A Udine, al ballottaggio, alcune settimane fa, ha vinto il candidato di centro destra, del non posso che rallegrarmi ed augurargli un ottimo lavoro.

Dunque Pietro Fontanini è il nuovo sindaco e la sua prima dichiarazione, cito dal sito di Repubblica è stata la seguente: “Porterò la polizia comunale alle dipendenze del sindaco, perché questa città ha bisogno di una presenza capillare delle forze dell’ordine in città per invertire una tendenza che negli ultimi anni è stata preoccupante”.

Evidentemente l’affermazione sintetizza un pensiero più ampio, tuttavia quel che mi preoccupa, e non poco, è il fatto che un sindaco, di una città capoluogo di provincia, dichiari che vuole la polizia municipale alle sue dipendenze.

Vi è una legge dello stato, una delle tante ignorate, che recita testualmente ” Il sindaco o l’assessore da lui delegato, nell’esercizio delle funzioni …, impartisce le direttive, vigila sull’espletamento del servizio e adotta i provvedimenti previsti dalle leggi e dai regolamenti. Il comandante del Corpo di polizia municipale è responsabile verso il sindaco dell’addestramento, della disciplina e dell’impiego tecnico-operativo degli appartenenti al Corpo”.

Il che significa che il sindaco impartisce direttiva e chi, invece, gestisce il corpo è il comandante, secondo la ben nota teoria che gli amministratori danno le direttive e gli organi amministrativi gestiscono.

Separazione tra potere di indirizzo e potere gestionale: come ho già avuto modo di dire questa è una delle bufale che sono state ammannite all’italico popolo da decenni.

Nel caso della polizia municipale, essendo un settore delicato, gli organi politici aspirano ad averne il totale controllo in modo da ricavarne il massimo profitto in termini elettorali e scaricare gli effetti negativi addosso al corpo.

Non faccio alcun riferimento al corpo dove attualmente lavoro, sia ben chiaro: per consuetudine non parlo del posto in cui mi trovo a lavorare e non derogo nemmeno oggi; questo discorso nasce da trascorse esperienze e dalla conoscenza di moltissimi colleghi sparsi in giro per la penisola che ho occasione di conoscere durante convegni e corsi di formazione.

Ecco uno dei tanti motivi per cui la categoria non riuscirà mai a decollare (non è l’unico ma nemmeno il più marginale) ed ecco spiegato perchè avrei apprezzato che il neo sindaco di Udine facesse una dichiarazione leggermente diversa.

Avrei applaudito con convinzione se avesse dichiarato che lui, assieme a tanti altri amministratori, si sarebbe impegnato per proporre una riforma della polizia municipale.

Una riforma organica, nazionale, in grado di individuare le specificità di questo settore, pensarne gli strumenti di lavoro e le tutele.

Un lavoro legislativo e non le solite improvvisazioni di questo o quel sindaco che ha idee più o meno da “sceriffo” come spesso si sente nelle innumerevoli polemiche che spuntano come i funghi e sono produttive come i fuochi fatui.

La mia regione, l’Emilia Romagna, sta lavorando a un progetto di polizia di comunità, nome che mi suscita al contempo ilarità e sconforto, d’altronde da una regione che vede da decenni il predominio di certe forze politiche non mi aspetto niente di buono.

Ma non ho preclusioni, resto in attesa, sebbene siano decenni che sto aspettando una riforma; di una cosa sono però sicuro: sarà impossibile non dico togliere ma allentare l’asfissiante giogo della politica e stabilire che è il comandante che gestisce il corpo.

La mia fiducia nella politica è sempre più bassa, senza lamentela, sapendo bene che i politici e ancor peggio quelli locali sono dei poveri diavoli, costretti a mendicare consenso inseguendo i capricci dell’elettorato, in una rincorsa senza fine e senza meta se non quella della conservazione di un potere che si sfilaccia sempre più.

Ne ha spesso trattato, con l’acutezza che gli è caratteristica, il professor Ernesto Galli della Loggia, sulle pagine del Corriere, ai cui contributi rimando.

Oggi più che mai fare politica credo dovrebbe essere avere il coraggio di dire no, il che è impossibile al punto in cui siamo.

Mi verrebbe di stabilire un parallelo storico… anzi lo faccio: quando studiavo al liceo, uno dei miei docenti ci impose di studiare a memoria una consistente parte del canto VI del Purgatorio e precisamente quella che è nota come l’invettiva all’Italia di Sordello da Goito. La cito di seguito e invito chiunque a verificare quali paralleli siano attuali ancor oggi, per parte mia ne suggerirò solo alcuni.

Ahi serva Italia, di dolore ostello, 
nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello! 
      Quell’anima gentil fu così presta, 
sol per lo dolce suon de la sua terra, 
di fare al cittadin suo quivi festa; 
      e ora in te non stanno sanza guerra 
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode 
di quei ch’un muro e una fossa serra. 
      Cerca, misera, intorno da le prode 
le tue marine, e poi ti guarda in seno, 
s’alcuna parte in te di pace gode. 
      Che val perché ti racconciasse il freno 
Iustiniano, se la sella è vota? 
Sanz’esso fora la vergogna meno. 
      Ahi gente che dovresti esser devota, 
e lasciar seder Cesare in la sella, 
se bene intendi ciò che Dio ti nota, 
      guarda come esta fiera è fatta fella 
per non esser corretta da li sproni, 
poi che ponesti mano a la predella. 
      O Alberto tedesco ch’abbandoni 
costei ch’è fatta indomita e selvaggia, 
e dovresti inforcar li suoi arcioni, 
      giusto giudicio da le stelle caggia 
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, 
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia! 
      Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto, 
per cupidigia di costà distretti, 
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto. 
      Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: 
color già tristi, e questi con sospetti! 
      Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura 
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; 
e vedrai Santafior com’è oscura! 
      Vieni a veder la tua Roma che piagne 
vedova e sola, e dì e notte chiama: 
«Cesare mio, perché non m’accompagne?». 
      Vieni a veder la gente quanto s’ama! 
e se nulla di noi pietà ti move, 
a vergognar ti vien de la tua fama. 
      E se licito m’è, o sommo Giove 
che fosti in terra per noi crucifisso, 
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 
      O è preparazion che ne l’abisso 
del tuo consiglio fai per alcun bene 
in tutto de l’accorger nostro scisso? 
      Ché le città d’Italia tutte piene 
son di tiranni, e un Marcel diventa 
ogne villan che parteggiando viene. 
      Fiorenza mia, ben puoi esser contenta 
di questa digression che non ti tocca, 
mercé del popol tuo che si argomenta. 
      Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca 
per non venir sanza consiglio a l’arco; 
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. 
      Molti rifiutan lo comune incarco; 
ma il popol tuo solicito risponde 
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». 
      Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: 
tu ricca, tu con pace, e tu con senno! 
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde. 
      Atene e Lacedemona, che fenno 
l’antiche leggi e furon sì civili, 
fecero al viver bene un picciol cenno 
      verso di te, che fai tanto sottili 
provedimenti, ch’a mezzo novembre 
non giugne quel che tu d’ottobre fili. 
      Quante volte, del tempo che rimembre, 
legge, moneta, officio e costume 
hai tu mutato e rinovate membre! 
      E se ben ti ricordi e vedi lume, 
vedrai te somigliante a quella inferma 
che non può trovar posa in su le piume, 
      ma con dar volta suo dolore scherma.

 

Iniziando come si conviene dall’inizio: “nave sanza nocchiere in gran tempesta” trova immediata corrispondenza in una situazione che dopo mesi di discussioni ancora ci vede senza governo (il che, peraltro, non è detto che sia un male).

Proseguo con “non donna di province, ma bordello” e chi non ricorda le avventure boccaccesche che hanno contraddistinto la classe politica, da chi si è dimesso perchè frequentava trans a chi organizzava cene eleganti con signorine prezzolate.

Sulle guerre intestine, non credo serva dilungarsi, basta guardare la storia dai comuni ai giorni nostri.

“gente che dovresti esser devota,/ e lasciar seder Cesare in la sella,/ se bene intendi ciò che Dio ti nota”: la delegittimazione di Cesare, correttamente Dante pone il suo omicida nel più profondo inferno, è talmente flagrante da spaventare; decenni di sinistra hanno prodotto il grillismo ed oggi ci troviamo che le istituzioni sono continuamente messe in scacco ed il programma di governo viene fatto approvare da una società privata, online, a non si sa bene chi.

“O Alberto tedesco ch’abbandoni/ costei ch’è fatta indomita e selvaggia,/ e dovresti inforcar li suoi arcioni”: lo traduco così: sant’Angela Merkel trasferisciti in Italia con tutta la classe dirigente tedesca e governaci tu. 

“Vieni a veder la tua Roma che piagne/ vedova e sola, e dì e notte chiama”: abbiamo pure un papa quasi comunista, non bastassero le altre sciagure.

“Vieni a veder la gente quanto s’ama!”: sappiamo quante cause sono pendenti davanti ai tribunali della penisola e quanti avvocati esercitano o sopravvivono in Italia?

“Ché le città d’Italia tutte piene/ son di tiranni, e un Marcel diventa/ ogne villan che parteggiando viene” se togliamo la parola tiranno, abbiamo un paese dove sono tutti allenatori, tutti presidenti del consiglio, tutti capacissimi a discettare di tutto”.

“Fiorenza mia, ben puoi esser contenta/ di questa digression che non ti tocca”: basti ricordare chi ci ha dato Firenze ovvero il senatore Renzi; mi viene tuttavia da pensare ad una frase che non sono riuscito a ritrovare per cui devo citarla a senso: la nutrice di non so quale crudelissimo tiranno (forse di Siracusa) ai funerali dell’odiato despota piangeva sconsolatamente provocando stupore tra gli astanti, ben felici della dipartita. Al che la donna, alle rimostranze, rispondeva con un’affermazione di questo tenore: “Non piango per chi è morto, ma pensando a chi verrà”

Ho il timore che i pentastellati possano far rimpiangere anche il detestatissimo Renzi.

“fai tanto sottili/ provedimenti, ch’a mezzo novembre/ non giugne quel che tu d’ottobre fili”: la legislazione italiana ne è l’erede diretta.

Il mio è un puro divertissement, senza alcuna pretesa scientifica.

Eredi di uno dei più grandi imperi della storia dell’umanità, con un’opera di civiltà straordinaria, siamo ridotti alle beghe di pollaio dove “l’un l’altro si rode”.

Resta vero quel che Freud cita da Goethe (Was du ererbt von deinen Vätern hast, / Erwirb es, um es zu besitzen)  “Ciò che erediti dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero.”

Uso il presente “erediti” invece del corretto “hai ereditato” perchè questa operazione è da compiere ogni giorno, continuamente a pena di danno emergente, lucro cessante e lucro non emergente (sfrutto per l’ennesima volta il pensiero di Giacomo Contri).

Parma, 20 maggio 2018 Solennità di Pentecoste