Siamo a fine giugno, un mese a me particolarmente caro, quando ricevo la visita di un’amica carissima, che abita, purtroppo, a molta distanza e che non riesco a vedere quanto dovrei e vorrei.

Con lei e l’inutile appendice del suo consorte abbiamo in programma la visita di una bella mostra a Forlì, consigliatami anche da un’altra preziosa amica, Miranda.

I Musei di San Domenico organizzano ormai da anni degli eventi di buona qualità e di sicuro successo; stavolta il protagonista prescelto è Ulisse, con la mostra intitolata “Ulisse l’arte e il mito”.

Numerosi i pezzi in mostra, molto piacevoli: non è una mostra antiquaria, non archeologica, non si analizza la storia di Ulisse ma la sua storia come mito durante i secoli.

La sua figura, come quella di altri protagonisti è analizzata nel suo cangiante successo: Ulisse, Circe, Penelope, le Sirene sono recuperati, a seconda delle ideologie del momento, per rappresentare valori ed ideali anche contraddittori.

Gli inizi della mostra sono dedicati al concilio degli dei,

rappresentati da varie sculture, alcune davvero splendide come quella in marmo nero di Ares ma anche quelle di Zeus e Atena non scherzano; curioso il Dodekatheon, copia di quello opera di Prassitele, ovvero la rappresentazione dei 12 dei olimpi, le divinità maggiori della mitologia greca.

Due bei busti di Omero, cieco come da tradizione, provenienti da Roma e Napoli, fanno da contorno allo scafo di una nave (di Gela) ed alcuni rostra oltre ad oggetti relativi alla navigazione e la guerra.

Interessanti anche alcuni lingotti di oricalco, nome che avevo già sentito ma che non riuscivo a legare a nulla di definito: ho scoperto che si tratta di un leggendario metallo di cui parla Platone quando parla del mito di Atlantide, di valore quasi pari all’oro, ma anche di una lega, com’è nel caso di quello in mostra, di rame e zinco.

Ulisse è polytropos, cioè versatile, ci dice l’Odissea, un eroe che, pur valente in battaglia, è famoso per la sua scaltrezza; un personaggio da raffigurare, l’Ulisse simbolo di astuzia, molto meglio, ed ecco la fortuna di queste rappresentazioni, immortalarlo mentre compie quelle opere che ben più facilmente si adattano alla rappresentazione: dalla scena con Polifemo, all’episodio delle Sirene.

Agli inizi il nostro eroe non ha una definizione fisica chiara, solo nel V sec. a.C. si comincerà a ritrarlo secondo uno schema che diverrà poi classico, quale uomo maturo, con barba e capelli ricci mossi, in testa il pileo ed indosso l’exomide (rispettivamente il cappello dei marinai ed una tunica corta).

Ben prima (nel VII sec. a.C: si era formata l’iconografia delle Sirene, volto, braccia e seno di donna e resto del corpo di uccello.

Di questi inizi la mostra offre dal vaso con l’episodio di Polifemo ad un’Urna con “Ulisse e le sirene” in alabastro policromo, proveniente dal museo archeologico di Firenze, di grande bellezza.

Segue poi una sezione dedicata al successo della figura di Ulisse nel mondo romano, sia come figura utilizzata in ambito funerario, sia nelle decorazioni parietali; qui si godono una Venere Callipigia ed una statuetta di Ulisse ed una splendida fanciulla attorniata da piccoli e carinissimi porcellini, il che fa presumere che fosse Circe.

Eccoci a una sezione dedicata alle Sirene,

esseri tanto belli quanto mostruosi, ancelle così trasformate per punizione della disattenzione verso Persefone in occasione del rapimento da parte di Plutone.

Donne uccello che, nel medioevo, saranno trasformate nelle più note sirene acquatiche, spesso bicaudate, molto frequenti nelle rappresentazioni, simbolo di sensualità e tentazione.

In mostra da notare quella in mosaico proveniente dalla chiesa di san Giovanni Evangelista di Ravenna, che ho visitato varie volte, non la più bella di Ravenna ma da visitare sicuramente.

Sempre da Ravenna, dal Museo Nazionale di Ravenna, un luogo splendido, proviene un delizioso Cofanetto rettangolare decorato con placchette raffiguranti la “Storia di Paride” che riproduce la Sirena bicaudata, rappresentata anche in una lastra proveniente da Cividale del Friuli e che rivela una chiara influenza longobarda.

Arriva Dante, col suo Ulisse non più omerico ma di tanto successo da quasi sovrapporsi all’originale: qui Ulisse non è l’eroe del ritorno ma un uomo proiettato alla ricerca di un sapere che ne provocherà la fine.

Secondo i curatori Dante ci propone un Ulisse che si dibatte nella questione della dialettica tra virtù e conoscenza, col primato di quest’ultima, eredità che il Sommo Poeta consegna all’umanesimo del Rinascimento.

Ulisse, come altre figure dell’Odissea,

inizieranno accompagnando la Commedia, come corredo illustrativo per poi arrivare a vivere di vita propria, soprattutto nell’Ottocento, secolo molto dantesco.

Sempre i curatori propongono il commento alla Commedia di Cristoforo Landino (1424-1498) come un momento particolarmente significativo poiché Dante condividerebbe con Omero (per Ulisse) e Virgilio (per Enea) l’idea di un passaggio da un purgatorio dove si conoscono i vizi, ci si emenda per arrivare infine a contemplare le cose divine: l’antico è legittimato e fatto proprio dal pensiero cristiano.

A corredo di questo sono esposte varie versioni miniate della Divina Commedia.

Si passa poi al Quattrocento, con una visione moralizzata dei protagonisti dell’Odissea, ben rappresentati dai cassoni matrimoniali; queste opere, normalmente prodotte sempre in duplice esemplare, venivano utilizzati per contenere i corredi delle spose di alto lignaggio (o pecunia); al momento della domum ductio, quando la sposa si insediava in casa dello sposo, venivano trasportati nella camera nuziale e lì trovavano la definitiva collocazione.

Decorati in vari modi, nel Quattrocento riproducevano frequentemente le virtù legate alla vita matrimoniale ed il loro contrappunto, i vizi dovuti agli eccessi.

Nel Cinquecento Ulisse incontra ancora un periodo di grande successo come allegoria morale e politica: gli artisti per un verso, i politici, cioè i principi per un altro vedono in Odisseo colui che cerca la verità oppure l’uomo che è dotato de  quelle virtù che sono indispensabili per un governante.

Ma questo è il secolo in cui viene ritrovato il gruppo del Laocoonte, che tanta influenza avrà sulla storia dell’arte, drammatico episodio legato all’inganno del cavallo di Troia ed alla non meno famosa frase, che è un mio cavallo di battaglia, dall’Eneide di Virgilio: “Timeo Danaos et dona ferentes”.

Aumenta, nel Seicento, la fama di Ulisse e del pari, quella di Circe, secondo i curatori figura che, rimandando alle fascinazioni della magia, fa da contrappunto allo sviluppo del pensiero scientifico galileiano.

Il Settecento tratta l’Odissea come un bacino da cui trarre insegnamenti morali, un richiamo ai valori famigliari; assumono grande rilievo le figure di Telemaco, Penelope ed Euriclea, mentre scivola verso l’oblio la maga Circe; il neoclassicismo che esalta i valori famigliari vede anche sorgere l’interesse verso il sublime e, di conseguenza, l’irrazionale.

Nel periodo romantico avrà un certo successo

lo struggimento dovuto all’abbandono (come nel caso di Calipso) ma anche il brivido della vendetta, nelle varie stragi dei Proci ed ancora Circe, che riprende il centro della scena per diventare un’icona simbolista, quando l’arte affronterà il tema dell’emancipazione femminile.

Del pari con le Sirene, spesso distaccate dal mito originante, per diventare le rappresentanti di un mondo tanto attraente quanto inaccessibile quanto quello marino, ambiente primordiale, luogo, insieme, di liberazione (dalle pretese della società) e morte.

Le Sirene rappresentano la donna, divenuta un enigma, nella sua nuova, spaventevole e seducente autonomia.

Figure e temi che arriveranno al Novecento, con le paure e le  contraddizioni che caratterizzeranno la ricerca artistica: l’eroismo diventa introspezione e, spesso, abbandono della modernità per ripensare nostalgicamente a un antico dove ritrovare le guide che accompagnino nello smarrimento.

Di tutto questo parla la mostra dei Musei di San Domenico, con dovizia di opere.

Devo ammettere che mi è tornato interesse verso la figura di Ulisse cui, da anni, non prestavo più attenzione; una figura da rimeditare.

Nel frattempo c’è una bella mostra, in corso, assolutamente da non perdere.

Forlì, 27 giugno 2020 memoria di San Giuseppe Cafasso Sacerdote