Una conversazione captata oggi; uno dei protagonisti è persona molto posata, educata, riservata, timida.

Questi, parlando con un suo collega e in pubblico, di castagnaccio, ha così commentato questo dolce tipicamente toscano preparato con farina di castagne, pinoli, uvetta e rosmarino: “se io lo mangio mi trovo l’orifizio vaginale intasato”; tralasciando la grossolanità, la cosa interessante è il lapsus commesso, di cui l’autore e non solo lui, s’è subito accorto.

Le sghignazzate generali hanno deviato subito il suo pensiero e, comunque, il suo commento è stato: “vuol dire che pensavo a quello, è una dimostrazione che mi piacciono le donne”.

Che le donne gli piacciano non lo dubitavo, che il lapsus intendesse quello, al contrario, l’ho dubitato da subito.

Così come è apparsa subito evidente una teorizzazione difensiva.

Io ho pensato che, in quel momento, egli si sentiva donna, dotato di vagina.

Ma di vagina intasata, cioè chiusa, impedita al rapporto; il rapporto di soddisfazione, conveniente, è ridotto a quello sessuale, anzi genitale ma c’è un pensiero di troppo, che lo ostacola.

Il bene, come ricevuto e ricevibile, diventa un ostacolo, qualcosa che intasa, cioè che impedisce il raggiungimento del fine.

Mi ricorda un mio famoso e ormai storico lapsus: correva un anno ormai decisamente remoto, incredibilmente ricordo anche l’occasione, una postazione di controllo veicoli in quel di Cesena, nel tratto di via Emilia che conduce da Rimini verso la città, mia compagna era un’ispettore neo assunta, una donna molto bella e non solo bella, attualmente sposa di un ottimo collega.

La situazione di quel comando era, ai tempi, un po’ burrascosa e commentando il nuovo lavoro intrapreso da questa collega intendevo spiegarle che per farlo serenamente bisogna avere la “spalle coperte”.

Evidentemente pensavo a ben altro perchè la frase che mi uscì fu: “per lavorare con tranquillità bisogna avere le palle scoperte”; compresi subito l’ambiguità (mica tanto ambigua a dire il vero) della mia affermazione, arrossii come un peperone e cercando di porre rimedio non riuscii a far altro che reiterare la medesima identica frase: imbarazzo doppio e confusione totale.

La mia collega, fortunatamente (?) non comprese la portata del lapsus per cui me ne uscii tutto sommato senza danni (morali), insomma il mio onore non ne venne compromesso.

Reso sempre stupito quando mi torna in mente l’episodio perchè è quasi incredibile che lo ricordi a una ventina d’anni di distanza ed in modo così vivido, ma questo è quanto.

Parma, 25 novembre 2017 memoria dei santi Pietro d’Alessandria, Esichio, Pacomio e Teodoro e compagni martiri