San Benedetto, secondo il vecchio calendario liturgico, ricorre il 21 marzo, primo giorno di primavera.

Santo da me molto amato, come la stagione cui dà inizio (anche se preferisco l’estate sopra tutte).

Sono due giorni che, a testimoniare l’arrivo della primavera sono fioriti i narcisi “autoctoni” che abbelliscono una parte del mio giardino, ed iniziano a sbocciare anche quelli che ho personalmente importato da Amsterdam, costellando di giallo il verde del prato, già colorato dai toni violetti e bianchi delle viole mammole.

La natura si sveglia ed i lavori dell’orto incombono, non a caso mi sono dovuto vangare quasi tutto l’orto massacrandomi la schiena, quindi seminare i primi radicchi di cui siamo tutti ghiottissimi in famiglia.

In questo periodo mi competono tutti i lavori quindi oltre al giardino mi dedico a pulizie di casa, stiratura, lavatrici e lavastoviglie varie… mi sento un po’ casalingo disperato.

Non mi sono mai piaciuti i lavori domestici mentre quelli di orto e giardino mi piacciono molti di più; i fiori, poi mi rasserenano e rendono allegro.

Quest’anno l’attenzione è ai narcisi e alle viole: non ho un motivo specifico ma li trovo così eleganti, i narcisi, ed eccessive, le viole del pensiero, con quei petali enormi che mettono a dura prova gli esili sostegni degli steli.

Credo di apprezzare tanto i fiori perchè mi testimoniano il risveglio, la ripresa; mi rimandano all’idea di inizio, di nuovo inizio.

Da bambino e ragazzo il lavoro di fatica nell’orto mi è sempre stato interdetto (“non sei capace”) e, a essere sinceri, nemmeno mi attraeva, tutto preso dalle letture e fantasie cui mi dedicavo con eccessivo entusiasmo.

Ricordo come, da bambino, fossi “imbranato”, cioè goffo nei movimenti, forse a causa dell’eccessiva statura che tanto mi differenziava dai miei coetanei; non mi piaceva giocare a pallone perchè ero, appunto, goffo; così come imparai tardi ad andare in bicicletta (a causa di una brutta e dolorosa caduta degli inizi).

Mi trovavo, invece, a mio agio coi fumetti che si chiamavano, ai tempi, giornalini e coi libri, così mi ci sono buttato a pesce (libro ricco mi ci ficco): lettura e fantasia; ho puntato sempre più su quelle, tralasciando il corpo, considerato un’inutile appendice.

Ho iniziato ben precocemente una bella carriera da aspirante platonico: corpo e mente, l’uno vile (brutto, sgraziato, disobbediente) l’altra libera di sognare; mi tornano in mente i libri che raccontavano le esotiche avventure dei tigrotti di Mompracem e delle lotta tra Sandokan e Suyodhana e di come fantasticavo di trovarmi a fianco dell’intrepida tigre della Malesia. Una volta mia zia, venuta in cantina e non sentendo anima viva, mi ci chiuse dentro non essendosi accorta della mia presenza di discreto lettore.

Con pari entusiasmo mi divoravo Topolino, Tex Willer o Zagor ma anche l’enciclopedia di mia cugina che trovavo a casa di mia zia (e che aveva come sopracoperta il Planetarium di Bruxelles).

Ho usato il termine mente e non pensiero perchè il pensiero è pensiero del corpo, dei moti del corpo, questione messa presto in disparte; ho riaperto più tardi la questione.

Ho scoperto, quindi, in me un muro di Berlino, duro a morire, che io stesso ho costruito e sul quale mi sono spesso adagiato; è vero, però, che per demolire un muro è sufficiente una crepa.