Dopo la memoria di san Sebastiano, giornata impegnativa, il giorno successivo è stato di defaticamento: la prima meta mattutina è un bar decente dove fare una buona colazione con l’irrinunciabile cappuccino poi, per non perdere il ritmo ci siamo dedicati all’Archivo de Indias, uno degli archivi di stato ove vengono custoditi gli archivi relativi all’impero spagnolo in America e nelle Filippine.

L’archivio è stato ricavato dalla Casa Lonja de Mercaderes, ovvero il palazzo destinato a mercato e contrattazione degli affari che prima si svolgevano in cattedrale (senza che, credo, scandalo alcuno per Gesù che si indignava contro i mercanti “di religione”, non contro chi lavorava per produrre profitto); la costruzione fu voluta da Filippo II e commissionata al medesimo architetto dell’Escorial, Juan de Herrera.

Nel palazzo era in corso una mostra (fino al 23 febbraio prossimo) dal titolo El Viaje Más Largo, dedicata, diversamente da quanto pensavo io, non a quello di Colombo ma a  Ferdinando Magellano, Juan Sebastián Elcano e all’equipaggio della nave Victoria che, per la prima volta al mondo, circumnavigarono il globo.

Il viaggio, iniziato a Siviglia il 10 agosto 1519, terminò nel 1522 ma Magellano non poté vantarne i risultati perché rimase ucciso in uno scontro con una tribù indigena delle Filippine; la sua avventura è stata ricordata dall’Italiano Antonio Pigafetta nell’opera “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”.

Da notare che Magellano, portoghese di nascita, ricevette un rifiuto dal suo sovrano (re Manuel), quando a lui per primo fece la proposta del viaggio, finanziato, invece, da Carlo V il quale, però, una volta tornato Pigafetta, che manteneva vivo i meriti di Magellano, lo congedò frettolosamente senza nemmeno una gratifica, proprio per  mettere in secondo piano il fatto che a concepirlo era stato un portoghese: l’ingratitudine regna sovrana da sempre.

La mostra non mi ha esaltato anche se mi ha incuriosito rispetto ad un evento che ignoravo del tutto; una gradevole scoperta: oltre al catalogo cartaceo, ovviamente in vendita, è possibile scaricarne una copia in pdf, gratuitamente.

Dopo questa visita, un salto in una chiesetta, la Capilla De Santa Maria De Jesus, in fondo ad Avenida de la Constitucion, tanto piccola quanto graziosa, con una bella volta gotica ed un immancabile retablo per dedicarci poi al più profano rito del regalo per i nipoti, la consueta maglietta di una nota multinazionale americana, ma tant’è.

La passeggiata prosegue, un po’ a zonzo, in cerca del miglior percorso per andare in stazione, in vista del viaggio di domani; siamo transitati, tra le altre cose, davanti a Palazzo San Telmo, che è uno splendido palazzo attuale sede della Junta de Andalusia, il governo andaluso.

Ci imbattiamo poi in una zona che deve essere stata edificata in occasione di qualche expo, visto che i padiglioni hanno i nomi di vari paesi del sud America; in uno di questi si trova la Casa de la ciencia; vero che il biglietto costa poco ma è altrettanto vero che la delusione è notevole: nemmeno la mostra dedicata al faraone Tutankhamun (noi lo chiamiamo Tutankhamon ma la sostanza non cambia) riesce a risollevarci; debbo anche ammettere che mai sarei entrato in un museo simile (le meraviglie della scienza mi interessano abbastanza raramente) ma a Stefano l’idea piaceva e l’ho fatto volentieri.

Dopo pranzo, abbandonato l’esausto Stefano nelle braccia di un accogliente letto e di una doccia ristoratrice, mi sono concesso  il lusso di una visita al Museo de Bellas Artes, un luogo fantastico, una tappa imperdibile nella visita di Siviglia.

Mi è dispiaciuto che Stefano vi abbia rinunciato ma è vero che nessuno viene tentato oltre le proprie forze e non era giusto forzare la mano.

Il Museo de bellas artes è il più importante dell’Andalusia e non fatico a crederlo, tali e tante sono le opere bellissime che custodisce, la gran parte di carattere religioso poiché il Museo de Bellas Artes nasce a seguito delle espropriazioni di quel gran … massone di Juan de Dios Álvarez Mendizábal.

Già a partire dal palazzo, che era sede Convento de la Merced Calzada, risalente al XIII; in origine il Museo de bellas artes custodiva migliaia di opere che, però, andarono vendute (o forse meglio dire svendute) oppure saccheggiate dall’invasione napoleonica che tanti danni ha fatto in tutta Europa.

L’esposizione si sviluppa in ordine cronologico, partendo dal medioevo; chiaramente la parte del leone è quella riservata al barocco, con le opere di Bartolomé Esteban Pérez Murillo, che stranamente non mi entusiasmano, d’altronde io amo il barocco in architettura, mentre in pittura dipende caso per caso.

Anche l’ottimo Juan de Valdés Leal non è quello “splendore” dell’Iglesia de la Caridad; al contrario Francisco de Zurbarán non mi delude mai.

Dopo la visita alla mostra dedicata a Juan Martínez Montañés mi si aprono le porte del museo vero e proprio e sin da subito con opere di rilievo: inizio con un Compianto su Cristo morto, tema che sappiamo essermi molto caro; in questo caso l’autore è Pedro Millán, ovviamente sconosciuto alla mia enorme ignoranza, l’opera risale al 1490 ed è tipicamente gotica con influssi borgognoni.

Una splendida Passione di Cristo, coi vari episodi, iniziando dalla preghiera nell’Orto degli Ulivi, di autore fiammingo, almeno credo, varie statue di cui una, in particolare, rappresenta Cristo alla Colonna, mi introducono ad una serie di santi tra i quali trovo anche san Sebastiano; qui a Siviglia scopro, non mi è capitato spesso se non mai, la rappresentazione del santo non come un giovane discinto e trafitto per ogni dove da crudeli dardi, ma un uomo ben vestito secondo la moda dell’epoca, che si riconosce quasi più per le frecce e la faretra che regge che non per una sola freccia che gli entra nel torace.

Notevole un Trittico col Calvario, opera fiamminga di Frans Francken I, come fiammingo è Martín de Vos, che dipinge un Sant’Agostino, un San Francesco che riceve le Stimmate ed un Giudizio finale splendidi.

Fray Hortensio Félix de Paravicino, ritratto in abito dei trinitari da El Greco, colpisce per la modernità dello sguardo profondo ed intenso.

Il Calvario con centurione di Lucas Cranach non mi è venuto bene in foto ma è un’opera splendida che colpisce per il contrasto tra i pennacchi svolazzanti del “perizoma” di Cristo ed il cavaliere, riccamente ed anacronisticamente vestito con armatura cinquecentesca; il cavaliere è, in realtà, il centurione che pronuncia, in tedesco la frase “veramente Costui è il Figlio di Dio”; splendido anche il volto del cattivo ladrone.

Segue una Coronazione della Vergine, assunta in cielo ed incoronata dalla Trinità, opera di Peter Aertsen: questo quadro mi ha colpito per la singolare bruttezza degli angeli, con visi veramente poco graziosi per essere creature meravigliose.

Marcellus Cofferman dipinge un dittico della Visitazione e dell’Annunciazione, anche questo, ovviamente fiammingo, molto bello.

Eccoci a Francisco Pacheco coi suoi splendidi Santi, Francesco e Domenico, la coppia di anziani, opere ancora una volta splendide.

Diego Velázquez ci regala il Retrato de don Cristóbal Suárez de Ribera, opera eseguita due anni dopo la morte dell’effigiato presso il laboratorio di Francisco Pacheco, suo suocero.

Ed ecco le opere di un grande di Spagna, Bartolomé Esteban Murillo: oltre all’Immacolata Concezione (ne ha fatte oltre 25) notevoli un San Agustín y la Virgen con el Niño ed un San Francesco che riceve le Stimmate che mi ricorda molto l’identico soggetto, opera di Guercino, in quel del convento dei frati minori cappuccini di Cesena.

Ancora un san Sebastiano che fotografo come ogni volta che posso quando lo trovo effigiato; in questo caso è della scuola di Jusepe (o Josè) de Ribera detto lo Spagnoletto: torna il santo seminudo ma tutto è meno che un giovane effeminato.

Del medesimo artista è una Santa Teresa colta nell’istante immediatamente precedente l’episodio della transverberazione, ma ecco, inattesi e splendidi, due Paradiso Terrestre di Jan Brueghel il Giovane, incantevoli nella varietà degli animali reali e fantastici.

Un Giuditta e Oloferne di Giovanni Battista Caracciolo mi richiama Caravaggio, citato quasi testualmente.

Sebastián Vranckx, altro fiammingo a me ignoto, propone una Batalla de las dunas (Nieuwpoort) che è una quadro particolare perché riproduce gli uomini in dimensioni ridotte e molto numerosi come mi è sempre piaciuto (non saprei dirne il motivo); il quadro diversamente dai tanti della stessa epoca, non è un dipinto di genere ma la rappresentazione della battaglia di Nieuwpoort, avvenuta il 1 giugno del 1600 tra le truppe delle Province Olandesi unite il cui esercito era guidato da Maurizio di Nassau e quelle spagnole al comando dell’arciduca Alberto d’Austria.

Eccoci ad uno splendido San Carmelo di Francisco de Zurbarán: notevolissimo il contrasto tra le pieghe dell’abito bianco da mercedario dell’uomo e lo sfondo scuro; questo frate, vissuto a Barcellona, molto devoto alla Vergine, non venne mai canonizzato; santo, invece, era San Pedro Pascual, altro mercedario rappresentato sempre col contrasto tra abito bianco e fondale scuro. 

Sempre di questo grande maestro c’è un curioso San Hugo en el Refectorio che rappresenta un miracolo accaduto nella Certosa di Grenoble, nel 1084: era la domenica prima del mercoledì delle ceneri quando Ugo, vescovo della città, inviò ai 7 monaci fondatori, della carne; i monaci stavano discutendo se vivere in perpetua astinenza quando, al giungere del regalo, caddero in un sonno profondo e miracoloso visto che durò ben 45 giorni; fu la visita di sant’Ugo che li risvegliò e fece scoprire che la carne avuta in dono era divenuta polvere, il che li confermò nel proposito di una vita di maggior austerità e digiuno.

Sempre protagonista san Bruno, stavolta a colloquio col papa, con Urbano II: colpisce l’apparente incomunicabilità tra i due protagonisti che sembra più che si guardino in cagnesco che non siano a colloquio cordiale.

C’è un’opera, però, di Zurbarán che è straordinaria, si tratta di un Crocifisso, ce ne sono vari nel Museo, ma questo è splendido: Gesù è morente, con lo sguardo rivolto al cielo ma quel che colpisce è il paño de pureza, in italiano lo chiamerei perizoma (termine che non mi soddisfa ma non me ne viene in mente uno più adeguato) che ambisce ad essere il centro dell’attenzione per il suo virtuosismo.

San Luis Beltrán è un missionario domenicano a Panama e in Colombia; evidentemente scomodo per qualcuno, tentano di avvelenarlo ma un’ispirazione divina gli salva la vita ed è questo il momento immortalato dal nostro Zurbarán che  dipinte un piccolo drago che fugge dalla tazza che il santo regge tra le mani.

Cambia il santo ma non la tecnica del contrasto tra bianco e nero, questa volta dell’abito domenicano poiché il personaggio ritratto è il Beato Enrique Susón, mistico medioevale che si incide sul costato il nome di Gesù.

San Ramón Nonnato è, invece, una splendida statua del santo dei mercedari calzati (una delle divisioni dell’ordine dei mercedari), opera de Juan de Mesa; di questo santo, di cui è incerta l’esistenza (ma sicuramente non è stato cardinale, com’è spesso rappresentato) si narra che si offrì come schiavo in sostituzione di un prigioniero (secondo il carisma dell’ordine dei mercedari) ma, continuando l’opera di proselitismo anche in carcere, i suoi carcerieri gli avrebbero forato le labbra per sigillarle con un lucchetto (ma questo episodio è attribuito anche ad altri santi, il che non aiuta a stabilirne l’autenticità).

Venendo ad opere più vicine a noi, il Museo de bellas artes ha ricevuto nel tempo svariate donazioni, ci sono vari soggetti con scene di genere tipicamente andaluso, niente di che, salvo un ritratto, splendido, il Retrato de Gustavo Adolfo Bécquer, opera di Valeriano Domínguez Bécquer, fratello del poeta: tipico ritratto romantico di una persona di cui il pittore vuole mostrare gli intensissimi moti dell’animo, secondo la consuetudine dell’epoca.

Un’altra opera che mi è piaciuta molto si intitola La muerte del maestro, di José Villegas Cordero, una tela di grandi dimensioni che rappresenta la morte di un torero nell’arena; l’opera ha richiesto circa 20 anni e rappresenta sulla sinistra un sacerdote che recita le preghiere per i defunti accanto al cadavere del torero mentre la sua cuadrilla, sul lato destro, mostra una composta ma drammatica compartecipazione.

Altro dipinto che mi è piaciuto moltissimo è El Monaguillo, di Alfonso Grosso Sánchez: un giovane chierichetto, vestito di una dalmatica riccamente decorata, sorride allegramente verso il pubblico, poco prima dell’inizio di una processione, quasi a voler invitare al clima di allegrezza che il dipinto suggerisce (d’altronde don Bosco sosteneva che: “I nostri divertimenti sono la santa Messa, la Comunione, la confessione, da cui nasce la gioia più profonda”).

Potevo poi non apprezzare il Retrato de don Alfonso XIII di Gonzalo Bilbao Martínez? Il re, in uniforme di maestro di cavalleria di Siviglia, col Toson d’oro e altre decorazioni … me gustò mucho.

Terminata la visita al Museo de bellas artes, a sera inoltrata, mi sono ritrovato col rigenerato Stefano per la cena e … tutto pronto per il giorno dopo, per Cordoba.

Siviglia, 21 gennaio 2020 memoria di Sant’ Agnese Vergine e martire e dei  Beati Giovanni Battista Turpin du Cormier e 13 compagni Martiri di Laval