Ecco il riassunto del V capitolo dell’ottimo volume “Il razzismo in Europa” di George L.Mosse; si tratta dei contributi della perfida Albione all’elaborazione delle teorie razziste; non aggiungo altro perchè l’autore è abbondantemente noto.

Veniamo a

Gobineau aveva indicato le direzioni in cui si sarebbe mosso il razzismo: la concezione metastorica e l’ideale della razza come soluzione dei problemi contemporanei.

Gli stereotipi venivano inglobati in una visione totale del mondo e se ne sosteneva la derivazione dalla più aggiornata dottrina e della migliore esperienza.

Anche se il diffondersi del pensiero di Gobineau fu dovuto essenzialmente al circolo wagneriano, tuttavia le sue idee erano consonanti con quelle di altri pensatori del periodo; caso tipico fu l’uso del termine “metapolitica”, molto utilizzato nel circolo dei Wagner a Bayreuth, inteso come processo politico scaturente dal subconscio del Volk o della razza con la conseguenza che la politica diventa una religione laica che cerca la salvezza del Volk attraverso la sconfitta dei suoi nemici.

Anche la nascita di nuove discipline come, ad esempio, la “psicologia dei popoli” è indice della tendenza a comprendere il mondo attraverso un Volksgeist pensato come onnicomprensivo.

In effetti i progressi di scienza e tecnologia sembravano richiedere una religione della ragione e del progresso, per cui la metapolitica doveva trovare un punto di contatto con questa esigenza ed il razzismo con la sua capacità di passare dalla scienza alla soggettività era perfetto per questo scopo.

Queste teorie si diffusero ampiamente nelle regioni di lingua tedesca e in Francia, ma nemmeno l’Inghilterra ne rimase estranea: gli inglesi fornirono al razzismo contributi importanti come il darwinismo e il movimento eugenista e condivisero, inoltre, l’interesse per l’antropologia, la storia e la linguistica.

Walter Scott

Walter Scott

La ricerca delle origini germaniche influenzò anche l’Inghilterra che, verso la fine del XVIII secolo, vide la diffusione della ricerca delle proprie origini anglosassoni: la riscoperta delle antiche ballate, grazie a Thomas Percy, e la moda dei romanzi storici, come Ivanhoe di sir Walter Scott, sottolinearono la libertà e la lealtà dei sassoni.

Questo nuovo sentimento nazionale di orgoglio non era però necessariamente intollerante verso gli altri: se è vero che i sassoni di sir Walter Scott si opponevano agli invasori normanni, lo scrittore era però tollerante e rispettoso verso gli ebrei e gli altri stranieri che non avevano avuto mire di conquista del regno.

Le idee sulle origini nazionali si inquinarono verso la metà del XIX secolo quando si iniziò a pensare che certe virtù come l’onestà, la lealtà e l’amore per la libertà fossero peculiari del solo ramo anglosassone della discendenza teutonica: gli inglesi incarnavano le qualità della razza ovunque andassero e, ovviamente, specialmente negli Stati Uniti d’America, terra da loro colonizzata.

Arminio

Arminio

Un caso interessante si trova nello storico inglese Edward A. Freeman che rivendicava come progenitore degli inglesi Arminio, il vincitore delle legioni romane a Teutoburgo, così come facevano i tedeschi con Ermanno, cioè la versione tedesca di Arminio; il comitatus, l’organizzazione tribale teutone, era rivendicata come propria sia dei tedeschi che degli inglesi, così come la Germania di Tacito: la storia, trasformatasi in mito razziale, univa le due nazioni.

Anche in Inghilterra prese piede l’antropologia e gli stereotipi già descritti in precedenza, in questo caso il Gobineau di turno fu l’anatomico scozzese Robert Knox, famoso soprattutto per un episodio, in giovane età, cioè il furto di cadaveri; le sue teorie sulla razza sono così riassumibili: “la razza è tutto e da essa dipende la civiltà”, da cui si ricava che ogni razza ha proprie civiltà, lingua, arti e scienze.

Knox pensava a due razze superiori: i sassoni (per i quali recuperava il concetto di angolo facciale di Camper e quello della perfezione greca) che avevano anche un buon rapporto con la terra che consideravano proprietà della comunità; essi però mancavano, secondo Knox, dell’attitudine al ragionamento astratto, qualità fondamentale per la vera superiorità razziale.

Le razze slave, per questo autore, seppure di brutto aspetto esteriore, avevano una eccezionale capacità di raziocinio, attitudine al pensiero trascendentale e abilità per le arti e la musica; nelle razze slave Knox ricomprendeva anche alcuni tedeschi del sud mentre ne escludeva gli inglesi suoi contemporanei, che lo perseguitavano.

Knox considerava i greci come incarnazione della perfezione ma, caso assolutamente unico, egli li considerava frutto di una mescolanza razziale di elementi sassoni e slavi; caso unico, appunto, in cui una mescolanza razziale era considerata produttiva di effetti positivi.

Ben diverso era invece l’atteggiamento verso i neri che considerava quasi al pari delle bestie, non civilizzabili e perciò predestinati alla schiavitù; a differenza di Gobineau che almeno riconosceva alle razze non bianche qualità, seppur negative, come insubordinatezza e spirito commerciale, Knox li riteneva più vicini al regno animale che all’uomo.

Edward Augustus Freeman

Edward Augustus Freeman

L’antitipo umano, però, per lui era l’ebreo, privo di ogni qualità desiderabile e incapace di vivere di qualsiasi cosa che non fosse la furbizia degli espedienti: l’ebreo diventava lo schermo deformato della borghesia, così come lo era stata la razza gialla per Gobineau.

La distinzione tra borghesia ariana ed ebraica, già apparsa ai tempi di de Lapouge, continuerà fino alla presa del potere nazista, divenendo un principio fondamentale del razzismo continentale: il razzismo si appropriò della morale borghese e trasformò i borghesi nei portatori delle virtù ariane, riducendo gli ebrei a simbolo della perversione della classe media.

Knox sosteneva che varietà equivale a degenerazione e che la razza deve inglobare ogni aspetto della vita e del pensiero: i suoi strumenti per sostenerlo furono l’anatomia, l’antropologia ed anche la fisiognomica.

Il suo non fu un pensiero originale perché poco prima di lui anche Benjamin Disraeli aveva sostenuto che “tutto è razza, e non esiste una verità diversa”.

In Inghilterra il razzismo però, pur occupandosi degli ebrei, si concentrò sui neri: questi, a causa dei frequenti rapporti con gli inglesi, occuparono il posto che sul continente spettò agli ebrei.

Fu in particolare James Hunt, presidente fondatore della Società antropologica e ammiratore di Knox, che si interessò a loro; egli sostenne che le qualità razziali non fossero trascendibili.

La sua importanza però non gli deriva dalle sue concezioni sulla razza ma dalle giustificazioni che poneva a fondamento: sostenendo che dovevano essere respinti tutti i pregiudizi egli fondava il razzismo su “fatti sufficientemente attendibili”.

Tre furono, in particolare, i pregiudizi che operavano contro la scienza: la mania religiosa, l’ossessione per i diritti dell’uomo e la fede nell’uguaglianza; secondo Hunt la scienza liberata da questi pregiudizi avrebbe lavorato contro gli incroci razziali in favore di una selezione naturale della classe dirigente.

In lui scienza e soggettivismo erano fusi indissolubilmente, pur dicendo di sostenere il metodo scientifico egli rimaneva profondamente dogmatico, come la gran parte dei razzisti.

Hunt considerava i neri, come già Knox, di intelligenza pari a quella di un quattordicenne europeo, in loro vedeva l’estremista che non riconosce alcuna legge; per sostenere le sue ipotesi utilizzò i resoconti di viaggi e le informazioni che otteneva dall’antropologo francese Francois Pruner.

Nonostante queste idee razziste Hunt si opponeva alla schiavitù ma anche alla richiesta di uguaglianza sostanziale di tutte le razze.

Volendo essere moderni i sedicenti scienziati alla Hunt si opponevano alla schiavitù e alle oppressioni verso le razze inferiori: la loro soluzione, almeno per la maggioranza, era il paternalismo; i nazisti con la loro idea di guerra razziale portata fino alle estreme conseguenze, si era nutrita delle frange e non del cuore dell’ideologia razzista europea.

I razzisti inglesi, col loro paternalismo, erano interessati a stabilire norme che mantenessero le razze inferiori nelle loro condizioni originali.

Il contributo principale e più originale del pensiero inglese al razzismo venne dal darwinismo: se Charles Darwin non fu personalmente un razzista, i concetti da lui formulati di “selezione naturale” e “sopravvivenza del più adatto” trovarono entusiastica accoglienza presso i teorici della razza; il darwinismo sembrava giustificare la necessità della lotta ed offriva quindi una giustificazione scientifica al conflitto tra razza superiore e razze inferiori.

Fu anche lo stesso Darwin ad usare, alcune volte, un linguaggio equivoco; un esempio fu la sua affermazione sulla probabilità di sopravvivenza delle specie animale mediante il numero di figli che poteva generare: questo tema fu molto sentito, ad esempio, in Francia, preoccupata per il declino demografico; la procreazione di una prole sana divenne una ossessione razzista e in questo modo il darwinismo suggerì pensieri di guerre razziali e favori la nascita dell’eugenetica razziale.

La classificazione razziale utilizzò ampiamente le dottrine della selezione naturale e della sopravvivenza del più adatto: l’estinzione delle specie più svantaggiate venne applicata alle razze inferiori e in questo modo l’applicazione del darwinismo ai problemi sociali fece sì che la sopravvivenza del più adatto e il diritto del sano e del forte divenissero i criteri fondamentali per il governo della vita degli uomini e degli Stati.

L’applicazione del darwinismo agli uomini e alle razze subì una variazione di grande importanza: le idee sull’importanza dell’ambiente, sostenute da Darwin, furono sostituite da quelle sui fattori ereditari; nel 1872 Francis Galton sostenne la continuità generazionale del plasma germinale che si trova nelle nostre cellule della riproduzione, non dissimile teoria la si ritrova anche nel pensiero di Karl Pearson.

Le verità scientifiche di origine darwiniana non intendevano essere razziste ma furono utili ai razzisti che le indirizzarono verso l’idea dell’ereditarietà, teoria che sottolineava le qualità innate del gruppo razziale;  tornò in auge la teoria di Kant e fu condannato a ogni tipo di teoria ambientalista: verso fine del XIX secolo l’antropologo tedesco Eugen Fischer e lo zoologo August Weismann riuscirono a dimostrare il primato dell’ereditarietà, scoprendo l’immutabilità delle cellule sessuali anche se fu Francis Galton a dominare il campo delle ricerche sull’ereditarietà sia in Europa che in Inghilterra.

Questi fu il fondatore dell’eugenetica: interessato alla statistica e alle misurazioni cercò di esprimere le teorie darwiniane mediante cifre e di stabilire con questi metodi le qualità necessarie alla sopravvivenza.

Egli sostenne la necessità di tenere basso l’indice di fertilità degli inadatti ed incoraggiare quello degli adatti, era insomma, il valore eugenetico a determinare la qualità della razza.

Galton, come la maggior parte degli eugenisti, utilizzò il termine razza in modo molto vago per indicare un gruppo legato da qualche sorta di affinità ed ereditarietà.

L’idea fondamentale di Galton era quella per cui per garantire la sanità della razza era indispensabile che genitori sani avessero figli sani, tanto da immaginare certificati eugenetici per i singoli individui.

Le qualità superiori che andavano tutelate erano le solite apprezzate dalle classi medie e ormai tradizionali per il pensiero razzista: ardimento fisico, intelligenza, resistenza al lavoro e carattere.

Queste qualità furono strettamente legate alla lotta per la sopravvivenza e tutto fu proposto in nome della scienza, anzi, per migliorare la razza, furono fondate società di eugenetica che diffondessero la conoscenza delle leggi sull’ereditarietà.

Il movimento eugenetico si diffuse anche in Germania dove vennero studiate le opere di Galton e Pearson; la dottrina dell’ereditarietà applicata alle razze aveva acquisito una dignità scientifica tale da essere ammessa nelle università.

L’eugenetica diede rispettabilità all’igiene razziale anche se ci fu chi chiese piani di selezione demografica; seppure provenienti da frange del pensiero razzista essi ebbero un certo seguito: in Germania Willibald Hentschel propose di creare comunità isolate per generare una razza più pura e migliore; dopo la prima guerra mondiale nacque anche un movimento giovanile denominato “Artamanen”, da un presunto vocabolo indiano e ariano significante “verità”, che programmava il ritorno al lavoro agricolo come un modo per riacquistare “purezza di sangue”, a questo movimento appartenne anche Heinrich Himmler che cercò di tradurne alcuni progetti in realtà, durante il terzo Reich.

Se bisogna distinguere tra igiene razziale come elemento accessorio del “misticismo della razza” e igiene razziale come parte del movimento eugenetico che utilizzava gli strumenti della scienza per controllare il patrimonio ereditario di una razza, tuttavia questi due concetti arrivarono a fondersi, come accade nel 1934 quando Karl Pearson esaltò la politica razziale di Hitler come un tentativo di rigenerare il popolo tedesco.

Le correnti principali dell’eugenetica e dell’igiene razziale non portavano direttamente alla politica razzista, ma contribuirono a renderla possibile; l’anziano Pearson ma anche studiosi tedeschi come Alfred Ploetz ed Eugen Fischer, pur ragionando con categorie di tipo razziale, non erano particolarmente antisemiti, tuttavia, dopo il 1933, aderirono agevolmente al razzismo nazista.

                                                                                                                                            Parma, 8 febbraio 2016