Sono alla Coin, con una commessa claudicante di cui non ricordo il nome: guardiamo dalla finestra la pioggia torrenziale o forse la neve; forse si parla di restare a mangiare per via delle difficoltà di spostamento ma, mentre dico quello, mi sembra di essere in ospedale.

Col motorino vado in autostrada a recuperare l’auto che non so perchè è in sosta lì; considero che devo fare il tragitto tre volte: lasciare il motorino all’ingresso, andare a piedi a prendere l’auto, tornare indietro con l’auto, quindi tornare a piedi a recuperare il motorino.

Sono a pagare il biglietto, in una stanza, presso delle macchinette che sembrano i telefoni pubblici di una volta; c’è un uomo, accanto a me, che non sa come fare, provo a spiegargli ma non sono capace nemmeno io; c’è un altro uomo, forse Massimo Portesani (amico della parrocchia delle Stimmate di un secolo fa) che si offre di aiutarmi e mi mostra come si infila la tessera.

Siamo in Vaticano o chissà dove, anzi forse sono sceso da un pullman turistico, quando mi dicono che sopra, cioè al piano superiore, ci sono i due papi Benedetto XVI e Francesco; salgo con tutta la gente presente; quando arrivo sopra, in effetti, ci sono i due pontefici, uno accanto all’altro; io lotto con me stesso per non mettermi, come farei di solito, in fondo al gruppo e mi posiziono, senza fatica e senza scontri, davanti. Si possono fare foto, allora io mi avvicino loro e chiedo a Roberto Mastri di scattarmi una foto  anche se mi domando come potrò ricambiargli il favore (forse perchè c’è poco tempo a disposizione), poi, credo a foto scattata, resomi conto dell’evento così emozionante, avvampo di rossore.

La scena cambia totalmente e si fa ancor più confusa, se possibile: c’è l’amica Daniela, che forse gira per casa nuda o è ingriffata di brutto, eccitatissima perchè innamorata. Non ricordo se ha aperto tutte le finestre e le porte di casa e sta mettendo tutto a soqquadro.

È innamorata di un giovane uomo, un frate; la scena è particolarmente confusa, non so cosa succeda ma  quel frate sembra essere innamorato e corrisposto ma non dalla Dadà, quanto piuttosto da me.

C’è un colloquio con un altro frate che forse è un suo superiore; forse mi mostra alcune lapidi nel cimitero interno al convento (e di fronte all’ingresso dello stesso?); il giovane frate, poi, forse scrive ed appende qualcosa ad una bacheca; poi non so se tenta il suicidio o se si ferisce ed è steso in posizione fetale e forse io lo assisto con tenerezza.

Cambia il luogo; mi trovo in Via Paullo, dove c’è una curva ed un’abitazione dove un tempo abitava la famiglia Andreasi; cerco di contattare una ragazza; riesco, ad un certo punto, a parlare con la nonna, che si trova a sua volta in strada; si parla forse di digiuno e di un intervento chirurgico.

Nuova scena: sono in un’officina di un meccanico d’auto.

Parlo con una ragazza, probabilmente, quella di via Paullo. Stendo vari fogli sul bancone mentre il lavoro attorno sembra procedere indifferente a noi, come se fossero gentili ospiti che ci permettono di far le nostre cose da loro.

Compilo vari moduli, le faccio varie domande, poi arriva il personale del 118 per ricoverarla; ci sono altri moduli da compilare ed in particolare c’è una questione sull’averlo già fatto in precedenza (?) che suscita il mio stupore (“non ha senso”) e disapprovazione.”È come se…” ma non ricordo che paragone ho fatto per mostrare l’assurdità della domanda.

Consegno la ragazza agli infermieri ed usciamo; fuori, nell’ampio cortile, ci sono numerosi parenti ed una di questi mi invita a non lasciar sola la ragazza, al che io rispondo che non ne ho alcuna intenzione.

Vado a salutarla, ma mi viene da piangere e noto che mi succede spesso, ho la lacrima facile, ma cerco di resistere al pianto, mi accomiato augurandole “in bocca al lupo” e promettendole, se non la disturberò, di andarla a trovare e di portarle del gelato. Mi sento in imbarazzo. Mi allontano cercando di non piangere di fronte a tutti, poi mi viene in mente che non ho chiesto il suo numero di telefono, anche se credo di essere rassicurato dal fatto che, in ospedale, saprò ritrovarla.

Svegliatomi  rilassato, mi gira in testa il ritornello dell’aria di Carmen:

“Mais si je t’aime, si je t’aime;

Prends garde à toi!”