Dopo un troppo lungo periodo di astinenza, stanotte ecco un nuovo sogno:

Devo partecipare ad una processione e sono in ritardo; quando sono pronto mi trovo sul sagrato direi di San Pietro in Vaticano, vestito con gli abiti solenni, perlomeno da vescovo, e vedo svolgersi davanti a me una processione, forse col Papa, alla quale penso di accodarmi.

Mi trovo improvvisamente a San Leonardo, forse all’incrocio di via Alessandria, sempre con gli abiti pontificali; forse un collega mi dice di stare attento ai tifosi che si trovano di fronte a me, sul lato opposto dell’incrocio (potrebbero essere napoletani), ma gli rispondo con molta tranquillità che non ho alcun motivo di avere timore perché sono a casa mia (cioè a mio agio?).

Questo il sogno, molto clericale.

Mi è poi venuto un collegamento con un episodio di cui ho già parlato, una famosa gita a Verona, al museo di scienze naturali: durante quella gita comprai una cartolina, la foto di un pesce fossile.

Il ricordo è di questo genere: all’uscita del museo c’era la professoressa di matematica e scienze, alla quale mostrai la cartolina.

La memoria mi suggerisce la professoressa sulla soglia, tra il museo, avvolto in una certa oscurità, ed il piazzale dove ci attendeva il pullman parcheggiato; non sono sicuro di alcun elemento ma questo credo sia accaduto, a grandi linee.

A questa soglia, passaggio da ombra a luce, mi è venuto di accostare le forche caudine, quel “supplizio” che i sanniti inflissero ai romani sconfitti: la subjugatio, il passaggio sotto il giogo.

In entrambi i caso si tratta di sottomissione ma con esiti ben diversi, anzi con alternativa di civiltà.

Nel caso del ricordo museale ho pensato che la mia “offerta” alla professoressa era un gesto di gradimento, avevo scelto un fossile che mi era particolarmente piaciuto (anche se penso più per ragioni estetiche che scientifiche); mostrandolo all’insegnante, le riconoscevo di avermi trasmesso qualcosa che avevo fatto mio: era un’imputazione positiva ed un ringraziamento.

L’uscita dal museo l’ho considerata, anche se schematicamente, come un rito di passaggio, un modo di passare da un mondo “dato” in cui il movimento è imposto dalla struttura stessa, ad uno in cui nessun movimento è predeterminato.

Il mondo scolastico, di cui il museo è una delle tante varianti, è sempre stato un mondo in cui mi sono trovato particolarmente a mio agio perchè fondato su una sorta di automatismo, di garanzia di rapporti dati dall’obbligo per diversi individui di convivere per tanto tempo nella stessa aula. In realtà un mondo illusorio poiché i rapporti sono tali solo se fondati su ben altro e non è un caso che non abbia conservato alcun rapporto coi vecchi compagni di scuola di ogni ordine e grado ad esclusione dell’ottimo Federico, compagno del liceo (non tratto qui dell’università che è altra cosa).

Della logica scolastica, sfortunatamente, ho fatto molto uso nel corso degli anni e nemmeno oggi posso dirmene immune.

Il giogo delle forche caudine mi ha ricordato, invece, un altro episodio, risalente ai 14 anni: in quel periodo mi telefonò mio padre che, in cambio di una ripresa dei rapporti che avevo graniticamente interrotto verso i 10 anni, mi offriva in regalo l’agognatissimo motorino.

Il rifiuto fu sprezzante e definitivo: mai avrei accettato di farmi comprare da lui, mai avrei commesso il reato di intelligenza col nemico, mai avrei tradito il mio schierarmi completamente con mia madre di cui mi sono sempre concepito come figlio tanto da avere meditato, per molti anni, di cambiare cognome.

Un diverso atteggiamento avrebbe potuto permettermi ben più lauti guadagni e, perchè no, por fine alla guerra civile, ma così non avvenne e ancor oggi ne pago il caro prezzo.

Una delle due varianti della sottomissione, dunque, è legata all’idea della guerra e anche in questo caso è possibile operare una distinzione perchè non tutte le guerre sono uguali (sebbene tutte siano negative).

V’è una forma di guerra che ha a che fare con un interesse, economico o politico, per cui si combatte per conquistare o difendere un dato territorio o una certa economia: a questa guerra è possibile por fine non solo con la vittoria ma anche con eventuali trattati che trovino dei buoni compromessi.

La seconda variante è la guerra finalizzata all’eliminazione del nemico, che deve essere estirpato dalla terra: è la guerra ideale, portata avanti in ossequio ad un ideale di purezza per cui non è tollerabile né pensabile alcun compromesso ma soltanto la totale distruzione dell’altro.

Potrebbe esserci una variante del primo genere ovvero la guerra per la conquista del potere.

In tutti i casi la guerra difficilmente porta a una conclusione poiché pone le basi per l’invidia e la vendetta.

L’esercizio di un potere usurpativo è sempre soggetto alle insidie degli antagonisti avversari.

Guardando alla mia storia personale ritrovo spesso condizioni guerresche che, in fondo, si possono sintetizzare col dilemma di Adelchi: “non resta / Che far torto, o patirlo”; subire o imporre ad altri la subjugatio, è esattamente identico l’esito, il sopruso.

Un passato di guerra, ma c’è un’altra forma di sottomissione che con la guerra non ha nulla a che fare.

Siamo in presenza del rapporto con un altro conveniente; in questo caso la sottomissione all’altro è un atto virtuoso ed è un’azione passiva; ne ritrovo un esempio a me confacente nella lettura di un libro, tema di cui ho trattato in varie occasioni.

Leggere è un’azione ma contemporaneamente è passione cioè ricezione di qualcosa pensato da un altro che è possibile far proprio e rielaborare: chi legge si sottomette alla proposta dell’autore potendone trarre un qualche beneficio.

Parma, 3 aprile 2018 memoria di  San Sisto I Papa