Nel capitolo IV dell’ottimo volume Sessualità e nazionalismo di George L. Mosse, si parla di donne; eccone il riassunto, con il consueto invito alla lettura del testo, come molti altri dello stesso autore, fonte di spunti di grande interesse.

Il nazionalismo, nei primi decenni del XIX secolo, assimilò i nuovi ideali di femminilità, enfatizzandoli e creando dei simboli femminili della nazione come Germania, Britannia e Marianna che rappresentavano la rispettabilità e il sentimento collettivo degli ideali nazionali.

L’arte romantica fu utilizzata per dare dimensione visiva e letteraria ai nuovi temi, così il nazionalismo usò l’esempio della donna pura, casta e modesta per mostrare le proprie virtuose ambizioni e, insieme, rafforzare l’ideale borghese della rispettabilità.

La donna fu idealizzata e cristallizzata in quel ruolo: chi non vi si adeguava minacciava nel contempo società e nazione poiché insidiava proprio quell’ordine che si riteneva dovesse invece conservare; ciò comportò un odio profondo per le donne rivoluzionarie che quasi superava il biasimo per i rivoluzionari di sesso maschile: la donna come simbolo di libertà e di rivoluzione (Marianna che guida la battaglia) contraddiceva e smentiva i valori femminili e perciò intaccava la rispettabilità e per questo fu velocemente soggiogata o spodestata.

Poiché bisognava accentuare le differenze tra maschi e femmine, l’androginia che un tempo veniva considerata simbolo di unità, divenne ripugnante ed anche il lesbismo fu difficile da trattare perché considerato “amore innominabile” e biasimato ancor più del rapporto omosessuale maschile.

La maggior parte delle lesbiche evitò gli atteggiamenti provocatori dei decadenti e si difese dichiarando di accettare i modelli e le convenzioni sociali; nemmeno le femministe ebbero il coraggio di sfidare la rispettabilità con la quale dovettero allearsi.

C’erano stati tempi, tuttavia, in cui la donna era stata assunta a simbolo di libertà: Marianna fu il simbolo femminile popolare della libertà propugnato dalla rivoluzione francese. Se a volte era rappresentata seduta e vestita con abiti castigati, nella gran parte dei casi appariva come giovane vivace e parzialmente vestita, di solito di una tunica corta che mostrava le gambe dal ginocchio in giù.

Quando la rivoluzione sfociò nella Repubblica e poi dell’impero, però, la Marianna pacata e completamente vestita prese il sopravvento e sostituì la pericolosa rivale, ma la donna simbolo di libertà rivoluzionaria resuscitò durante la rivoluzione del 1830, con la famosa Libertà che guida il popolo alle barricate di Eugene Delacroix; tuttavia appena Marianna divenne simbolo nazionale la nazione ne recise le ali rivoluzionarie.

Libertà che guida il popolo alle barricate

Libertà che guida il popolo alle barricate

Come simbolo della Francia, Marianna fu completamente rivestita, ma anche un’eventuale nudità avrebbe potuto rientrare nel canone della rispettabilità e perdere la carica sensuale com’era avvenuto per i maschi nudi che simboleggiavano, e illustravano chiaramente, mascolinità e coraggio virile tedesco oltre al processo di annullamento della sensualità; anche per le donne accade qualcosa di simile e le donne nude rappresentarono spesso l’ideale femminile nazionalsocialista: questi nudi sono corpi levigati e diafani, irrigiditi in pose remote e simili a dei pagani, ben diverse dall’umanissima e gesticolante Marianna di Delacroix.

La scultura classica greca che fu utilizzata in Germania per rendere rispettabile la nudità, invece, in Francia non svolse lo stesso compito; Marianna, sin da subito, mostrava segni che avrebbe potuto essere assimilata, cioè ricondotta ad un ideale di donna diverso da quello dell’uomo; il modello di Marianna fu il suo antecedente cioè la dea della ragione giacobina.

Ritrarre la ragione come una dea era un evidente allontanamento dalla visione della donna come un essere debole e irragionevole, che doveva essere guidato dall’uomo, ma i contemporanei notarono che la dea si assicurava la lealtà della folla grazie al suo fascino sensuale di donna e non, invece, in virtù della sua saggezza maschile: in provincia le feste assomigliavano spesso a gare di bellezza perché la dea veniva scelta tra le ragazze più belle del paese.

La bellezza e la sensualità femminili continuarono ad avere un ruolo importantissimo, anche in un ambito che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto esserne esente.

Ci furono comunque uomini che si scandalizzarono nel vedere la ragione rappresentata in spoglie femminili; nel dramma di Lessing Nathan il saggio, autentica summa dell’illuminismo, solo gli uomini rappresentano la vera saggezza; così pure nel libretto per il Flauto magico di Mozart, di Emmanuel Schickaneder, gli uomini rappresentano la ragione mentre le donne devono evitare l’esempio della Regina della notte ed abbandonare pretese di comando ed indipendenza.

Gli attributi tradizionali della femminilità furono resi a Marianna quando questa esaurì la sua capacità di indurre uomini e donne a occuparsi della rivoluzione: la donna rimase passionale ma non nella nobile causa della rivoluzione, a lei spettava, facendo uso dei propri attributi di bellezza e ardore e della propria nudità, di proteggere l’ordine costituito: Marianna si trasforma da giovane passionale a madre del suo popolo.

Inghilterra e Germania non sperimentarono una rinascita della romanità come quella che influenzò l’arte della rivoluzione francese: ci fu soltanto un’Atena molto vestita e in ogni caso, avendo queste nazioni combattuto contro la rivoluzione francese, erano arrivati alla conclusione che “la virtù e il vizio si erano scambiati il posto in quell’immorale nazione”; la reazione alla rivoluzione rafforzò il rigore morale del pietismo tedesco e dell’evangelismo inglese per cui la donna doveva essere casta e modesta, esempio di purezza verginale nei pensieri e nelle azioni.

In Germania neppure la rivoluzione assomigliava alla veemenza di Delacroix, essa era piuttosto rappresentata come una ragazza bionda vestita di bianco.

Germania, a differenza di Marianna, non nasceva dalla rivoluzione e quindi poté avere un futuro perché tutti i nazionalisti ebbero cura delle sue vesti, così come di quelle di Britannia o di  Bavaria: questi simboli nazionali femminili, per le classi medie tutelavano la normalità della società e la salute della nazione.

Nell’antica Roma, Germania era rappresentata come prigioniera afflitta che, successivamente, con gli imperatori tedeschi, divenne una figura regale munita di corona, spada e scudo e tale rimase fino ad oggi: una figura medioevale in età moderna; essa ebbe un ruolo completamente diverso da Marianna poiché non fu mai una condottiera e ancor meno fu coinvolta nelle battaglie; venne invece paragonata ad una sposa che attende il consorte o come l’ansiosa madre del suo popolo, madre dal cuore limpido e puro, era insomma il simbolo pacato di una nazione in lotta; quando, nell’epoca guglielmina, indossò elmo e corazza essa, comunque, non fu mai aggressiva se non per proteggere la famiglia e lo stato, sacrificandosi nel compimento del proprio dovere.

L’immagine ottocentesca della donna tedesca fu influenzata dal risveglio religioso cattolico che influì su quel gruppo di artisti chiamati Nazareni, che si erano stabiliti a Roma nel 1810, intenzionati a rivivere l’arte tedesca, riprendendo la tradizione della pittura religiosa.

Essi intitolarono la loro corporazione a San Luca, già patrono degli artisti medievali; il loro nome, invece, fu dovuto al tipo di vita monastica e ai soggetti cristiani prevalenti nelle loro pitture, principalmente ispirate alle opere di Raffaello.

Ottennero un grande successo e influenza sulle accademie d’arte tedesche ed austriache ed influenzarono l’arte popolare proprio nel momento del risveglio religioso romantico; essi combinarono assieme anche temi cristiani e temi germanici, fornendo una dimensione religiosa morbida al risveglio nazionale; influenzarono anche il modo di rappresentare Germania come si vede nell’omonima opera di Philipp Veit del 1835.

Philipp Veit, Germania

Germania

Germania, fin dagli esordi come simbolo nazionale, trovò come icona la regina Luisa di Prussia, modello di femminilità pura in opposizione all’immorale Francia.

Luisa di Prussia, moglie di Federico Guglielmo III, aveva abbandonato il suo paese nel 1806 di fronte all’avanzata francese ed vi era tornata poco prima di morire nel 1810; ella aveva sempre attivamente lavorato per alleviare le difficili condizioni del suo paese: attorno a lei nacque un vero e proprio culto in cui patriottismo e pietà della regina divennero l’identificazione delle virtù femminili tradizionali; da donna divenne angelo, sia durante la vita che dopo, acquistando così quell’immortalità fondamentale per diventare simbolo nazionale.

La sua maschera funeraria fu modellata in modo da assomigliare al volto della vergine Maria e, alla fine del XIX secolo, la regina, con in braccio il principe Guglielmo, divenne la “Madonna prussiana”.

La popolarità di questo mito durò oltre un secolo: le guerre di liberazione la videro come simbolo della rinascita prussiana, proprio quando stava nascendo la domanda di simboli reali viventi che fondessero assieme immaginario religioso e amore per la nazione.

Germania non era in grado di rispecchiare la tradizione cristiana per cui la pia regina protestante divenne un’immagine cattolica, dolce e sentimentale, come veniva divulgata dai Nazareni, immagine che ispirava immutabilità anche nella Prussia protestante: quale santa patrona di Prussia le si attribuiva la vittoria nelle guerre di liberazione e suo figlio, re di Prussia e futuro imperatore, alla vigilia della battaglia di Sedan si recò a pregare sulla sua tomba per attirare la sua benedizione sull’armata prussiana.

Luisa di Prussia

Luisa di Prussia

Il suo culto è un chiaro esempio di quel culto sentimentale della morte che fu tanto popolare nella Germania guglielmina e nell’Inghilterra vittoriana, non a caso il monumento che fu eretto a Tiergarten e a lei dedicato fu eretto grazie ad una pubblica sottoscrizione.

Questo ideale di donna fu utilizzato anche dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, come esempio di comportamento per le donne, nel caso in cui l’onore della nazione fosse stato in pericolo.

La semplicità e la castità della regina, la sua santità, furono legate alla sua vita familiare: perfino sul letto di morte non poté essere circondata dalla corte reale, come di consueto, ma fu assistita solo dal marito e dai figli e questa non fu l’unica concessione all’imborghesimento della famiglia reale che riconosceva, di fatto, lo stile di vita borghese, all’interno del quale la vita familiare era una componente fondamentale, e la rispettabilità come i valori vincenti.

Durante le guerre di liberazione, nazionalismo e rispettabilità si erano legati e avevano confinato la donna in un ruolo passivo, di rigida divisione dei ruoli: i simboli nazionali e regionali avevano fissato il ruolo della donna e avevano rafforzato la distinzione tra i sessi e la conseguente definizione di normalità e anormalità come erano state pensate dalla società borghese; la donna, nella sua veste di simbolo nazionale, esemplificava ordine e tranquillità, era la personificazione della rispettabilità e anche quando le fu affidato il compito di difendere e proteggere il suo popolo, il suo ruolo rimase quello tradizionale di moglie e di madre, custode della tradizione, che manteneva viva, nell’attivo mondo degli uomini, la nostalgia per il calore di casa.

John Bull

John Bull

In Inghilterra, la figura simbolica di Britannia ebbe un ruolo molto meno importante di Marianna in Germania poiché ebbe maggiore popolarità John Bull, uomo di carattere naturalmente buono, solido, pieno di sicurezza e di energia.

Britannia fu oggetto di controversie, in età moderna, anche se durante il regno di Carlo II, nel tardo Seicento, la sua immagine venne incisa sulle monete da mezzo penny e da un penny e vi rimase per oltre un secolo; essa acquistò popolarità nelle guerre contro la rivoluzione francese e Napoleone, quando divenne l’avversaria dei giacobini e dei tiranni, simbolo di libertà, mostrando in questo più affinità con Marianna che con Germania, che non era mai stata invocata in guerre contro la tirannia.

La somiglianza con Germania sta invece nel compito di favorire la rigenerazione dei costumi nazionali per affrontare la guerra contro la Francia, in breve rappresentava la virtù inglese in lotta contro il vizio.

Britannia fu rappresentata spesso con un tridente e con lo scudo per rappresentare, più che l’intera nazione, la sua forza navale.

Le personificazioni femminili della nazione rappresentavano le forze eterne e, nelle loro armature antiche e negli abiti medievali, erano rivolte al passato: la donna esprimeva innocenza e castità, era simbolo preindustriale ed eterno contro la metropoli vista come culla del vizio; per la donna fu utilizzata la stessa simbologia preindustriale che rappresentava e rimandava  alla nazione come forza immutabile.

Le virtù femminili legavano la società ai suoi obiettivi morali, mentre l’uomo rappresentava il soldato cioè la figura eroica che concretizzava in pratica la teoria; considerato che nudità ed eroismo, in Germania, erano presi dalla tradizione greca, i guerrieri tedeschi, a differenza di Germania, erano di solito nudi o poco vestiti.

Il paese che apprezzava esercito e marina non considerava la donna in grado di condividere le virtù militaresche; il nazionalismo innalzò sul piedistallo solo una donna, la valkiria, che conduce i caduti in battaglia, nel Walhalla.

Germania non prese il posto della valkiria perché mai fu considerata aggressiva o mascolina; anche il movimento romantico mise in crisi gli ideali di emancipazione dell’illuminismo e si uniformò alla nozione borghese della divisione del lavoro: Schlegel o Novalis riconobbero nell’erotismo di una bella donna un segno esteriore di una divinità invisibile e l’armonia fra la terra e le stelle; in tale idealismo il mondo fu visto in una prospettiva simbolica in cui la donna occupava un ruolo centrale perché rappresentava insieme l’utopia romantica e l’idea nazionale, che finirono per interagire una con l’altra.

Nella prima metà del XIX secolo la donna perdette quei piccoli progressi che aveva ottenuto durante l’illuminismo: divenne un aspetto di quel simbolismo floreale, caro ai romantici, per il quale i fiori rappresentavano un amore puro, intenso, lontano dalle passioni più basse; l’utopia romantica rafforzò l’immagine ideale preindustriale della nazione, come le donne vestite con abiti medievali o classici, che voltavano le spalle al presente.

Queste donne rappresentate così romanticamente furono private della loro sensualità ed infatti i Nazareni condannavano la nudità dell’arte: se rappresentavano un santo nudo il suo corpo veniva reso sfumato ed etereo mentre le donne furono sempre vestite; l’ideale di donna dei Nazareni non rimase esclusivo della Germania, la purezza virginale cui rimandavano le Madonne di Raffaello, si diffuse anche in Inghilterra dove un’acconciatura di uno di questi dipinti fu di moda nei primi dell’Ottocento: i Nazareni influenzarono alcuni preraffaeliti inglesi della metà del secolo nella loro concezione della donna e nel tentativo di conferire maggior forza alla cultura nazionale attraverso l’immagine religiosa, anche per questi la donna era una Madonna in un tempio estetico e la rosa fu il simbolo di ciò che le donne avrebbero dovuto essere pure, caste e delicate.

Le donne rappresentavano un mondo sano poiché erano state isolate dal mondo reale e così potevano rappresentare una nazione non ancora corrotta dall’età moderna.

Parallelamente alla fusione tra nazionalismo e rispettabilità femminile, in Germania, le guerre di liberazione rinforzarono l’ideale di mascolinità così com’era impersonificato dai “corpi liberi” di volontari, da organizzazioni quali i ginnasti e dal movimento di fratellanza: fu accentuata la divisione tra i sessi e le donne furono trasformate in simboli statici ed immutabili col compito di suscitare l’ammirazione degli uomini veramente virili: “Dio creò la donna debole e affidò la sua difesa alla generosità degli uomini” (sir Walter Scott, Ivanhoe, 1819).

Prese piede anche il tema della donna che osava sconfinare dal proprio ruolo: se questo era lusinghiero per il soldato, tuttavia rappresentava un’eccezione che confermava la regola, le donne soldato francesi o tedesche, terminata la guerra, tornavano a casa, ai loro ruoli consueti: il puro ideale femminile era sempre e comunque antieroico.

Anche lo sport si pensava fosse una prerogativa maschile per cui le donne che vi si cimentavano erano valutate in termini maschili, ma queste attribuzioni virili non annullarono le differenze tra i ruoli sessuali assegnati anche se sfidarono, in qualche modo, l’ideale della rispettabilità: a parte i tipi atletici o le donne soldato, le donne mascoline saranno condannate come anormali; quando sembreranno imitare modo di vestire e comportamento maschile, senza imitare lo spirito eroico che si pensava intimamente connesso con la virilità, e quando come nel caso delle lesbiche, non si intravedeva la possibilità di recuperare vecchi ruoli sessuali, queste donne furono considerate una minaccia per la società.

Come la donna mascolina anche l’uomo effeminato, sensibile ed ingenuo conobbe una sua moda, infatti una certa femminilità si insinuò nelle descrizioni dell'”ardente gioventù” della fin de siècle e si sviluppò nell’avventura bellica durante la prima guerra mondiale: Rupert Brooke, simbolo della gioventù inglese caduta durante il primo conflitto bellico mondiale era appunto di questo genere, virile e insieme sensibile e vulnerabile di fronte alla vita.

L’immagine della donna mascolina comunque ebbe maggiore importanza e fu più diffusa di quella dell’uomo effeminato; in ogni caso l’approvazione di queste ambivalenze fu sporadica e oscurata dalla persistente preoccupazione per l’androgino o ermafrodita la cui sorte dimostra il ruolo essenziale svolto dalle distinzioni sessuali nel tenere in vita un mondo che sembrava sull’orlo del caos ma che il nazionalismo, dando tanto rilievo alla rispettabilità, intendeva salvare e conservare.

Nel primo Ottocento l’androgino era il simbolo di unione di spirito e materia, di fratellanza fondamentale, bontà e purezza del genere umano; nel primo romanticismo era ancora un ideale astratto senza rapporto con le realtà tangibili come mostrano le opere di Novalis, Friedrich Schiller e Wilhelm von Umboldt; questi ultimi due idealizzarono l’androgino sul modello della bellezza greca delineato da Winckelmann che consideravano la più elevata espressione del genere umano.

I secoli precedenti erano stati più ambivalenti, rispetto ai romantici nei riguardi dell’ermafroditismo: nel XVIII secolo si era convinti che la sterilità degli ermafroditi bastasse a identificarli come mostri e questa tendenza fu quella vincente sull’ammirazione dei primi romantici: in un periodo di grandi cambiamenti il mantenimento dell’ordine fu molto più importante dell’unità mistica e furono gli ideali sessuali del nazionalismo, privi di ambiguità, a offrire il baluardo alle passioni sfrenate che si temeva avrebbero potuto distruggere la società della classe media.

L’ideale utopico dell’androgino fu sostituito da un’immagine reale: verso la metà del XIX secolo divenne popolare, nella letteratura di consumo, la figura dell’androgino come femme fatale aggressiva e quasi mascolina, la paura dell’androginia si era dunque proiettata sulla donna.

Queste erano spesso rappresentate come belle ma crudeli, violente, dominatrici e volubili, con caratteristiche maschili: le paure sessuali dei maschi, che riflettevano le frustrazioni legate alla rispettabilità, furono proiettate sull’androgino.

Alla fin de siècle l’androgino divenne un mostro di ambiguità sessuale e morale, spesso identificato con estranei quali i masochisti, i sadici, gli omosessuali e le lesbiche; se greci e romani avevano concepito l’androgino come bello, gli scienziati moderni, al contrario, lo ritenevano un fenomeno deforme. Nonostante qualche raro e fallimentare tentativo di recuperare questa sua origine classica positiva, a cavallo dei secoli XIX e XX, vi fu un’offensiva da parte di coloro che stavano riscoprendo il proprio corpo e che, per questo, stavano minacciando i costumi consolidati: questa minaccia comportò un rinforzo della rispettabilità che sottolineò ulteriormente la distinzione tra normale e anormale, da cui l’androgino poteva attendersi nulla di buono anche in virtù del fatto che, verso la fine del XIX secolo, i sessuologi avevano stabilito che la sessualità maschile e femminile non fossero del tutto distinte e che ogni individuo possedeva elementi di entrambe; sembrava che la stessa scienza alimentasse le paure degli uomini sulla loro mascolinità.

Alla fine del XIX secolo il declino dell’androgino coincise con un nuovo atteggiamento verso il lesbismo, considerato come una malattia non diversa dall’omosessualità maschile e quindi considerato una minaccia per la distinzione sessuale anche se per quasi tutto il secolo l’intimità tra donne non era stata guardata col sospetto che aveva accompagnato, invece, quella maschile.

Voltaire aveva sostenuto che l’attrazione omosessuale fosse più forte tra gli uomini che tra le donne anche se Diderot aveva pubblicato, nel 1796, un romanzo intitolato La monaca che rappresentava una perversa lesbica, superiora di un convento, che tentava di sedurre l’innocente eroina del racconto: la satira di Diderot era contro la religione piuttosto che contro il lesbismo anche se lo stereotipo lesbico di instabilità mentale era comunque presente.

Gustave Courbet,Le Sommeil,il Sonno

Le Sommeil (il Sonno)

L’intimità fisica tra donne fu un tema diffuso nell’arte del XIX secolo come ci mostra Il sogno di Courbet del 1866; le pose sensuali di queste donne servivano solo per risvegliare l’eccitazione maschile e non avevano rapporti con la minacciosa e mascolina femme fatale.

In Francia le litografie di largo consumo resero il lesbismo esplicito quanto la pornografia eterosessuale mentre in Inghilterra Thomas Rowlandson, col suo The female couple taken by surprise, del 1803, non lasciava molto spazio all’immaginazione maschile.

Quest’uso del lesbismo continuò anche nell’epoca della fotografia anche se, dopo il 1869, divenne meno accettabile a causa dello studio di Carl Westphal sulle “inversioni congenite”: le amicizie femminili furono incluse nelle categorie cliniche che stabilivano il comportamento normale e quello anormale così che una donna vestita da uomo, a quel punto, avrebbe potuto rischiare il manicomio

Illustri medici, nel 1895, sostenevano che un uomo virile che avesse rapporti con donne androgine avrebbe rischiato la paresi, una forma di paralisi classificata come pazzia (oggi diagnosticata come stato avanzato della sifilide).

In questo periodo anche il lesbismo fu associato alla trasmissione ereditaria del vizio e della malattia, come avveniva già per altre deviazioni sessuali, tanto che nel 1901, in Germania, fu proposto un emendamento al codice penale (non approvato) che prevedeva la punizione degli atti omosessuali femminili al pari di quelli maschili: lesbiche ed omosessuali mettevano in pericolo la divisione dei sessi e minavano, quindi, i fondamenti della società, anzi le lesbiche, se possibile, erano anche più pericolose visto il ruolo delle donne come sante patrone e madri della famiglia e della nazione.

La maternità era una componente essenziale dell’immagine femminile; la donna era, come la Madonna, casta e madre, mentre la paternità non era così importante per l’immagine dell’uomo anche se pure il padre, capo della famiglia borghese, fu comunque idealizzato.

L’antipatia per le lesbiche caratterizzò il pensiero di Krafft-Ebing, che non fu mai compassionevole verso di loro nonostante, in vecchiaia, fosse più accondiscendente verso gli omosessuali, posizione diffusa anche tra molti medici e importante perché secondo l’illustre studioso le anomalie sessuali determinavano lo sviluppo etico, estetico e sociale della persona.

La rispettabilità cercò, alla fine del XIX secolo, di aumentare il controllo sulle donne, proprio nel momento in cui il movimento per i diritti di delle donne stava facendo i primi passi e lesbiche ed omosessuali cominciavano a tentare, con cautela, di affermare la propria identità: le lesbiche della narrativa europea fino al 1870 non avevano caratteristiche perverse, ma dopo quella data furono assillate da problemi morali e medici.

Lo stereotipo della lesbica, in quel periodo esercitava maggiore attrazione rispetto a quello omosessuale, come testimoniano i romanzi Ragazza dagli occhi d’oro di Balzac e M.lle de Maupin di Gautier.

Queste donne adesso non lusingavano più la società maschile come avevano fatto le ragazze soldato, al contrario, la mettevano in crisi perché rappresentavano l’intemperanza sessuale e la perdita del controllo sulle passioni; non a caso quando alcune lesbiche cercarono di difendere la loro posizione, non attraccarono direttamente le concezioni borghesi, ma tentarono di difendere il proprio posto nella società: come gli omosessuali gli ebrei e altre minoranze essere tentarono di sfuggire allo stereotipo negativo, accettando modelli e giudizi correnti; nel caso delle lesbiche generalmente essere riconobbero la superiorità maschile e invocarono a loro difesa la loro presunta virilità.

Un altro argomento a difesa era basato sull’orrore borghese degli eccessi sessuali: le lesbiche sostennero di essere esempio di pura amicizia, priva di implicazioni sessuali: questa distinzione tra sesso e amore, fondamentale anche per gli ideali di amicizia maschile, fu un dogma dell’ideologia nazionalista e della rispettabilità che idealizzava le donne delle classi medie e proiettava il desiderio erotico sulle prostitute.

Altre lesbiche rifiutarono l’accusa di mascolinità che alcune avevano volto a loro vantaggio e opposero la propria purezza femminile alla grossolanità maschile della società dominante, esse ammettevano che le lesbiche avessero rapporti sessuali ma non nella maniera immonda ed eccessivamente passionale degli eterosessuali.

Renée Vivienne, una delle più famose scrittrici lesbiche del primo novecento, condannava i rapporti eterosessuali come un mezzo usato dall’uomo per opprimere la donna: la purezza sessuale pervade le sue opere come aspetto della venerazione della bellezza tanto da condannare la gravidanza come deformatrice del “corpo snello e asessuale”.

Questa autrice, influenzata da Baudelaire, creava atmosfere decadenti che erano più una condanna che un’assimilazione all’ordine: molte lesbiche ed omosessuali si riconobbero nella decadenza della fin de siècle, in opposizione a coloro che si difendevano accettando le norme della società borghese; le norme prestabilite furono sovvertite e la virtù fu una mera restrizione da violare.

Il decadentismo, come strada verso l’accettazione di lesbiche ed omosessuali, non ebbe in Germania lo stesso rilievo che ebbe in Francia ed Inghilterra: verso fine secolo il decadentismo coincise con la rivolta della gioventù borghese e la riscoperta del corpo, ma la gioventù tedesca e il movimento per la riforma della vita lo rifiutarono perché cercavano un proprio ideale di virilità, onestà e semplicità che li fece rientrare nei ranghi della società borghese attraverso un “autentico” nazionalismo.

Il nazionalismo ebbe difficoltà ad assimilare la sfida decadentista poiché questa minacciava l’ordine abituale delle cose e la netta distinzione tra i sessi: il nazionalismo si appropriò dell’esaltazione della gioventù ma i decadenti venerarono l’adolescenza ed inneggiarono alla rivolta della gioventù; le relazioni amorose omosessuali nei collegi divennero luogo comune della letteratura inglese e tedesca e furono presentate con indulgenza come un aspetto della pubertà, anche se associati spesso alla tragedia poiché questi amori sfociavano frequentemente nel suicidio.

La morte prematura, la gioventù sensibile schiacciata dal gusto e dal comportamento grossolano dei più anziani erano temi tipici del decadentismo come anche il tema dell’esaurimento, risultato di una costante ricerca di stimoli e dell’interiorizzazione del ritmo frenetico della vita moderna; questi temi appagavano la disperazione in molte lesbiche e omosessuali.

Per la maggior parte della gente la parola decadenza continuò ad evocare la fine della civiltà e delle nazioni, come era accaduto per l’impero romano; i decadenti, pertanto, anche quando furono considerati affascinanti, furono considerati privi di spirito patriottico, esseri che indebolivano la nazione e la privavano di figli sani e robusti; perfino molti omosessuali e lesbiche preferirono entrare nella rispettabile società borghese piuttosto che farsi coinvolgere dallo spirito decadente; che al contrario accettò l’accusa di essere decadente tentò di evitare la società borghese e unì culto della debolezza, rifiuto della crescita è esasperato attaccamento all’adolescenza; fenomeno che si riscontrò in alcuni capi del movimento giovanile tedesco e molto di più tra i rampolli omosessuali della nobiltà inglese dopo la prima guerra mondiale.

Potrebbe sembrare che le lesbiche si siano servite del decadentismo più di quanto non abbiano fatto gli omosessuali forse perché rimasti era più semplice proporre un’immagine virile convincente, come richiedeva la società: le donne decadenti contribuirono a rafforzare l’idea popolare che le lesbiche fossero universo corrotto ed esotico che viveva sotto la superficie della metropoli, cosa che probabilmente rafforzò gli atteggiamenti tradizionali nei confronti delle differenze tra i sessi.

Il movimento femminista, che nacque all’inizio del XX secolo, aveva sicuramente maggiori possibilità di conseguire l’emancipazione sessuale e politica rispetto al movimento decadente.

Sebbene vi furono alcune sostenitrici di forme di sessualità estranee alla struttura familiare, la maggior parte delle femministe era conservatrice: i diritti politici erano totalmente distinti dalla libertà sessuale sia in Inghilterra che in Germania l’alleanza tra femministe e puritani impedì ogni cambiamento negli atteggiamenti tradizionali.

Il movimento rimase, quindi nei confini della rispettabilità, anzi femminismo e purezza furono coinvolti nell’educazione nazionale; esse, come altri,  motivarono il declino del tasso di natalità con la presunta fragilità della famiglia contemporanea, minata da prostituzione, adulterio, pornografia.

In Inghilterra e Germania l’impegno femminista per la rispettabilità fu incoraggiato dalla reazione al trattamento previsto per le prostitute e in particolare  il requisito ufficiale che richiedeva che esse si sottoponessero, per motivi di igiene, a umilianti controlli all’apparato genitale (compiuti da maschi) laddove agli uomini non si riteneva necessario visitarli per individuare malattie veneree: le femministe chiesero non solo l’eliminazione dei controlli ma l’abolizione della prostituzione stessa.

Una volta ottenutane l’abolizione una parte del movimento abrogazione si sciolse mentre un’altra si dedicò ad una crociata per la purezza sociale: questo scivolamento dalla difesa dei diritti delle donne verso una crociata contro ogni forma di vizio riconciliò femminismo, nazionalismo e rispettabilità, rinforzò le regole dominanti ed evidenziò il solco che li divideva da ogni forma di diversità.

Queste battaglie rafforzarono anche il controllo statale della vita privata dei singoli individui, cosa che rinforzò il dominio pubblico su tutte le relazioni interpersonali.

La maggioranza del movimento femminista  tedesco adottò l’ideale della femminilità: la società aveva bisogno dell’amore femminile, materno e puro; le custodi della moralità erano le responsabili dell’educazione e del soccorso ai poveri; in questo modo si aprì all’influenza materna e non alla politica delle donne, che, anzi, vollero tenersene fuori privilegiando l’unità della nazione.

Anche le donne personalmente emancipate riaffermarono comunque il tradizionale ruolo della donna; verso la fine del XX secolo il romanticismo divenne neoromanticismo, perdendo la sua carica ribelle in favore di una fuga dalla realtà in un mondo fantastico, rivolto al passato, dove il tempo si era fermato: in questo mondo  di sogno cadde la maggior parte del movimento femminista almeno fino alla prima guerra mondiale.

La nazione tentò di distogliere la donna della classe media dalla vita attiva fuori casa, questo era compito dell’uomo che rimaneva il difensore della fede, l’uccisore del drago: la donna idealizzata fece da contraltare alla glorificazione maschile della virilità e della società maschile.

Il mito della purezza nazionale avrebbe svolto un nuovo ruolo nella vita quando la generazione del 1914 fosse partita per la guerra.