Siamo ormai agli sgoccioli del libro che George L.Mosse ha dedicato al razzismo; nel XIII capitolo si tratta della realizzazione pratica di quelle teorie che dal Settecento sono state a lungo elaborate; ma ecco il sunto.

Nonostante i tanti segnali, probabilmente nessuno era in grado di prevedere quegli sviluppi del razzismo che si sarebbero concretizzati nello sterminio di massa degli ebrei e ciò anche dopo la dura svolta avvenuta nell’inverno del 1937; ne è prova il fatto che l’ordine segreto di Hitler di attuare la soluzione finale, con l’affidamento dell’esecuzione alle S.S., tra le sfere dirigenti di queste ultime aveva suscitato una certa meraviglia.

Dubbi, in realtà, sul razzismo di Hitler ne sussistevano pochi ma rimase in ombra la sua decisa volontà di darvi esecuzione totale, almeno fino a quando non ritenne i tempi maturi.

Gli esempi di questo procedere per gradi non sempre lineari sono numerosi, uno di questi è dato dall’applicazione della legge del 14/07/1933, sull’eugenetica: la legge prevedeva, salvo alcuni casi, la sterilizzazione volontaria per prevenire la nascita di bambini malati, ma a nemmeno un anno dall’approvazione le sterilizzazioni erano diventate obbligatorie e non era più necessario ottenere il consenso della vittima.

Si dovevano prevenire quelle malattie ereditarie che avrebbero impedito al malato di far fronte alle necessità della vita e avrebbero inciso sulla capacità di affrontare i pericoli della guerra; in realtà queste valutazioni  non avevano connessioni con le usuali definizioni di malattia perché legate piuttosto alla possibile utilizzazione dell’individuo malato a vantaggio dell’intera società.

Karl Binding

Karl Binding

Secondo una logica consueta nel pensiero razzista, per il quale la razza superiore è sempre produttiva, quella inferiore improduttiva e parassita, chi era affetto da malattie congenite era, conseguentemente, un essere improduttivo e quindi inferiore.

Il testo di riferimento, opera dell’avvocato Karl Binding e del medico Alfred Hoche, “La liberalizzazione della soppressione della vita senza valore” (“Die Freigabe der Vernichtung Lebensunwertes Lebens”, 1920), scritto durante  gli anni della crisi economica postbellica, trattava proprio di questo: i malati congeniti e  coloro che avessero perso la volontà di lavorare dovevano essere soppressi per non gravare sulla comunità e per non sprecare le ricchezze delle persone sane e produttive.

Alfred Erich Hoche

Alfred Erich Hoche

Binding e Hoche  contrapponevano il sacrificio di cui la gioventù era stata la vittima in guerra con lo sperpero causato dall’assistenza dovuta a queste inutili esistenze; la conclusione era che l’eutanasia era basata sul rispetto «della volontà di vivere di ciascun individuo».

Le idee di questi autori non erano razziste e la loro eugenetica non aveva basi razziali quanto, piuttosto, economiche,  ma le idee di utilità sociale e di capacità al lavoro oltre all’idea che alcuni individui dovessero essere uccisi perché altri potessero vivere una vita completa furono facilmente assumibili dalle teorie razziste perché le ritenute qualità identificate dai due corrispondevano a quelle della «razza padrona»; a quel punto era semplice pensare che l’eutanasia servisse a migliorare la razza e liberarla dai parassiti.

Hitler diede maggiori poteri a medici ed avvocati perché applicassero il programma nazista il 01/09/1939, ma già si erano avuti episodi di soppressione di individui affetti da malattie mentali e da anomalie fisiche.

Il decreto sull’eutanasia venne comunque predatato da Hitler in persona al giorno di inizio della seconda guerra mondiale: significativamente egli considerava la lotta per il predominio dell’ariano come l’obiettivo primario del conflitto, quindi era necessario sottomettere le razze inferiori e contemporaneamente tutelare gli ariani da contaminazioni e indebolimenti.

 Eutanasia e guerra erano altrettanto interdipendenti che guerra e soluzione finale.

La strada percorsa fu questa: un primo questionario, nel dicembre del ’39, fu inviato a tutti i manicomi e riguardava i degenti da oltre 5 anni; pazzi criminali, schizofrenici o dementi senili venivano poi inviati in istituti del tipo di Grafeneck o Hadamar che, ritenuti segreti, erano invece noti a tutti come luoghi dove si praticava l’eutanasia.

Poi venne aggiornato frequentemente l’elenco delle malattie che comportavano il trasferimento, tutte comunque  difficili ad essere definite con esattezza, salvo un caso specifico: tutti i malati ebrei, a prescindere dalla diagnosi, dovevano essere soppressi.

Theophil Wurm

Theophil Wurm

Successivamente, nel 1940, un nuovo questionario chiedeva se i pazienti fossero abili al lavoro ed ammetteva alle selezioni anche i medici non specialisti in psichiatria: ci furono resistenze ed alcuni istituti per malati boicottarono il questionario, cavandosela in questo modo, ma ci furono anche genitori e parenti che chiesero la soppressione dei propri cari.

Bischof Konrad Graf von Preysing

Bischof Konrad Graf von Preysing

L’operazione non rimase segreta, visto che era praticata in istituti vicini a centri abitati ed il numero di tante morti improvvise aveva insospettito i parenti; la protesta venne dalle chiese: il vescovo protestante Theophile Wurm e il vescovo di Berlino Konrad von Preysing, ma fu il vescovo di Münster Clemens August Galen che creò maggiore sconcerto; egli il 31 agosto 1941, rendendo pubblico il programma, esclamò che se le cosiddette persone improduttive potevano essere uccise come delle bestie, allora «guai a noi tutti quando saremo vecchi e deboli».

La propaganda cercò di rendere popolare l’eutanasia spacciandola per un beneficio a favore della stessa vittima; il mezzo prescelto per questa campagna fu un film “Io accuso” (“Ich klage an“, 1941) in cui si voleva dimostrare l’innocenza di un medico che aveva ucciso la moglie malata incurabile.

Clemens August Graf von Galen

Clemens August Graf von Galen

I rimandi erano all’antica Roma e ai germani ove queste morti erano permesse; in un punto del film si faceva riferimento anche all’uccisione di un malato mentale, ma esso era fatto nel contesto delle argomentazioni di Hoch e Binding, per evidenziare l’assurdità di mantenere alti costi di personale e strutture per far sopravvivere «poche miserabili creature».

Il film non ebbe grande impatto ma il cinema fu lo strumento privilegiato per la divulgazione delle iniziative politiche poiché ritenuto più efficace della parola scritta.

Un esempio si ebbe nel 1940: i rastrellamenti di ebrei furono accompagnati dalla proiezione del film, di grande successo, “Süss l’ebreo“, in cui Süss Oppenheimer era un cortigiano ebreo del XVII secolo, giustiziato perché sospettato di sfruttamento e corruzione dello stato tedesco del Württemberg. Il film fu molto più popolare di “Io accuso”, forse perché il soggetto non toccava la vita quotidiana del tedesco medio e lo stereotipo razziale vi era molto ben presentato.

Le proteste delle chiese, la predica di von Galen e la perplessità dell’opinione pubblica fecero, comunque, sospendere il programma dell’eutanasia, anche se v fu ancora qualche soppressione fatta in segreto.

La resistenza al programma sull’eutanasia non trovò analogie in altre situazioni; di fronte alla soluzione finale i tedeschi lasciarono che venissero uccisi anche gli ebrei convertiti, ignorando il sacramento battesimale, ma in questa occasione furono coinvolti pochi fedeli, nessun parente prossimo fu colpito da morte improvvisa e perciò non si diffuse tra la popolazione tedesca alcun senso di insicurezza.

La differenza di situazione era sostanziale: mentre l’eutanasia riguardava ogni tedesco, la questione ebraica era limitata a una parte di popolazione già separata dal resto.

Con l’eutanasia morirono circa 70000 persone, tra cui numerosi bambini e ragazzi; inizialmente gli si sparava poi venne utilizzato il gas in stanze che simulavano le docce, con evidente parallelismo col sistema utilizzato per gli ebrei.

Non unico parallelo: la vita «indegna» dei nazisti era caratterizzata da improduttività e da un aspetto esteriore degenerato, la deformità fisica fu considerata un segno di malattia mentale, secondo gli studi di Lombroso; arrivavano così ad unirsi i concetti di improduttività e i pregiudizi sull’aspetto fisico, da sempre applicati agli ebrei, e la malattia di mente: malato di mente ed ebreo si trovarono pericolosamente fianco a fianco.

Parallelamente procedeva anche il progetto di miglioramento della razza ariana: Heinrich Himmler lavorava su programmi per realizzare l’utopia sulla procreazione razziale.

Le S.S. vennero scelte secondo criteri razziali rigorosissimi, con presentazione di genealogia e fotografia; nel 1936 fu istituito il Lebensborn (letteralmente «la fonte della vita») per offrire le migliori cure mediche alle madri di figli razzialmente puri, anche nel caso non fossero sposate; si incoraggiarono anche incontri tra S.S. e donne razzialmente pure; Himmler aveva però scrupoli borghesi e frenò questi tentativi di procreazione selettiva; per lui le S.S. dovevano sposarsi e avere molti figli.

 Gli insediamenti pianificati di contadini tedeschi in territori slavi sarebbero serviti, oltre che da avamposti difensivi, da fattorie per il miglioramento della razza, realizzando in tal modo quel tipo di isolato paradiso ariano sognato da uomini come Willibald Hentschel.

Se l’eutanasia era un aspetto del confronto tra una vita indegna e una considerata particolarmente degna di perpetuarsi ed aveva origine dai concetti di razza inferiore e superiore, gli ebrei non furono scelti solo a causa dei cosiddetti segni di degenerazione fisica o della loro cosiddetta mancanza di produttività, ma anche per la loro supposta criminalità.

La criminalità secondo i nazisti nasceva dalle teorie di Cesare Lombroso, secondo il quale il criminale abituale era «un essere affetto da atavismo, che riproduceva cioè nella propria persona gli istinti feroci dell’umanità primitiva e degli animali inferiori»; la degenerazione (definizione lombrosiana) si manifestava nelle deformazioni fisiche del cranio, ma poteva essere deforme anche l’intero corpo.

A questa idea la frenologia aveva aggiunto queste altre: «le teste dei ladri si somigliano più o meno tutte per la forma», e anche che i criminali, poiché sono dei «violenti», sono degli «sradicati» e «ricadono nel nomadismo».

Secondo Lombroso i criminali abituali erano incorreggibili, d’altronde era lo stesso aspetto fisico coinvolto nelle azioni, per cui andavano soppressi; con identica logica i nazisti destinavano all’eliminazione gli ebrei che, a causa della loro appartenenza razziale, erano considerati dai nazisti come criminali abituali.

Questa idea di criminalità ha impregnato la letteratura e il cinema nazisti, facilitando l’accettazione dell’assassinio degli ebrei, d’altronde era uno dei temi non solo della letteratura “volkisch” e nazista, ma anche di quella popolare, con la sua netta distinzione tra il buono e il cattivo, e con i suoi criminali, la cui apparenza fisica denunciava la loro opposizione alla legge.

Letteratura in fondo non diversa, come idea, da quella sui delinquenti  descritti da autori come Balzac ed Eugène Sue.

Gli ebrei erano dunque dei degenerati, considerati come topi e questo fu il modo in cui vennero rappresentati nel film di grande successo “Süss l’ebreo”, quando si affrettavano a entrare nella città di Stoccarda dopo che il duca del Württemberg aveva consegnato lo stato nelle loro mani attraverso il suo ministro Süss Oppenheimer.

Agli ebrei non fu lasciata possibilità di scampo, anche nella mattanza degli zingari, quella più simile, ci furono criteri di selezione, per gli ebrei no, non vi furono questionari per salvare alcuni ebrei e condannarne altri.

Peraltro anche gli zingari erano accusati di non amare il lavoro, di violare quindi l’ideale della produttività come parte di quei valori della classe media al pari di malati cronici ed ebrei, ma Himmler, ritenendoli discendenti dell’originaria razza ariana intendeva creare degli insediamenti agricoli per alcuni zingari sottomessi, mentre voleva votare allo sterminio quegli zingari che si erano imbastarditi con sangue straniero.

Anche i polacchi non erano votati allo sterminio, essi dovevano fungere da schiavi perciò i massacri ai loro danni in realtà miravano ad eliminarne l’intellighentzia per renderli sottomessi.

Il razzismo riesumò la schiavitù in Europa: ebrei e polacchi vennero usati come schiavi ma mentre la schiavitù è stata un alleato tradizionale e un obiettivo del razzismo, la soluzione finale della questione ebraica è stata qualcosa di nuovo e assolutamente senza precedenti.

L’evento delittuoso che più assomigliò alla soluzione finale fu il tentativo turco, nel 1915 e 1916, di deportare gli armeni nel deserto siriaco e di ucciderne il maggior numero possibile.

Lo scopo della Turchia, però, non era di tipo razziale, tanto che la conversione all’islam avrebbe salvato la vita, ma mirava ad eliminare definitivamente una minoranza irrequieta e motivo di divisioni.

Gli armeni, poi, opposero resistenza e talvolta cacciarono i turchi visto che vivevano radunati in villaggi e in città e comunque mancava ancora il perfezionamento della macchina burocratica nazista, anche se le uccisioni furono eseguite da una commissione centrale pianificatrice.

Lo sterminio armeno come l’invasione giapponese della Manciuria del 1932 contribuirono ad assuefare le coscienze ad eventi di questa portata, ma erano comunque eventi lontani, che coinvolgevano popoli quasi sconosciuti; furono  la prima guerra mondiale e le sue conseguenze ad abituare gli europei sia alla morte di massa che alla violenza di massa, ed in Germania, in particolare, la guerra favorì l’immagine dell’eroe spietato, consacrato alla violenza pur di salvare la razza.

Nel 1941 il razzismo passò ad una fase ulteriore quando Göring ordinò, il 31 luglio, a Heydrich di dare esecuzione alla soluzione finale della questione ebraica; la legislazione antiebraica era in vigore, gli ebrei erano stai messi spalle al muro, separati dal resto della popolazione ed era giunto il momento del loro annientamento; poiché, a dire di Hitler, l’alta finanza ebraica aveva scatenato la guerra, quella era l’occasione per la distruzione dell’ebraismo.

L’internamento nei campi diventava l’ultimo passo della loro separazione ed il primo verso l’annientamento; nei campi, inoltre, si tentò di tradurre in realtà i miti sullo stereotipo ebraico: ridotti in condizioni disumane, li si accusava di essere privi di moralità.

Nei campi le S.S. incoraggiavano la corruzione con il favoritismo, la discrezionalità nella distribuzione delle scarse razioni alimentari e un costante sistema di terrore; gli internati divennero persone costrette a qualunque compromesso per sopravvivere, messi scientemente uno contro l’altro, con il «kapo», il prigioniero con funzioni di comando che aveva il permesso di picchiare a volontà i suoi compagni internati per ottenere la quantità di lavoro a lui richiesto dalle S.S.

I campi, isolati dal mondo esterno, divennero piccoli regni governati dal terrore, dalla corruzione e dalle divisioni, e così fu facile sorvegliarli con pochi uomini che consideravano gli internati gente disposta a frodare, rubare, cercare di cattivarsi i favori e tradire gli altri.

 Rudolf Höss

Rudolf Höss

La realizzazione del mito vide come testimone privilegiato il comandante di Auschwitz, Rudolf Höss che, tra le altre cose, paragonò il suo comportamento di carcerato per un assassinio della «Fehme» (cioè un omicidio per vendetta politica), agli inizi degli anni ’20, con quello degli ebrei prigionieri nel suo campo; ovviamente questi si comportavano in modo «tipicamente ebraico»: tentativi di evitare il lavoro, corruzione per far lavorare altri al loro posto, liti continue per avere privilegi e comodità da parassiti.

Ritornavano, insomma, le consuete accuse di improduttività, di aborrire il lavoro onesto e di corrompere la società, dalle quali Höss non intese mai dissociarsi.

Tutto il sistema di trattamento dei deportati era strutturato in modo da essere disumanizzante, dai carri bestiame per il trasporto al trattamento all’arrivo: le vittime erano fatte spogliare nude, esaminate e selezionate secondo la loro supposta capacità di lavoro; gli inabili andavano, com’è risaputo, alle «docce».

Con l’aumento delle deportazioni da tutta Europa, nel 1941, dopo un iniziale sbandamento dell’organizzazione, gli ebrei vennero inviati in campi di lavoro o in ghetti creati appositamente, nonostante l’opposizione di Heydrich che temeva possibili sacche di resistenza (timore in parte fondato); d’altronde per effettuare la soluzione finale non erano possibili altre alternative alla concentrazione.

Gli ebrei polacchi tra fine ’39 e primavera del ’40 avevano costituito dei «consigli ebraici» (“Judenräte”) come forma dittatoriale ma esclusivamente amministrativa di governo, nelle singole località, direttamente responsabili verso le S.S.: essi controllavano ogni aspetto della vita del ghetto, dal cibo agli alloggi.

I consigli ebraici erano un organo rappresentativo dell’ebraismo tedesco creato coattivamente nel 1933; la loro creazione in Polonia coincise con l’ingresso forzato nei ghetti degli ebrei di quei territori: si iniziò con quello di Varsavia, nel novembre 1939 seguito, nel 1941 da quelli  di Lodz, Vilna, Lvov e di molte altre località minori.

A differenza dei ghetti medioevali che venivano chiusi solo di notte con dei cancelli o una catena, quelli moderni erano isolati completamente tramite dei muri; anche i ghetti videro una delle famose profezie autorealizzantesi: quando il ghetto di Varsavia fu colpito da una epidemia tifoidea, i tedeschi diffusero tra la popolazione polacca lo slogan «ebrei = pidocchi del tifo».

I ghetti divennero presto luoghi di fame e morte ma anche di sfruttamento di lavoro forzato per le industrie belliche, anzi fino a fine guerra vi fu polemica, mai risolta, tra le S.S. per i rinvii delle deportazioni di questi lavoratori.

einsatzgruppen-nazi-killing-squads

einsatzgruppen-nazi-killing-squads

Quanto alle tecniche di soppressione si mirò a renderle il più efficiente e impersonale possibile; dal 1941, dietro il fronte tedesco, avevano agito dei plotoni di esecuzione (“Einsatzgruppen”) ma il tipo di lavoro rischiava di mettere a dura prova i nervi dei componenti per cui i tecnici crearono un vagone a gas, collaudato per la prima volta per l’assassinio di ebrei, nel novembre 1941.

Anche questo sistema, però, richiedeva eccessive forze a fronte di scarsi risultati e con pericolo di resistenze, oltre al fatto che era difficile dissimulare l’uso cui erano adibiti i vagoni; la soluzione venne trovata sfruttando l’esperienza fatta con il programma per l’eutanasia: nell’autunno del 1941, furono installate in fattorie abbandonate delle improvvisate camere a gas, ed esse, con l’estate del 1942, mascherate da docce, entrarono in piena attività.

Il notevole vantaggio era che cessava il contatto con le vittime, che entravano da sole ed era necessario soltanto verificarne l’intervenuta morte, tramite uno spioncino; il gas era fornito da prestigiose ditte private tedesche: con questo sistema il numero di vittime, imputabili al razzismo europeo, fu enorme.

Il tutto favorito dalla tecnologia – il vagone a gas, l’abilità nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa, l’efficienza burocratica necessaria per tenere aggiornata una simile sterminata operazione – che permetteva un processo di disumanizzazione delle vittime così che gli uomini coinvolti potevano sentirsi come degli esperti che svolgevano un ruolo fondamentale per l’interesse nazionale.

Ne è un chiaro esempio Rudolf Höss che non si riteneva altro che un tecnico competente che collaborava da bravo funzionario all’eliminazione di un nemico disumanizzato: Höss pensava di essere una persona rispettabile, morale, onesta, un buon padre e un buon marito, tanto si erano corrotti  i valori della classe media che il razzismo aveva fagocitato.

Il razzismo si era, in effetti, impadronito dei concetti di virtù borghese, moralità eroica, onestà, sincerità e amore per il proprio paese e li aveva poi diretti contro gli ebrei, sostenuto da una efficiente organizzazione statale e da una scienza che sostenne le teorie razziste, specialmente l’antropologia che già aveva contribuito alla nascita del razzismo ed in seguito lo sfruttò per i suoi fini.

Rudolf Brandt

Rudolf Brandt

Il materiale umano non mancava e l’assistente personale di Himmler, Rudolf Brandt, organizzò gli studi diretti da August Hirt, professore di anatomia all’università di Strasburgo: nel 1942 79 ebrei, 50 ebree, 2 polacchi, e 4 «asiatici» (cioè prigionieri russi mongoli) vennero uccisi, sottoposti a misurazioni antropologiche (compreso l’angolo facciale) e le loro teste e scheletri entrarono a far parte della collezione anatomica dell’università.

Contemporaneamente Bruno Berger conduceva indagini etnografiche sulle origini ariane delle S.S.: egli scelse dei prigionieri ritenuti interessanti per la loro conformazione cranica di cui misurò i crani da vivi, quindi li fece gasare e preparare i crani per ulteriori esami di laboratorio.

Berger si era lamentato della mancanza di buone collezioni di crani ebraici ma aveva osservato che  «la guerra nell’Est ci offre l’opportunità di correggere questo stato di cose».

D’altronde questo atteggiamento portava a compimento le ricerche degli scienziati del Settecento che con le loro misurazioni antropologiche e il marcato interesse per il cranio umano, erano all’origine del razzismo.

August Hirt

August Hirt

Certamente molti antropologi si ritrassero inorriditi di fronte a questi esperimenti ma non mancarono, come sempre, scienziati che pur non essendo razzisti quali Alfred Ploetz ed Eugen Fischer si erano convertiti, cedendo alle lusinghe, alla politica eugenetica del nazismo ed altri che scientemente sfruttarono il potere di vita e di morte per promuovere le loro ambizioni antropologiche o etnografiche.

Oltre alle ricerche di questi scienziati razziali si aggiunsero quelle dei medici che lavoravano per le forze armate tedesche: quanto a lungo i piloti abbattuti potessero sopravvivere senza cibo o acqua, quanto freddo potesse sopportare il corpo umano e l’effetto di nuove droghe sulla coagulazione del sangue furono le loro ricerche, vivisezione su cavie umane destinate alla morte.

Il progetto di sterminio di Hitler ebbe buona realizzazione nei territori sotto la diretta occupazione nazista, altrove non ebbe sempre i medesimi risultati.

Hitler preferiva che alla guida delle nazioni satelliti fossero dei dittatori conservatori che  governavano con l’appoggio dell’esercito e delle tradizionali gerarchie sociali e clericali e garantivano  la legge e l’ordine dietro il fronte, piuttosto che dei capi fascisti che avrebbero potuto creare problemi.

Ad Hitler interessava prioritariamente vincere la guerra mentre la Guardia di ferro o le Croci frecciate volevano impadronirsi del potere e nello stesso tempo distruggere i loro nemici come fece, appunto, la Guardia di ferro che scatenò contro gli ebrei un “pogrom” caotico e quasi incontrollabile.

Antonescu, Horthy o re Boris non eseguirono con sollecitudine le direttive tedesche in materia, si limitarono a quel minimo che evitasse gli scandali ma cercarono di evitare problemi che potessero comportare instabilità ed Hitler riteneva di risolvere la questione ebraica in quei paesi una volta terminata la guerra quando, allora sì, avrebbero potuto prendere il potere i giovani ed irrequieti fascisti.

Il poco entusiasmo si notò nei casi di Horthy che collaborò alla deportazione solo dopo l’occupazione nazista e dopo essere stato minacciato e ricattato;  Antonescu e Pétain cercarono altre soluzioni: essi protessero gli ebrei locali e abbandonarono gli ebrei stranieri in loro potere alla macchina di morte nazista, così si fece anche in Bulgaria.

1940 Angelo Roncalli

1940 Angelo Roncalli

In questo paese la chiesa ortodossa protesse i propri ebrei mentre nelle regioni di recente acquisizione della Macedonia e della Tracia e in una piccola parte della Serbia gli ebrei videro peggior sorte nonostante il coraggioso comportamento del patriarca ortodosso e del nunzio pontificio Angelo Roncalli, che anzi fu rimproverato da Roma per la sua forte presa di posizione a favore degli ebrei.

Josef Tiso

Josef Tiso

Diversa situazione vide la Slovacchia, il primo satellite del Reich di cui divenne presidente, nell’ottobre 1939, il prete cattolico Josef Tiso: nel 1941 furono approvate severe leggi razziali e il governo in un primo tempo favorì la deportazione degli ebrei.

La Chiesa però intervenne, per lo più per salvare gli ebrei convertiti al cristianesimo, e in conseguenza delle sue pressioni la deportazione fu solo parziale e cessò completamente nel 1943, salvo riprendere nel 1944 dopo l’occupazione tedesca su ordine delle S.S.

L’Italia, primo alleato dei tedeschi, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo, le leggi razziali emanate in analogia a quelle tedesche di Norimberga impedivano molte attività agli ebrei e si tentò anche di raccogliere gli ebrei in squadre di lavoro forzato, tuttavia a differenza dei tedeschi, gli italiani trovarono il modo di esentare migliaia di ebrei.

L’esercito italiano andò oltre, col consenso tacito del duce: la zona d’occupazione italiana in Francia divenne così il rifugio degli ebrei braccati; le ambasciate italiane in Europa protessero gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana.

Le persecuzioni iniziarono con la caduta di Mussolini, con l’occupazione tedesca e continuarono nella repubblica di Salò dove prevalse l’ala più antisemita del partito, ma comunque ormai sotto la direzione tedesca.

Oltre alle opposizioni i piani tedeschi incontrarono anche collaboratori, in tutti i paesi: i partiti fascisti violentemente antisemiti dei paesi balcanici furono degli alleati naturali.

Xavier Vallat

Xavier Vallat

In Francia, all’inizio, i nazisti non trovarono grande collaborazione: Xavier Vallat, primo commissario per la questione ebraica nella Francia di Vichy, era un capo dei reduci di guerra che odiava i tedeschi più degli ebrei.

Nel 1942 fu sostituito da Louis Darquier de Pellepoix, direttore di una pubblicazione, «L’Anti-Juif», che riteneva gli ebrei colpevoli di tutti i mali del mondo, come aveva teorizzato in Germania Dietrich Eckart.

Egli era l’autore di un’introduzione ai “Protocolli dei saggi anziani di Sion” in cui sosteneva che se anche questi fossero falsi, l’importante era la loro visione generale; con queste idee evidentemente si adoperò contro gli ebrei; se non riuscì ad ottenere dal governo di Vichy la deportazione degli ebrei francesi, tuttavia spinse fortemente per l’espulsione degli ebrei che non erano in possesso della nazionalità francese e di questi circa 60-65000 furono mandati a morte.

 Molti, in ogni nazione, furono i collaboratori delle misure antiebraiche, ma non tutti per motivi razzisti; molti erano cristiani imbevuti di teorie medioevali secondo cui gli ebrei erano l’anticristo.

Louis Darquier de Pellepoix

Louis Darquier de Pellepoix

 A volte idee cristiane, medievali e razziste erano tanto intrecciate tra loro che non è possibile distinguere le une dalle altre, ne è una riprova l’atteggiamento verso gli appelli del Vaticano: le richieste agli stati cosiddetti cattolici di accogliere gli ebrei battezzati rivolte a stati latini quali Argentina e Brasile furono disattese un momento dopo l’accoglimento.

Le richieste del segretario di Stato, cardinale Luigi Maglione ottennero risposte molto significative: il 5 giugno 1939 l’incaricato d’affari vaticano in Bolivia scriveva: l’esasperazione popolare contro gli ebrei era così forte che poco poteva essere fatto; gli ebrei erano accusati di truffa, concorrenza sleale, immoralità e vilipendio della religione.

Risposta significativa visto che la richiesta riguardava ebrei convertiti, cioè dei cattolici; non diversamente in Cile dove i preti delle parrocchie furono al primo posto nell’opposizione all’immigrazione dei loro confratelli cattolici: contava solo il fatto che essi erano «razzialmente» ebrei e gli ebrei in Cile erano accusati di rovinare l’agricoltura con l’usura.

cardinale Luigi Maglione

cardinale Luigi Maglione

La «soluzione finale» segnava la vittoria del razzismo pratico ma anche del razzismo come ideologia più diffusa e pervasiva del tempo.

La gente poteva ben negare di essere razzista, in realtà essa usava la retorica razzista e spesso caratterizzava i suoi nemici secondo criteri razziali.

Il razzismo non era nato coi nazisti nè sarebbe morto con loro: Hitler ne rappresentò il culmine ma la sua evoluzione non è finita con la sua sconfitta, la sua storia procede ancora.