Periodo che considero benedetto, per la mia vita onirica; due notti, due sogni: quello di l’altro ieri:

“Sono in un liceo scientifico, forse il Marconi.

Devo rifare i 5 anni; parlo con qualcuno cui rivelo che, vista l’età, avrò o potrei avere qualche difficoltà con alcune materie (forse latino e fisica).

Forse organizzo una festa in un’aula.

Mi perdo dentro la scuola, giro per varie scale interne, come se fossi in un labirinto che mi ricorda le scale del film “Il nome della rosa”.

Vago in cerca dell’aula senza trovarla; arrivo non so dove, forse in un ufficio dove una donna mi dice che sarebbe stato meglio organizzare un’altra festa; non sa indicarmi dove si trovi l’aula; mi invita  a sentire all’ingresso principale che non so dove si trova.

In un pianerottolo in legno, che ricorda le miniere di sale in Polonia, ci sono alcune persone e pure Gabriele Trivelloni.

Mi chiedo (o domando) se Gabriele parlerà bene di me (o se mi presenterà qualcuno).

Trovo infine una stanzetta dove c’è una donna minuta e molto anziana di cui qualcuno mi dice che lei sa tutto e saprà darmi indicazioni.

Forse ha del te; ci sono dei centrini bianchi all’uncinetto (mi ricordano la salma saponificata del nonno).”

Poi ancora stanotte:

“C’è un’auto in sosta su cui interveniamo io Davide Zavatta; in realtà non eravamo in pattuglia assieme, ma comunque mi trovo sul posto quando lui interviene; siamo in una piazza, lui sale su questa auto per spostarla (chissà perchè) ma, inspiegabilmente, parte all’improvviso a razzo e con una curva a parabola va a finire, con la velocità di una scheggia, dentro al portone di un ingresso, forse la prefettura, che si trova sulla piazza a qualche decina di metri di distanza.

Mi avvicino, forse ridendo, per questa cosa; credo ci siano i vetri rotti del cruscotto e forse c’è qualche scritta.

C’è poi una collega che deve andare a casa a cambiarsi ‘abito; chiedo come mai e la risposta che ottengo è che deve lavorare in divisa; quando torna, la vedo da lontano, con un abito forse trasparente con la gonna cortissima, che lascia intravedere il fondo schiena.

Sono in auto con una collega, non so se è la stessa del vestito succinto; ci supera o ci troviamo davanti un uomo in bicicletta, Lucio, il messo di Colorno, che anche lui ha una sorta di divisa come quella di prima della collega, tanto che lei mi fa notare che si vede, almeno credo, l’ano di lui dicendo: “guarda il buco di Lucio, com’è bello aperto (o largo)”; rimango perplesso ma lei mi spiega che è la divisa che devono usare quando fanno gli autisti o certe scorte.

Adesso sono in una città. arriviamo, in auto, in una piazza dove ci sono dei venditori abusivi;  scendiamo, controlliamo e alcuni sono a posto; invito, invece, uno ad andarsene; svolto poi l’angolo e c’è un’altra fila di venditori, qualcuno comincia a raccogliere la merce e ad andarsene ma un po’ di merce resta; io mi metto a raccoglierla e, contemporaneamente, continuo a percorrere la strada fino  che, quasi all’angolo della via, scopro che nei canaletti di scolo della strada, coperti da griglie (come quello che ho davanti al cancello di casa), c’è nascosta molta roba, cartoni pieni; prendo fuori tutto e riempio dei grossi scatoloni, ma arriva un senegalese che si mette a dirmi qualcosa; all’improvviso arriva un altro senegalese che si mette alla guida di una bicicletta che ha davanti un enorme cestone dove io avevo messo tutta la roba sequestrata e comincia a pedalare scappando; provo a rincorrerlo; vorrei chiedere rinforzi via radio ma scopro di non averla, cerco il cellulare ma anche in questo caso va buca. Questo tipo comunque pedala con una velocità incredibile, allontanandosi con una velocità impossibile per la merce che aveva.

C’è una donna, una certa Anna (?) che ha problemi con la casa; sembro insofferente alle sue lamentele e a quelle di suo marito; ci fanno entrare in casa dove trovo due o tre bambini che stanno mangiando, ma mangiano male, sembra che stiano male al che decido che è ora di risolvere il problema; chiamo subito i servizi sociali perchè trovino una soluzione subito.

C’è bisogno di scrivere una lettera, raccomandata, forse per la prefettura, al che decido di scriverla io che faccio meglio e prima; mentre la scrivo o alla fine della redazione, vedo dei francobolli (credo) che voglio anch’io.

Vado in posta dove  trovo un’altra signora anziana, che mi spiegano ha a che fare con so cosa, qualcuno le dice che deve comprare dei francobolli per me, lei è d’accordo; sembra che si stia allontanando, così attiro la sua attenzione; lei torna verso di me e chiede quali io voglia; le spiego che vorrei quelli della serie dei papi (o delle chiese), ma sono indeciso  su quali aggiungere, guardando un cartellone esposto lì accanto.

Le dico che non vedo quelli che vorrei io ma ce n’è uno bellissimo, della chiesa di san Luca che penso se aggiungere anche questo; nel frattempo lei mi chiede se ho già spedito la raccomandata; non ricordo la mia risposta; lei aggiunge di avere bisogno a sua volta di una lettera di protesta (o ricorso) che le serve per un avanzamento di carriera perchè forse lavora alle belle arti o qualcosa del genere.

Vedo, dietro una porta socchiusa, delle poste, una mensola, dipinta come se fosse una tela ad olio.”

Se ci aggiungo il simposio di Milano, ho delle belle occasioni di lavoro.

In realtà il lavoro non mi manca visto che anche oggi mi è toccata la vanga, spargimento di letame e messa a dimora di pomodori e zucchine (quelle nate dai semi conservati dalla piantina dello scorso anno, regalo delle mitiche Marta e Anna di Berbenno di Valtellina.

Mi sono concesso anche una divagazione a Varano Marchesi, in provincia, per la festa dei fiori che è stata una delusione tale che non ci metterò più piede per i prossimi anni.

Devo aggiungere un altro lavoro: ho ripreso tra le mani le poesie del mio amato Ungaretti, un poeta meraviglioso; ieri sera questa mi è rimasta in mente:

IN MEMORIA.
Locvizza il 30 settembre 1916.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

Poesia straordinaria che parla di perdita delle radici.

Ma l’uomo ha radici?