Giornata iniziata con una curiosità: mi sono trovato all’edicola della stazione ferroviaria di Parma ad essere il primo acquirente del Corriere della Sera, che era ancora imballato ed è stato aperto appositamente per me.

Una banalità, ma non mi era mai successo e mi ha fatto piacere come quando mi è capitato di andare dal fornaio a comprare il pane appena sfornato.

La buona stampa (e non sto dicendo che il Corriere lo sia o non lo sia) è come il pane fresco appena sfornato: qualcuno ha lavorato per me, perchè io possa goderne, senza privazione per chiunque altro voglia approfittarne e goderne a sua volta.

Della stampa preferisco, invece, non dire più di tanto, avendone stima come dei politici ed infatti questa forma di comunicazione è un altro modo di far politica e non solo nel senso migliore del termine.

I miei impegni mi permettono di tornare a Parma, nonostante il treno abbia accumulato 25 minuti di ritardo e nella mia carrozza non funzionasse l’aria condizionata (anche all’andata, sono perseguitato dalla malasorte sebbene forse sia meglio così), in tempo utile per partecipare ad un evento solenne.

Oggi, infatti, si celebra la solennità di san Benedetto abate, patrono d’Europa e santo eponimo della mia parrocchia (anche se sfrattato dal beato Paolo VI, nuovo titolare della parrocchia allargata).

Ho pensato di andare alla santa Messa, alle 18.00, celebrata da Sua Eccellenza Reverendissima il Vescovo di Parma e Abate di Fontevivo, Monsignor Enrico Solmi.

Inizio dalle cose negative: a costo di ripetermi, ho trovato il coro dei giovani del tutto fuori luogo.

Gli strumenti troppo amplificati producevano un rumore assordante, i canti orrendi, tirati per le lunghe, hanno ammutolito tutti quelli che non erano adolescenti e, per concludere, l’ormai famigerato Sanctus con battito di mani, da punire con scomunica latae sententiae.

Un altro particolare mi ha colpito e ricordato che sto anagraficamente invecchiando: una lettrice indossava un paio di calzoni corti, proprio corti, molto corti, cortissimi.

La cosa mi ha risvegliato un ricordo di tanto tempo fa, che forse ho già raccontato ma che riprendo.

Ero un giovane liceale e frequentavo la parrocchia della Sante Stimmate, la cui cura pastorale era affidata (e lo sono ancora) ai padri Stimmatini: uno di questi, anzianotto, una sera celebrava la Messa prefestiva.

Tra i presenti un ragazza, allora mia amica e di cui non farò il nome; arrivato il momento della Comunione questa bella ragazza si è messa in fila assieme agli altri.

La giovane indossava un vestito senza maniche, niente di particolarmente scollacciato; arrivata davanti al sacerdote la ragazza si è sentita dire, al posto del classico “Corpo di Cristo” un inaspettato: “la prossima volta vieni più vestita”.

I pantaloncini corti avrebbero fatto svenire il povero sacerdote!

Insomma una cerimonia non adeguata alla solennità del momento.

L’occasione è stata buona, però, perchè mi ha permesso di formulare un parallelo tra la mia vita personale e l’epopea del popolo di Israele, nell’esodo dalla terra d’Egitto.

Il popolo in questione si è lasciato schiavizzare dall’Egitto; è partito libero ma ha permesso che altri decidessero per lui fino a ridurlo a una sorta di schiavitù che non è probabilmente quella che intendiamo oggi ma una forma di sudditanza di tipo salariale.

A Israele non viene in mente altro che lamentarsi, se non fosse intervenuto Mosè, un egiziano di stirpe regale, a portare loro l’idea di andarsene in cerca di miglior fortuna.

L’intervento di Mosè si potrebbe qualificare come un eccitamento a lasciar perdere il pollaio per passare all’idea di civitas (anche se non nel senso cui siamo abituati in occidente).

Ma il pollaio è duro a morire e, nel caso specifico, prende le forme delle cipolle d’Egitto.

Di fronte ai disagi, alle incognite, all’ostilità il popolo di Israele è tentato di tornare sui propri passi (mi dicono che certi analisti hanno lo studio configurato in modo tale da avere entrata e uscita diverse, perché non si ritorna sui propri passi), di accontentarsi di quel poco che riceveva come compenso della servitù.

Quando le richieste sono di alto livello la tentazione di tornare ad occupare posizioni consolidate di retroguardia è molto forte.

Come Mosè si allontana da loro ecco che subito spunta il vitello d’oro.

Cosa è questo vitello d’oro? Un pensiero ricorrente, visto che ne ho già parlato in altre occasioni,  a metà settembre 2013 e a inizio dello stesso anno.

Un tentativo di diventare uguali alle popolazioni circonvicine, una tentazione alla rinuncia e quindi l’entrata nella perversione con la teorizzazione che non è possibile alcuna novità.

Ed anche un modo di essere religiosamente corretti, cioè di avere comunque un idolo, un capo religioso, una creazione del super io come quella inventata da quel grandissimo leader religioso che è stato Maometto.

La religiosità. quindi la subordinazione del pensiero ad una forma di dominio esterno superiore non è caduta con ritorno di Mosè e la distruzione del vitello; Israele ha considerato il patriarca come un leader, un capo.

L’esperienza, infatti, non è finita bene: dopo 40 anni di peregrinazioni nessuno degli esodati è entrato nella terra promessa, nemmeno Mosè; è toccato alla generazione nuova il passo decisivo.

La storia di questo Israele è la storia della nevrosi personale di ciascuno e la mia in particolare, sebbene richieda ulteriori verifiche per scoprirne punti di maggior contatto e distanze eventuali.

Non vi è garanzia di guarigione, nel regime della nevrosi, ma questa è possibile e permette l’accesso alla terra promessa, di cui ci sarebbe da scrivere, magari in altra occasione.

Poi ci sono forme in cui scompaiono i sintomi, che anzi diventano motivo di orgoglio (vedi il vitello aureo di cui sopra) e si cade nella perversione.

In tutti i casi è un lavoro di civiltà, come quello che ha fatto san Benedetto.

Seppur tra le mura di un monastero, il movimento cluniacense ha creato una civitas, non pollai.

Parma, 11 luglio 2017 solennità di san Benedetto abate