Ho terminato di rileggere una delle opere di Shakespeare ritenuta minore ed anche frutto della collaborazione con un altro drammaturgo (a me ignoto), tal Middletone.

La storia non è particolarmente elaborata: il ricco Timone si pasce delle lusinghe di molti scrocconi ateniesi che si fingono amici per spennarlo meglio, come da sempre succede nella storia dell’uomo.

Il liberale, prodigo Timone scialacqua tutto il patrimonio fino a trovarsi in miseria, abbandonato e anzi denunciato da quegli stessi che poc’anzi hanno goduto dei suoi favori.

Disgustato dagli ateniesi, Timone organizza un ultimo convito apparentemente sfarzoso dove manifesta il disprezzo per i convitati, per poi ritirarsi a vivere come eremita, sprezzatore del genere umano e degli ateniesi in particolare.

Durante le sue feste aveva come ospite il filoso Apemanto, un cinico che, invano, gli si rivolgeva mostrandogli le falsità interessate dei commensali.

Come il buffone di Re Lear, Apemanto dice il vero ma una verità inefficace, inutile: un tema interessante, questo, della “verità inutile”.

Per un verso mi ricorda l’azione terapeutica di Sigmund Freud prima di arrivare alla fondazione della psicoanalisi o anche il comportamento della psicologia: se lo “svelamento” della verità non avviene attraverso un lavoro che è conoscitivo, certo, ma anche morale, la conoscenza acquisita sarà non solo inutile ma probabilmente anche dannosa.

Si tratta, infatti, di pervenire ad una forma di conoscenza, che non è quella, descrittiva e cosiddetta scientifica di certe scienze come le attuali neuroscienze, ma è scientifica in ben altro modo: è una scienza giuridica, cioè imputativa.

Viene in aiuto una frase, rimasta sempre a me sibillina, di Gesù, nel capitolo 14 del vangelo di Giovanni: 

1 Non turbetur cor vestrum. Creditis in Deum et in me credite.

2 In domo Patris mei mansiones multae sunt; si quo minus, dixissem vobis, quia vado parare vobis locum?

3 Et si abiero et praeparavero vobis locum, iterum venio et accipiam vos ad meipsum, ut, ubi sum ego, et vos sitis.

4 Et quo ego vado, scitis viam ”.

5 Dicit ei Thomas: “ Domine, nescimus quo vadis; quomodo possumus viam scire? ”.

6 Dicit ei Iesus: “ Ego sum via et veritas et vita; nemo venit ad Patrem nisi per me.

7 Si cognovistis me, et Patrem meum utique cognoscetis; et amodo cognoscitis eum et vidistis eum ”.

[1] “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.

[2] Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto;

[3] quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.

[4] E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”.

[5] Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”.

[6] Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

[7] Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

Quel via, verità e vita non mi è mai stato chiaro ma adesso potrebbe avere una luce nuova: quella verità che è via e vita si sostanzia in una persona, in un uomo, che si rapporta secondo principio di piacere.

Ogni discorso di Gesù è una imputazione, premiale prima che penale, è una scienza giuridica quella che Gesù insegna, in mancanza della quale si è condannati alla sterilità (vedasi la vite e i tralci).

Gesù, inoltre, è totalmente privo di autocompiacimento, cioè di narcisismo.

Timone, nel suo voler essere amato da tutti grazie alla eccessiva liberalità, sproporzionata agli omaggi di cui è fatto oggetto, o nell’odio coltivato amaramente contro tutto e tutti, specialmente i suoi concittadini ateniesi, non fa altro che “cantarsela e suonarsela” come si direbbe popolarmente: parte narcisisticamente come scialacquatore e permane tale anche dopo il rovescio delle sue fortune.

Non vi è alcun pensiero di correzione e giudizio ma semplice passaggio all’opposto tanto che si potrebbe dire che la liberalità poteva essere la formazione reattiva dell’odio poi svelatosi in tutto il suo livore.

Un ultimo appunto sulla coscienza: la conoscenza non imputativa è legata alla coscienza, alla coscienza pertiene quel tipo di sapere.

La presa di coscienza non è un passaggio sufficiente per addivenire all’idea di correzione, cioè di co-reggenza (reggere assieme ad un altro); al contrario la coscienza è la via ben lastricata verso la perversione; esempi da manuale sono Hannibal Lecter e il Grillo Parlante di collodiana memoria.

Timone muore solitario, nel suo cosciente sdegnoso isolamento, incapace di uscire dalle angustie in cui lui stesso è andato a rinchiudersi: nel narcisismo non c’è via d’uscita.