So bene che è un delirio, ma da alcuni giorni, ascoltando in palestra, un bel paso doble, mi figuravo nell’arena, immaginando i movimenti da compiere per domare il toro; non ucciderlo, quello non riuscirei mai, ma guidarlo nei movimenti come fa il matador.

Prevale, in me, l’aspetto di opera d’arte, non di lidia, di lotta: una perfezione di movimenti che addomestica la forza bruta. Aggiungo che ascolto spesso, in questi giorni, un altro brano, Ballata in fa diesis minore, che tratta della morte (ispirandosi alla danza macabra raffigurata in un chiesa di Pinzolo).

Nella canzone, la morte viene “irretita” dalla musica che sembra riuscire a distoglierla dal suo lavoro: l’arte vince la morte e non perchè sembra vivere in eterno, quanto piuttosto perchè ne allontana la venuta “incantandola” con la musica.

A scuola, la mia professoressa d’inglese del liceo, matta ben più del proverbiale cavallo e morta prematuramente in preda a cupa follia pranoica, ci aveva fatto studiare il sonetto 55 di Shakespeare: “Not marble, nor the gilded monuments / Of princes, shall outlive this powerful rhyme; … Nor Mars his sword nor war’s quick fire shall burn / The living record of your memory”, che rimandava ad Orazio del non meno famoso “exegi monumentum aere perennius”.

Mi diceva il sempre preziosissimo Gabriele Trivelloni che la rappresentazione della morte cambia a seguito della terribile peste del 1347 (la peste nera); dopo quel terribile episodio la morte viene rappresentata come uno scheletro o comunque un essere che, munito di falce, stermina ricchi e poveri, potenti e servi, clero e laici, vecchi e giovani, senza criterio alcuno.

Come magistralmente rappresentata nell’affresco custodito a Palermo in Palazzo Abatellis.

Morte come qualcosa di cui essere vittima, un mistero cattivo, orrorifico perchè incomprensibile e imprevedibile, in gente che era abituata comunque alle morti precoci dovute a carestie e guerre.

San Francesco, che era probabilmente lebbroso, la chiama “sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare”.

La mia professoressa, l’ultimo compito in classe prima della fine dei 5 anni di pessima scuola pubblica che ho frequentato, lo commentò con una citazione dal vangelo di Luca, cap. 17: “mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti.”

Per lei la vita ed il piacere erano inconciliabili e comunque tutto era sovrastato da un oscuro ma ineluttabile senso di “stritolamento” tra le istanze della testimonianza della verità ed il timore per la punizione ad opera dei potenti.

Dal primo all’ultimo anno questa è stata una costante: dalle scrubbers (le pulitrici) delle pietre della cattedrale di Canterbury che assistono all’omicidio dell’arcivescovo, alla dama di compagnia di lady Macbeth che assiste ai vaneggiamenti nottambuli della regina.

Persone del popolo, deboli, indifese, costrette loro malgrado ad assistere ad una tragedia di cui debbono rendere testimonianza di fronte a potenti.

A rischio di persecuzioni e della vita, cioè un pensiero di morte.

Sono in cerca di soluzioni alternative a quelle ricevute: l’eredità a babbo vivo di cui sono stato destinatario (non dirò beneficiario) propende verso la malinconia.

Fortunatamente l’uomo ha la facoltà, giuridica, di sottoporre a giudizio l’eredità, che non a caso è un concetto giuridico ed economico insieme, eventualmente potendo rifiutarla.

Si potrebbe dire che libertà è sinonimo di ereditabilità? sono libero in quanto erede, a babbo vivo.