Il giorno 24 marzo, di sera, è previsto il primo incontro formativo a Ravenna ma raggiungo la città molto prima, in mattinata.

Cerco un posto dove parcheggiare senza pagare (sborsare soldi per parcheggiare è contro la mia religione) e da lì mi dirigo a piedi verso il centro; incontro sulla strada la cattedrale, una di quelle chiese che non avevo mai avuto occasione di visitare in precedenza ed è ovvio che questa diventi la mia prima tappa.

Molto belli i pavimenti in opus sectile, non da meno anzi bello e simpatico è l’ambone del vescovo Agnello, opera realizzata tra il 557 e il 570, nella forma a torre che non ricordo di avere visto in precedenza.

I due parapetti, leggermente bombati sono decorati da 36 formelle rettangolari che contengono, simmetricamente verso il centro, degli animali, nell’ordine dall’alto in basso agnelli, pavoni, cervi, colombe, pesci e anatre.

Ho letto in wikipedia che questi rappresenterebbero la creazione e insieme il nuovo giardino di Eden, ricostituito grazie all’annuncio del Verbo; fonderebbe, dunque, assieme l’origine e il compimento poichè la venuta di Gesù realizza il famoso già e non ancora.

Non manca un sempre gradito bel san Sebastiano che, quale santo protettore della categoria, ho assunto anche come santo protettore personale famigliare e amicale.

Ci scopro anche un ritratto di un personaggio che è legato, seppur alla lontana, alla mia famiglia; si tratta di san Guido Maria Conforti, arcivescovo di Ravenna tra il 1902 ed il 1904 poi arcivescovo vescovo di Parma.

Ebbene questo santo è nato a Casalora di Ravadese nella corte dove ha successivamente abitato la famiglia dei miei nonni e dove è venuta alla luce mia mamma (che però non ha respirato la medesima aria di santità, se l’era evidentemente portata via tutta san Guido Maria).

Trovo anche un paio di sarcofagi molto belli: uno, utilizzato come altare è conosciuto come il sarcofago di Sant’Esuperanzio con Cristo benedicente tra i santi Pietro e Paolo, l’altro, invece, è il sarcofago del beato Rinaldo che riproduce ancora Gesù Cristo con la mano destra distesa e la sinistra che regge la Scrittura; ai lati Pietro e Paolo rivolti verso Gesù, entrambi recanti in mano la corona della vittoria e avendo alle spalle le palme, che mi ricordano sempre la parola di Dio: “Iustus ut palma florebit“, che a me riesce di ricordare solo con sicut al posto di ut.

Apprezzo anche la Madonna del sudore, che avrebbe sudato sangue per proteggersi dal fuoco appiccato dai soldati guasconi e ferraresi.

Se mai uno dubitasse delle capacità di Guido Reni  resterebbe smentito guardando la pala raffigurante Mosè e la raccolta della manna nel deserto; sempre di lui e  dei suoi collaboratori sono i dipinti che adornano la cappella: il Redentore e arcangeli in gloria, nella cupola, e Melchisedec che benedice Abramo e le sue genti vittoriose, nella lunetta sopra l’altare.

Chiudo con una menzione di elogio per chi ha prodotto i vari altari policromi che con quell’insieme di colori e dettagli sono per me come il polline per un’ape e, come ultima nota, un plauso per la cattedra di monsignore Arcivescovo che nella sua non sobrietà mi rimanda a bei tempi in cui la chiesa aveva ben diversa coscienza di sé.

Uscito dalla cattedrale mi ritrovo al Battistero Neoniano, risalente al V secolo, che prende il nome dal vescovo Neone; è chiamato anche il battistero degli ortodossi che, a quel tempo, erano i cattolici, di contro all’eresia ariana.

Di forma ottagonale (il numero otto ricordava, ai tempi, la resurrezione) è il primo dei mosaici che delizieranno gli occhi in questa intensissima giornata.

Al centro della cupola c’è il Battesimo di Cristo, dove, però, i volti dei due protagonisti, Gesù e Giovanni Battista sono rifacimenti del XVIII secolo.

A contorno del battesimo ci sono i dodici apostoli su sfondo azzurro, vestiti di toga e pallio e con in mano delle corone da offrire al Cristo; le figure sono intervallate da candelabri ed hanno sopra dei teli bianche che visti dal basso fanno pensare alla corolla di un fiore.

Al centro delle otto nicchie centrali si trovano quattro altari con il Vangelo aperto, affiancate dalle sedie vuote in cui siederanno i giusti, e quattro troni vuoti con le insegne di Cristo, cioè quella che si chiama etimasia ovvero “preparazione del trono“.

Il trono vuoto tiene il posto di Cristo e quindi rimanda a Lui  e contemporaneamente ne testimonia l’attesa del ritorno come sovrano e giudice.

I profeti che adornano le pareti laterali sono delle ricostruzioni novecentesche dopo che, nello stesso secolo, un improvvido restauro ha eliminato gli originali.

Come ben spiega wikipedia: “Al piano inferiore troviamo otto archi ciechi su colonnine, uno per lato, al cui interno sono poste lastre di porfido e marmo verde all’interno di riquadri geometrici. Gli archivolti sono occupati da mosaici, raffiguranti racemi fitomorfi di vite e figure umane. Vi sono pure quattro iscrizioni latine, tre con riferimenti a passi biblici (salmo 22 la prima; salmo 31 la terza; vangelo di Matteo 14, 22-23 la quarta”.

Della vasca battesimale solo l’ambone dove saliva il sacerdote per amministrare il sacramento è originale del V secolo, mentre la vasca risale al XVI.

Inizia, qui, l’immersione nei mosaici che sono una forma di espressione assolutamente straordinaria e coinvolgente: un ottimo antipasto in attesa della scorpacciata che verrà.

Per l’ingresso al Battistero Neoniano serve il biglietto: io decido per l’acquisto di quello cumulativo a 11,50 € che permette l’accesso anche al museo diocesano (dove disgraziatamente è vietato fotografare) al mausoleo di Galla Placidia,  a San Vitale e a Sant’Apollinare Nuovo; questa precisazione troverà poi una spiegazione in seguito.

Per ora mi fermo, in attesa di parlare delle tappe successive.

Ravenna, 24 marzo 2017 memoria di Santa Caterina di Svezia