Lunedì 12 settembre è il triste giorno del ritorno da Roma; triste perchè la Città Eterna esercita sempre un influsso benefico sul mio umore, nonostante il caos che vi regna.

Il treno è nel pomeriggio per cui approfitto del tempo che mi rimane per vedere alcune cose in ordine sparso, senza pretese anche perchè dolorante a un piede (mi sono punto, mesi fa, sotto l’alluce destro ed ancora ne porto le conseguenze),

Andare a Roma, per me, equivale sempre a fare un salto in san Pietro, è quasi una consuetudine ed anche stavolta non mi sottraggo: c’è un po’ di fila per passare tra le onde del metal detector ma niente di insopportabile.

Visita e foto alla basilica ed alle grotte ove riposano i romani pontefici; nonostante ampie parti della basilica siano non accessibili, il che mi dispiace e non poco, il vedere le opere realizzate dal mio amatissimo Gian Lorenzo Bernini è già motivo sufficiente per sentirmi appagato. Una sosta anche in preghiera, sia nella cappella a ciò riservata, sia davanti alla tomba di san Giovanni Paolo II che a quella di San Giovanni XXIII di cui è tanto devota mia mamma per scendere poi nelle sacre grotte.

Qui mi fa sempre effetto vedere il sacello di Bonifacio VIII, che sembra quasi inadeguato a rappresentare le ambizioni politiche e spirituali di cotanto pontefice; passare accanto alle tombe di tanti pontefici, protagonisti della storia degli ultimi due millenni, è davvero emozionante.

Dalla basilica papale di san Pietro passo alla chiesa di Santo Spirito in Sassia, divenuta santuario della Divina Misericordia; chiesa non male, con bei dipinti da cui mi allontano velocemente (si fa per dire visto il dolore al piede) per transitare davanti al relativo complesso ospedaliero, diretto a Trastevere.

Lungo il percorso, che faccio tutto a piedi nonostante il dolore lancinante, trovo varie indicazioni sulla presenza in via della Lungara di dipinti di Raffaello; decido di seguire le frecce che mi conducono a Villa Farnesina, di fronte all’Accademia Nazionale dei Lincei, di cui è sede di rappresentanza.

Questa Villa è stata commissionata da Agostino Chigi a Baldassarre Peruzzi (autore di cui ignoravo l’esistenza prima che Maria Cristina Chiusa e Gabriele Trivelloni me lo facessero scoprire con un paio di interessantissimi saggi), e affrescata con dipinti ispirati ai miti classici da Raffaello Sanzio, Sebastiano del Piombo, Giovanni da Udine, Giovanni Bazzi detto il Sodoma, Giulio Romano e Giovan Francesco Penni (cit dal sito http://www.villafarnesina.it/).

Di particolare bellezza la loggia di Galatea, con l’affresco di Raffaello, ma tutto il complesso è di grande suggestione e merita sicuramente la visita.

Proseguo infine per Trastevere dove visito la bellissima basilica di santa Maria in Trastevere, i cui mosaici sono incantevoli.

Ho da sempre apprezzato i mosaici, dai tempi in cui vidi quelli ravennati che mi rapirono il cuore.

Questi sono opera di Pietro Cavallini e risalgono al XIII secolo: all’interno ci le sei storie della “Vita di Maria” ed all’esterno, sulla facciata, c’è raffigurata “Maria in trono con il Bambino” e dieci donne recanti lampade: otto accese a simboleggiare la verginità e due spente, tra le mani di donne velate, forse vedove. Che sia anche un rimando alle vergini stolte e a quelle sagge?

La basilica ha anche alcune curiosità, immancabili in una città come Roma: essa fu forse la prima chiesa eretta a Roma e comunque la prima dedicata a Maria e vene edificata dove sgorgò uno zampillo di olio minerale, la fons olei, che i cristiani interpretarono come l’annuncio della venuta di Cristo, Unto del Signore.

Altra curiosità riguarda il portico dove i bulli romani di fine Ottocento, che intendevano cambiar vita, venivano ad appendere i vecchi attrezzi del mestiere, ovverosia coltelli e spiedi (che allora erano armi, più corte delle lance).

Ovviamente tombe di cardinali a profusione, tra le quali mi sono piaciute molto quelle del cardinale Pietro Francesco Bussi, del cardinale Francesco Armellini e del cardinale Pietro Stefaneschi.

C’è sepolto anche papa Innocenzo II, in un sepolcro ideato dall’architetto Virginio Vespignani.

Da non perdere la cappella Altemps.

Mi dirigo quindi verso la chiesa di san Francesco a Ripa di cui intravedo le porte esterne aperte, il che mi fa supporre che la chiesa si visitabile; ovviamente mi ingannavo: giunto sul posto scopro vari cartelli che informano in maniera assolutamente contraddittoria i purtroppo pochi visitatori: Chiesa aperta dalle 7.00 alle 19.00, salvo precisare, nella riga sottostante che vi è una pausa pranzo tra le 13.00 e le 15.00. Logica avrebbe voluto che si indicassero gli orari di apertura tra le 07.00 e le 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00, ma inutile pensare agli errori di comunicazione, il male al piede reclama attenzione e la fame si fa sentire, così mi concedo una pausa con un’ottimo tonnarelli cacio e pepe, davvero deliziosi.

Unico neo del ristorante è il costo del caffè a 1,70 €, cifra folle se rapportata al prezzo del primo piatto, di 6,00 €.

Sazio e soddisfatto, sempre però dolorante mene torno davanti all’ingresso di san Francesco a Ripa, quando manca una decina di minuti all’apertura; mi fanno compagnia alcune coppie di attempati turisti ed un paio di giovani visitatori.

Alle 14.50 circa vedo arrivare un uomo che suona al campanello dell’edificio a fianco della chiesa, dove poi entra; arrivano quindi le 15.00 ma nessuno apre le porte; trascorrono 10 minuti e ancora nulla; alle 15.20 nessuna nuova il che mi crea un certo stato di ansia poiché il treno ormai incombe e rischio di non rivedere l’interno dell’ambita chiesa.

Decido allora di compiere un gesto per me inaudito: cerco il telefono della chiesa su internet e chiamo; mi risponde qualcuno cui faccio presente che la chiesa è ancora chiusa, senza polemiche ma c’è un treno che mi attende e vorrei sapere se verrà aperta o meno. Il tizio risponde che avviserà il parroco e, miracolo, alle 15.30 lo stesso tizio che avevo visto arrivare in precedenza apre le porte.

Di corsa vado a rivedere e a gustare ancora una volta l’estasi della beata Ludovica Albertoni del mio adorato Bernini, che è un’opera di bellezza straordinaria.

Gustosa anche la cappella Rospigliosi con una rappresentazione della morte come uno scheletro alato in bronzo che sembra esibire i ritratti dei defunti Stefano e Lazzaro Rospigliosi.

Poi scopro che vi è anche la sepoltura del pittore Giorgio de Chirico (chissà come mai) ma il tempo è tiranno e devo correre (metaforicamente) a prendere il treno.

Arrivo in stazione giusto 5 minuti prima della partenza, con un’ansia che la metà era più che sufficiente.

 Lunedì, 12 settembre nella memoria del Santissimo Nome di Maria