Mi trovo non so bene dove, forse nei pressi della vigna di antichi vicini di casa; all’inizio di un filare vedo un grosso ragno giallo che mi fa decisamente schifo, il filare è di viti di uva nera, con grappoli ubertosi (so che non è corretto, ma questo è l’aggettivo mi viene in mente).

Mi allontano dal filare ma intendo passargli a fianco; appena entro in questa sorta di corridoio tra il filare a sinistra e non so cosa a destra, incappo in un paio di enormi ragnatele che mi si attaccano addosso con un effetto disgustoso e forse anche angoscioso pensando al fatto che il ragno che le ha prodotte deve essere enorme. Mentre le strappo per liberarmene forse vedo un altro ragno, giallo, a una certa distanza.

Cambia la scena e sono alla festa del corpo: sono vestito col cappotto.

Entro in un salone e, fermatomi ad un certo punto, devo ruotare come si fa in parata di novanta gradi per salutare qualcuno (o la platea?) militarmente.

Ora sono davanti ad un microfono, (come se fossi uno speaker) devo salutare i presenti e spiegare loro non so bene cosa.

Salta la corrente o chissà che altro ed il video si spegne: sono preoccupato (?) e mi metto ad armeggiare per sistemarlo assieme a non ricordo chi.

Trascorre un significativo lasso di tempo prima che la situazione torni normale ed a quel punto dico che sono tutti attesi, forse in municipio o in un altro posto che non ricordo, per il rinfresco.

La cosa che mi ha più colpito di questo sogno è la presenza del cappotto perchè la festa di Modena è il 25 maggio, quella di Parma il 16 giugno, tempi nei quali il cappotto è leggermente fuori stagione.

Debbo precisare che ricordo ancora la mia prima festa del corpo, a Modena, correva l’anno 2011 se non ricordo male: fu la prima ed ultima; in quell’occasione vinsi la promozione sul campo a speaker, come la storia racconta.

Le feste del corpo hanno un duplice effetto ai miei occhi: se apprezzo, viste dall’esterno, le parate similmilitari, per le quali  comunque non impazzisco, quando invece mi tocca partecipare, mi suscitano un fortissimo senso di ridicolo, mi sento del tutto a disagio, goffo, impacciato e pieno di vergogna. Contrasto che non sono ancora riuscito a spiegarmi ma che ho abilmente evitato sottraendomi alla varie feste e cerimonie solenni, tradizione che confermo anche quest’anno, tanto che a Parma sono riuscito ad evitare sia la festa del patrono che quella del corpo.

Ma torniamo al sogno e alle sue suggestioni, spunti che apprezzo particolarmente perché sono momenti di pensiero libero, finalmente non censurato dalla mia potentissima istanza censoria che potrebbe avere una laurea honoris causa dal Kgb.

Il cappotto, capo molto elegante e poco usato mi ricorda i gerarchi sovietici dei tempi della guerra fredda e le sculture in bronzo di Giacomo Manzù dedicate alla figura del cardinale: in entrambi i casi si tratta di alte gerarchie ma spersonalizzate, trasformate in archetipi o, forse, Lacan direbbe significanti.

Mi ricordano anche un parco, lontano dalla città, che non sono mai riuscito a visitare, a Budapest, dove sono state raccolte le statue del periodo comunista.

Ed un libro dedicato ai manifesti propagandistici del regime comunista cinese: tutto è accomunato da questi super uomini e super donne che non sono diversi da quelli realizzati nei regimi totalitari di destra.

Realtà amplificata, di maschioni e donnone, come in una epica guerra tra titani (titanesse – o titane? – comprese).

Mi ricordano anche i film di Ercole, Maciste e Tarzan che tanto mi piacevano da bambino; credo ci sia stato anche un film dedicato alla lotta tra Ercole e Maciste ma, secondo me, non lo apprezzai perchè non gradivo l’idea di uno scontro tra questi due buoni. Non so come sia finita.

Ricordo che da bambino mi piaceva raccogliere qualche grappolo d’uva da mangiare direttamente dal filare così come era usanza bere direttamente dalla canna per annaffiare e mangiare i pomodori appena colti dalla pianta; a casa mia era possibile anche mangiare qualche pesca, di cui ero ghiottissimo.

Mangiare l’uva, però, era vietato dai proprietari che chissà che danno avevano mai da temere ma questo era.

Una volta ebbi quella che ai tempi era chiamata una “sfogazione”, causa presunta: ingestione di un numero troppo elevato di pesche.

Questo sogno potrebbe avere a che fare con l’uscita serale di ieri, a cena con due ottimi colleghi e amici, i cui racconti hanno amplificato il mio senso di inadeguatezza rispetto ad una professione che mi lascia molto insoddisfatto e sempre più sconfortato.

Parma, 13 giugno 2018 memoria di sant’Antonio di Padova sacerdote e dottore della Chiesa