che non sono sicuramente ritratti come due Adoni, d’altronde è risaputo che il peccato rovina la pelle (e non solo); poi c’è il Sepolcro di Folchino degli Schizzi di Bonino da Campione che rimanda ad un’epoca in cui essere colti significava anche avere prestigio e agiatezza.

Entrato, mi sono trovato subito una bella (e infotografabile) opera nella controfacciata, La Deposizione dalla Croce del Pordenone, con due personaggi  – le guardie – belli addormentati e un Crocifisso che merita davvero e che sembra scivolare se osservato da sinistra mentre sembra rivolto a destra o al centro a seconda della posizione dell’osservatore.

Molto affrescato come piacciono a me le chiese, il Duomo riempie gli occhi; ci sono, nei due transetti, le storie di Giuseppe e i suoi fratelli (lato nord) e di Giacobbe Lia e Rachele (lato sud), databili al 1430 che sono bellissime e particolari perchè rappresentazioni di storie dell’antico testamento, inusuali all’interno di edifici cristiani.

Di queste mi è piaciuta molto la rappresentazione dello scontro tra Giacobbe e l’Angelo, al termine del quale al patriarca viene cambiato nome in Israele come recita la citazione biblica, ovviamente, in latino: Non vocaberis ultra Jacob, sed Israel erit nomen tuum (Genesi, 35,10)

Ho scoperto che in questa chiesa è custodita una reliquia delle spine della corona del Salvatore, dono del papa, vescovo della città, Gregorio XIV; a questo papa spetta la poco invidiabile iniziativa di nomina del proprio nipote a cardinale, iniziando la nefasta prassi dei cardinal nipoti: il familismo è da sempre pratica assai diffusa a qualsiasi latitudine.

Tornando al Duomo, c’è un bel Trittico marmoreo di san Nicola, quattrocentesco e la tomba del vescovo Geremia Bonomelli, che non sono riuscito a fotografare causa avverse condizioni dell’illuminazione. Vescovo “ribelle” alle indicazioni della Santa Sede del tempo, monsignor Bonomelli sosteneva che la perdita del potere temporale fosse un guadagno per la Sede Apostolica (da tale teoria dissento radicalmente). Ovviamente le sue teorie furono tacciate di modernismo, movimento che che spaventò non poco le gerarchie dell’epoca.

Dalla cronotassi episcopale scopro che Cremona è stata anche guidata da un vescovo parmigiano, Bernardo de’ Rossi (in fondo Berlusca diceva il vero: i rossi ci perseguitano da secoli) prematuramente scomparso per la peste a Roma, mentre era divenuto, nel frattempo vescovo di Novara.

Dopo la visita al duomo mi sono dedicato al Battistero, che incredibile a dirsi, è intitolato a san Giovanni Battista; a parte le battute, è un bell’edificio a pianta ottagonale poiché l’otto è il numero che rimanda all’eternità (somma di 7 – il tempo – e – Dio), come anche il battistero di Parma (che è un’altra cosa ad essere sinceri). Molto spoglio, è una bella costruzione ma senza niente di straordinario; né il fonte battesimale cinquecentesco, sempre a forma ottagonale, né gli altari mi entusiasmano, pur essendo comunque belli.

La visita è stata breve e gratuita perchè il cortese addetto alla biglietteria, 2 euro il biglietto, mi fa entrare gratis; d’altronde avevo solo una banconota da 50 euro perchè, come sempre succede, il bancomat mi rilascia banconote da 20 euro quando non sono indispensabili, mentre quando servirebbero…

Uno sguardo veloce alla Loggia dei militi, uno degli edifici più antichi della città  dove è depositato l’emblema della città: due statue di Ercole (il leggendario fondatore) che reggono lo stemma cittadino. 

Ma  altre chiese mi attendono, prima delle quali è quella di sant’Agostino; purtroppo la messa in corso mi impedisce di visitarla come vorrei ma c’è una cappella che riesco a vedermi per bene ed è un piccolo (non così piccolo) gioiello: la Cappella della Passione di Cristo, opera di Giovanni Battista Barbarini nel 1666. Splendida opera barocca che avvicinerei per intensità espressiva ai famosi compianti su Cristo morto che si trovano sparsi in giro tra Emilia e Lombardia.

Molto belli anche se difficilmente fruibili gli affreschi della Cappella Cavalcabò. Affreschi voluti dalla figlia di Ugolino Cavalcabò a ricordo del padre, trucidato da tal Cabrino Fondulo, nemmeno lui morto serenamente nel suo letto, ma decapitato a Milano. Questo Cabrino Fondulo fu un personaggio a tinte fosche che per brama di potere non esitò a uccidere a destra e a manca, come temo fosse consuetudine in quei tempi perigliosi a cavallo tra Trecento e Quattrocento.

Resta degno di menzione soltanto per i suoi legami con Parma, avendo sposato una parmigiana, morta prematuramente, ed avendo avuto sostegno da Ottobono Terzi, signore della città ducale.

Dopo sant’Agostino, arrivo alla chiesa di sant’Agata dov’è custodito il bel Mausoleo Trecchi, realizzato nel 1502 da Gian Cristoforo Romano, e la “tavola dell’Angelo” un reliquiario finemente dipinto: sulla prima facciata sono raffigurate scene della vita e del martirio di sant’Agata, sull’altra una Madonna con il Bambino sormontata da una scena della Pentecoste.

Questo reliquiario non è mai stato aperto e si sa della presenza di un corpo estraneo solo grazie a radiografie risalenti agli anni Settanta del secolo scorso.

Molto belli anche gli affreschi ai lati del presbiterio di Giulio Campi, del 1537, con episodi della vita della santa.

Ultima tappa è la chiesa di san Lorenzo ma anche qui la messa mi impedisce una buona visita.

Una curiosa notazione: nel centro di Cremona ho trovato numerose bandiere riproducenti lo stemma della regione, stridente contrasto con la totale assenza di simili comportamenti in Emilia Romagna, e non credo dipenda dalla questione estetica (il nostro simbolo è davvero orrendo). Non ne traggo conclusioni, mi limito a registrare la cosa.

Cremona, 28 maggio 2017 memoria del beato Antoni Julian Nowowiejski e compagni martiri