Per concludere il ciclo di incontri a Ferrara ho avuto la necessità di tornarvi il 22 maggio, giornata uggiosa come poche nonostante si sia in maggio avanzato.

L’incontro formativo è al pomeriggio ma il mattino è già pieno di impegni: le destinazioni che mi sono prefissato sono un monastero, una chiesa se possibile e la mostra in corso a Palazzo dei Diamanti: sono riuscito a realizzare tutto sebbene non in maniera soddisfacente come speravo.

La pioggia, infatti, non mi ha aiutato, soprattutto in occasione della prima visita, al monastero di sant’Antonio in Polesine: qui condivido l’attesa dell’apertura della chiesa in compagnia di un giovanotto senza fissa dimora che scoprirò poi che era in attesa di ricevere un pacco di aiuti dalle caritatevoli monache benedettine. La chiesa, comunque, era chiusa e per visitarla è stato necessario suonare alla porta del monastero: un’anziana monaca mi ha accompagnato molto cortesemente a visitare l’interno della chiesa, vietandomi di scattare fotografie perchè, diceva lei, ci sono le cartoline illustrate; ho sofferto non poco a non poter scattare quell’almeno centinaio di foto che avrei voluto. 

La monaca, minuta, mi ha voluto accompagnare e spiegare alcuni dettagli: sfortunatamente lei era alta un tappo, parlava a voce bassissima e molto velocemente per cui ho percepito un decimo scarso di quel che ha detto.

Ho anche provato, subdolamente lo confesso, a sfoggiare le mie conoscenze religiose, nel vano tentativo di non farmi spiegare che quel tal santo era san Cristoforo o che la storia rappresentata era la vita di Gesù: imperterrita la monaca ha continuato nella sua monodia che è cessata solo al momento del commiato.

Beatrice II d’Este è la fondatrice di questo monastero, abitato da monache benedettine, tutte di origine italiana, come mi è stato spiegato dalla mia guida amorevole.

L’interno della chiesa è di grande suggestione: il soffitto affrescato della chiesa esterna ma soprattutto le  splendide cappelle laterali dove un ignoto pittore emiliano riminese ha affrescato, in stile giottesco, la vita di Gesù.

La cappella di sinistra racconta in particolare l’infanzia di Gesù, oltre alla morte ed assunzione della Beata Vergine Maria, quella di destra si dedica alla passione fino alla discesa al limbo, dove libera Adamo, Eva i patriarchi e Giovanni Battista, ed alla risurrezione.

Non manca anche una scena dedicata alla decapitazione di Giovanni Battista. Curiosa la rappresentazione di Gesù che sale in solitaria una scala che lo conduce alla croce, come a dire che si è volutamente offerto come vittima sacrificale per l’espiazione del peccato del mondo.

Molto bella la scena della Dormitio Virginis, ma tutto il complesso degli affreschi è davvero di grande bellezza, peccato che l’oscurità, dovuta alla pioggia, e la mia santa guida, mi abbiano impedito di godermela con maggior agio.

Uscito da quel luogo di pace, ho puntato diretto ad una chiesa famosa per un miracolo eucaristico importante: la basilica di Santa Maria in Vado, che si trova a poca distanza dal monastero.

In questa chiesa, durante la celebrazione eucaristica di Pasqua, il 28 marzo 1171, dall’ostia consacrata scaturì un fiotto di sangue che andò a “macchiare” la volta della cappellina. Questa venne racchiusa in un tempietto, eretto nel 1595, ancor oggi ottimamente conservato, dove mi sono soffermato in preghiera, ricordando tutte le numerose persone che mi sono care.

Dopo questa visita non mi restava che spostarmi verso il Palazzo dei Diamanti, cosa che ho fatto trovando anche parcheggio nei pressi agevolmente e gratuitamente, ma della mostra parlerò poi.

Parma, 24 maggio 2018 solennità di Maria Ausiliatrice