Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano” è un titolo a mio parere non particolarmente invitante, quasi un pretesto, ma il Palazzo Reale di Milano ha sempre la sua attrattiva e, trovandomi già lì per Joaquin Sorolla, mi sono concesso anche questo extra.
Le opere esposte sono d’ordinanza, c’è tutto quello che deve esserci, quindi qualità elevata, secondo gli standard che do per scontati per il luogo, ma non è una grande mostra, il che non è una critica, sia ben chiaro.
Le donne la fanno da padrone, come il titolo promette, tutte graziose, non anoressiche come devono essere le donne (una donna anoressica, cioè senza quel po’ di ciccetta santa addosso è come il prosciutto senza un filo di grasso, un ossimoro).
Ho conservato, di questa esposizione l’idea che a Venezia, nel Cinquecento, ci fossero degli spazi di manovra per il mondo femminile, impensabili in altre epoche o in altri contesti geografici.
Sullo sfondo compare la controversia detta “querelle des femmes“, che nasce nel Medioevo e si protrae fino all’Illuminismo, un’accesa discussione sul ruolo femminile, connotato di misoginia da un lato e di istanze protofemministe dall’altro.

L’incipit della mostra è dedicato, non a caso, alle due figure femminili di maggiore rilievo nel mondo occidentale: Eva e Maria, l’una peccatrice e fonte di ogni disgrazia (secondo le teorie misogine di secolare durata), l’altra il più alto esemplare della donna virtuosa e sottomessa al marito.

Una prima sezione è dedicata ai ritratti femminili, ovviamente di donne di altissimo rango o di amanti di qualche potente; quello della ritrattistica a Venezia è un genere che non ha vita facile, poiché i potenti della Repubblica non hanno a cuore l’idea di tramandare la propria immagine ai posteri.

Le donne ritratte non corrispondono necessariamente al vero: spesso il ritratto è un condensato delle teorie in voga in quel momento, con finalità sociali o allegoriche; il momento è quello della “rinascita” della simpatia per Petrarca per cui lo stilema della donna petrarchesca è assolutamente una figura ideale, platonica.

Il famoso sonetto (che mi venne fatto studiare a memoria dal compianto prof. Giuliano Tripodi, in terza liceo), “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi“, ha condizionato la storia del costume nei secoli ed è bene tenerlo presente durante la visita di questa mostra.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea,
a ‘l vago lume oltra misura ardea 
di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi;

e ‘l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana;

uno spirito celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi, e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.

Segue, infatti, una sezione della mostra dedicata alle “Belle veneziane“: ho scoperto tramite la curatrice che la definizione di “Belle” “riguardava dipinti a mezza figura la cui caratteristica unificante era la bellezza erotica”, ma rappresentazioni sempre poco realistiche, in quanto “obbligate” a sottostare a precise caratteristiche (ad esempio l’incrociare lo sguardo dell’osservante o rivolgergli un gesto vagamente invitante).

La mostra cerca di interpretare questo tipo di dipinti e spiegare quale fosse il ruolo delle belle ritratte, se cortigiane (ovvero prostitute di alto bordo) o spose novelle.

Il tema è dibattuto anche alla luce di un documento del tempo, siamo nel 1616, l’”Arte de’ cenni” di Giovanni Bonifacio.

Questo autore ha catalogato migliaia di gesti, interpretati secondo l’usanza del tempo quindi prezioso strumento per comprendere le opere d’arte: “

Questo autore ha catalogato migliaia di gesti, interpretati secondo l’usanza del tempo quindi prezioso strumento per comprendere le opere d’arte: “spesse volte da piccioli segni veniamo in cognitione di cose grandi: dallo sguardo, dalla remissione, o contrattione delle ciglia, dalla mestitia, dalla hilarità, dal riso, dal parlar, dal silentio, dall’inalzar, e abbassar la voce, e da cose simili si fa giudicio.

La raccolta ha scopi morali e pratici “Così non istà bene l’usare la medesima voce, il medesimo gesto, e l’istesso modo di caminare appresso il Prencipe, il Senato, il Magistrato, o la privata persona, nelle nozze e nell’essequie; ma bisogna saper, come dice il proverbio, usar il foro e la scena e così operare convenientemente in ogni occorrenza, e in somma in ciascuna nostra attione servar questo decoro”.

Conoscenza dei gesti indispensabile per regolare se stessi: “La quale cognitione de’ gesti e de’ moti del corpo serve non tanto a conoscer se ne gli altri è questa creanza e così a discernere l’effeminato et il molle dal virile e costante, il costumato e discreto dal rustico et incivile; quanto anco a servar in noi stessi questa gratiosa e moderata convenienza per riuscir appresso ogn’uno amabili e riguardevoli e per usar noi quegli atti civili che ne gli altri desideriamo”.

Un’opera, come si può ben vedere, utilissima per decodificare, ad esempio, il seno scoperto di tanti ritratti di donna che, secondo i curatori, in alcuni casi non sono tanto oscene esibizioni, ma profferte di fedeltà e promessa d’amore, un’apertura del cuore.

Giovanni Bonifacio, infatti sostiene che “Et chi haverà di quest’arte perfetta cognitione, non haverà bisogno di desiderare nel petto degli huomini quella fenestra socratica per veder loro il cuore: poiché con l’intelligenza di questi cenni i più secreti pensieri e i più celati affetti degli animi de’ mortali si manifestano”: mostrare il seno sarebbe stato un gesto osceno ed probabilmente inammissibile se non avesse un significato morale e rassicurante.

L’esposizione continua con alcune opere dedicate alle coppie (con relativi cerimoniali – dalla passione amorosa al matrimonio combinato – e regali) e con una sezione dedicata alle virtù muliebri con le classiche figure di Lucrezia, Susanna, Giuditta o Maria Maddalena (penitente).

Dai dipinti ai libri, testimonianza della diffusione del tema cui ho fatto cenno all’inizio, la “querelle des femmes“, con una serie di opere dedicate espressamente al tema, ad esempio, dell’istruzione femminile.

La mostra si avvia al termine con le sezione dedicate a miti ed allegorie: occasioni per rappresentare donne bellissime e ragionare d’amore, con tutti i problemi annessi e connessi.

Un evento che ho apprezzato.

Milano 22 maggio 2022 domenica IV di Pasqua e memoria di santa Rita da Cascia