Sogno di stanotte:

mi trovo non so dove, in compagnia di un assessore che mi dice: “deve fare sanzioni qui, qui e qui”, io gli rispondo che c’è il comandante e che deve parlare con lui ed aggiungo che lui deve dare solo le indicazioni politiche.

Il comandante è presente al colloquio o almeno credo e rimane in silenzio.

Questo è il sogno, breve molto strutturato sulle mie esperienze di lavoro.

Il primo pensiero che mi è venuto ha a che fare col superio, ho identificato l’assessore col superio e pensato al comandante come una sorta di intermediario, di mitigatore dell’ordine, una sorta di avvocato difensore.

A questo ricollego un ricordo dei tempi riminesi; ad un certo punto venne nominato assessore alla P.M. un avvocato, persona non priva di cervello sebbene appartenente al solito partito di cui non dirò, non è questo che conta.

Ordunque questo assessore aveva iniziato a frequentare spesso il comando per cui era stato inevitabile conoscerlo; come spesso accade coi politici, il suo atteggiamento era di ascolto (così offre l’illusione a chi parla di essere preso sul serio) e di apparente vicinanza umana (empatia?) con classico “diamoci del tu”; ovviamente mi sottrassi immediatamente a questa pratica. Ma il ricordo ha a che fare con le mie, ai tempi, famose sciarpe; un giorno incontrai il predetto assessore nel corridoio (si lavorava in borghese nel mio ufficio a quei tempi), lui si fermò, guardò la mia sciarpa e mi disse “ma hai il coraggio di portare una sciarpa così?”, dopo un attimo di sconcerto risposi “beh se non si vergogna lei con quella cravatta”.

L’episodio era stato scherzoso e rimase senza conseguenze nel senso che continuai imperterrito a indossare quella fantastica sciarpa (che conservo ancora) che fece furore anche a Modena quando mi trasferii; da tempo non la indosso più e questo non è un bel segnale, ma tant’è, mi sono intristito.

Il comandante mi ricorda un vecchio comandante, sempre di Rimini, al quale regalai una mia crosta (mi disse che gli piaceva ma quando lasciò l’ufficio l’abbandonò in un angolo, durissimo colpo per il mio ego artistico, sebbene sia poi stato recuperato da altri); in quell’occasione lui voleva pagarlo, cosa che rifiutai decisamente.

Mi allontanai dal suo ufficio mentre lui, sulla soglia, mi gridava: “torni indietro, venga subito qui” dal corridoio, mentre mi allontanavo risposi: “non le ho mai dato retta quando mi dava gli ordini per lavoro, figurarsi se comincio a darle retta adesso”. Pochi minuti dopo, una collega dell’ufficio di segreteria mi chiamò al telefono per chiedermi preoccupatissima se avessi litigato col comandante e cosa era successo nel suo ufficio.

La tranquillizzai, scherzando, come sempre.

Ero, insomma, un po’ guascone.

Dopo Rimini non ho più avuto occasione di poter affrontare le cose con questo spirito; a Modena per quanto fossi sempre sopra le righe non mi sarei mai immaginato di poter essere scherzoso col comandante che, infatti, resterà nei miei ricordi assimilato alla famosa e famigerata insegnante di matematica di prima liceo.

Questa insegnante è a tutt’oggi la persona che ricopro di maggior disprezzo; sebbene defunta è una delle pochissime persone cui non riesco ad augurare la pace.

A Modena si è accentuato l’aspetto, livido, dell’amaro sarcasmo, da quei momenti ha fatto la sua comparsa in maniera stabile l’idea del Matto di Shakespeare. La esercitavo, in particolare con la vice comandante che ogni tanto scandalizzavo con i miei spietati giudizi politici sul partito dominante.

Riemerge l’anima antisociale, ma non credo che il sogno parlasse di questo.

Mi aiuta a ripartire il post di oggi di Giacomo Contri:

“La coscienza è organizzativa, il suo è un organizational man, che è un fine politico:
non è l’uomo giuridico, non è il giusto.

La coscienza nonché organizzativa è educativa.”

Il sogno non è coscienza, quindi necessita ulteriore lavoro.

Scrivendo questo mi viene in mente una frase che molto apprezzo, il motto dell’Ordine della Giarrettiera: “Honi soit qui mal y pense“; narra la leggenda che il re Edoardo III, siamo nel 1300, in Inghilterra, durante un ballo a corte, si sia offerto di aiutare una contessa a risistemare una giarrettiera che le era caduta; uditi i bisbiglii e i sorrisini maliziosi dei cortigiani, rivolse loro la famosa frase “Sia disprezzato chi pensa male”.

Un gesto sovrano di “sottomissione”, di cortesia nei confronti di una donna; un gesto pubblico, di valore universale, non dovuto.

Un gesto su cui riflettere.

Parma, 28 giugno 2018 memoria di Sant’Ireneo di Lione Vescovo e martire

Addendo del 29 giugno

A questo sogno mi viene da collegare un episodio, di quelli che ancora mi tormentano, dopo decenni: correva l’anno … chissà, avevo comunque almeno 14 anni ed ero un affezionatissimo seguace di Renato Zero di cui ascoltavo con feroce ostinazione le canzoni ed adorando i costumi che osava indossa durante gli spettacoli.

Un giorno mi venne l’idea di ricalcare sopra un paio di jeans, l’immagine del viso del predetto cantante,; nonostante la mia conclamata disabilità manuale riuscii a ricopiare anzi ricalcare , come dicevo il suo volto, imbellettato (e qui un bel “vesti la giubba” ci casca a fagiuolo, ma è una deviazione dal discorso principale); non ricordo cosa disse mia mamma ma sono sicuro che non apprezzò.

Fatto fu che con quei jeans andai dal benzinaio a fare il pieno di miscela per il mio destriero dell’epoca, il Garelli rosso fiammante; durante le operazioni di rifornimento il benzinaio mi disse o domandò qualcosa in merito alla faccia che avevo ricreato, forse mi chiese chi fosse il curioso personaggio. Non rammento altro di quel dialogo, sicuramente breve, ma trattengo un senso di vergogna tremendo tanto che, tornato a casa, misi quei pantaloni a lavare ed il capolavoro che avevo prodotto scomparve in men che non si dica.

Ricordo quell’episodio per il senso di vergogna che provai nonostante fossi stato io stesso il creatore di quella situazione poiché era abbastanza impensabile che qualcuno non notasse e commentasse quei pantaloni.

Mi vergognavo, dunque, di quel che avevo pensato.

Altro non ho da aggiungere, per ora.