Alla fine saranno 987 le foto che ho scattato durante la bella gita a Padova di oggi, 01/04/2012, organizzata dal gruppo fotografico colibrì presso il quale frequento, con entusiasmo, un corso per apprendere i rudimenti e i misteri dell’arte fotografica.

Entusiasmo e risultati sono inversamente proporzionali al numero di foto scattate: in questa nuova arte sono negato, il mio animus è quello didascalico di chi registra tutto a fini documentari, non sarò mai capace dello scatto creativo.

La giornata inizia bene: i posti in pullman sono pensati per le proverbiali sardine, così sono costretto a starmene in torsione su un fianco per tutto il viaggio; il capogruppo, un arzillo nonnetto, tiene banco raccontando orrende barzellette – non avrà pietà nemmeno al ritorno – in autogrill un baldo giovane cui chiedo un caffè, tenta di rifilarmi per due volte un deca, la terza mi richiede cosa voglio, insomma io ero poco sveglio ma lui … beh ho comunque sfidato le previsioni meteo e mi sono vestito leggerino ma non troppo; mal me ne incoglie perché siamo accolti da un freddo intenso e da oscuri nuvoloni che trotterellano sopra il mio capo mentre cerco – inutilmente – riparo dalla bassa temperatura all’interno della Chiesa e poi del Museo Civico degli Eremitani.

Mi vedo già a casa febbricitante ma visto che la fortuna aiuta gli audaci, nel pomeriggio un tiepido sole riscalda le mie ossa.

Mi distacco dunque subito dal gruppo, non per cattiveria ma non amo la foto, di gruppo appunto, da inviare ai giornali: sappiamo cosa penso dei giornali locali.

La chiesa degli Eremitani, dunque, con i dipinti rovinatissimi di Mantegna e la mia mano che non è più quella di una volta, con le tombe insomma un antipasto di sicuro impatto anche se le foto verranno come verranno: fotografare gli interni è una delle mie maggiori difficoltà.

Passo poi al museo che ha certamente alcuni pezzi pregevolissimi: dalle tombe nel museo archeologico, la stele funeraria del centurione Minucio Lorario, il mausoleo dei Volumni, i tipici ritratti con mega orecchie a sventola dei romani, le collezioni di pittura e scultura.

Canova (specie la Stele Giustiniani) e tutta la scultura presente, gli angeli di Guariento, Bertos e Parodi, i frammenti del Compianto di Guido Mazzoni (eh già l’ho ritrovato pure qui senza saperlo), Tintoretto, Lorenzo Costa, il Crocifisso di Giotto, Veronese, Briosco.

Mi sono piaciute in modo particolare alcune tele di Faustino Bocchi, coi nani protagonisti surreali di scene anche volgari ma divertenti.

Uscito dal Museo faccio un salto alla Chiesa del Carmine dove non entro per via della messa, torno dunque a visitare la Cappella degli Scrovegni che è veramente come me l’aspettavo (avevo letto la bella opera di Chiara Frugoni tempo addietro): una forte emozione nel trovarmi immerso nel vivido colore delle pareti; le rappresentazioni che parlano ai presenti come un tempo a chi sapeva leggerle e coglierle meglio di noi, ormai assuefatti ad un bombardamento di immagini e sempre più in carenza dei riferimenti culturali per intenderle.

Bellissima, Giotto è davvero bravissimo e me ne resto un quarto d’ora a contemplare quel capolavoro, senza manco accorgermene; uscito dagli Scrovegni mi fermo a mangiare un boccone nel bar del museo sperando così di contribuire al mantenimento di un’opera che merita, da sola, il viaggio.

Debbo un plauso particolare a tutto il personale del museo che ho trovato molto gentile e disponibile come in poche altre occasioni: mi sembra che ci sia proprio attenzione a trattare bene l’ospite e la cosa non è affatto scontata; dall’addetto alla biglietteria, al personale di reception e nelle sale tutti a salutare e a dare informazioni con disponibilità e gentilezza, un miracolo quasi se si pensa che questi sono i vituperati dipendenti pubblici accusati di essere la causa di ogni male o quasi in Italia.

Rimasto dunque solo riprendo la strada verso il centro città: arrivo nelle varie piazze, incontro il famoso caffè Pedrocchi, il Palazzo della Ragione, il Ghetto poi i cicli pittorici di Altichiero da Zevio e Giusto de’ Menabuoi, uno nell’Oratorio di San Giorgio e l’altro nel Battistero.

Sono folgorato da tutto questo medioevo che sembra non sopportare la mancanza di colore, che ama riempire ogni anfratto raggiungibile con pennellate cariche di intensità cromatica (ma non era buio anzi oscuro il medioevo?) folgorante.

Mi perdo negli scatti stordito dal colore.

Ripeterò l’esperienza nel palazzo della Ragione, altro patrimonio di una città che manifesta una profonda ricchezza di patrimonio artistico, ben tenuto  e valorizzato.

Non sazio me ne vado alla basilica del Santo, non poteva mancare no? dove purtroppo non è possibile fotografare (cattivacci sti fratacchioni): il pienone per le celebrazioni e le devozioni non mi fanno gustare gran che l’ambiente che meriterebbe maggiore attenzione; esco, ormai siamo a fine viaggio, per dedicarmi a Santa Giustina.

In questo caso ci troviamo di fronte all’esperienza monastica, più “elitaria” e perciò meno vittima della confusione della basilica di Sant’Antonio, così mi trovo decisamente a più agio anche se qui il colore lascia spazio al bianco e ai toni soffusi.

Sia per la Basilica che per Santa Giustina preferisco gli esterni, maestosi, solenni con le enormi cupole che svettano contro il cielo, tutto è molto bello anche se la fretta per timore di arrivare tardi mi fa andare un po’ di corsa.

Alle 17 si riparte dunque per Modena con qualche pietosa barzelletta e la solita scomodità, ma sono assai soddisfatto della gita.

L’arte dunque al centro, come al solito, ma con qualche dubbio: cui prodest? Il problema è la contemplazione, resto stupito in contemplazione, davanti alla bellezza, ma questo a cosa porta?

Tempo fa l’ottimo Gabriele Trivelloni mi faceva notare che la pittura è “statica” nel senso che si presta, sopra ad ogni altra arte, alla contemplazione.

Dunque a cosa porta? Non ho risposta ad una domanda così importante; è certo che una parte della mia predilezione deriva da una vena snobistica che trova nell’intellettualismo il suo alveo naturale.

Snobismo ed intellettualismo per me pari sono e mi riscopro debitore dei miei professori di liceo, prima una giovane supplente con la faccia da bambola di porcellana, poi, al triennio, Giuliano Tripodi, non buoni maestri, che tanto hanno sollecitato e solleticato la mia sensibilità morbosa di giovanotto: oggi scopro quanto siano menzognere quelle suggestioni ancora tanto potenti.

Ricordo ancora le lezioni dedicate a “À rebours” di Huysmans, sulla solitudine del poeta, sulla impossibilità di vivere una vita comune oppure a “L’Albatro” di Baudelaire:

“Il poeta è come il principe delle nuvole

Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;

esiliato sulla terra fra gli scherni,

non riesce a camminare per le sue ali di gigante”.

Di fatto mi ritrovo afasico nella contemplazione della bellezza così come nell’ascolto della musica anche se a quest’ultima riconosco una capacità di coinvolgimento emotivo maggiore rispetto alla pittura.

Cerco una soluzione.

In questi giorni ho avuto modo di parlare spesso con e di una persona – di circa 60 anni – insopportabilmente narcisista: in sua “difesa” molti mi dicono che a quell’età non è possibile cambiare il carattere.

Non credo sia questione d’età: nel mio caso mi ritrovo, come mai in passato, desideroso di cambiare, di rimettere in gioco certezze consolidate e modi di pensare; trovo, tuttavia, molta rigidità di pensiero, narcisismo come dicevo, teoria dell’essere “fatti così” o ”è una questione di segno zodiacale”.

Il rapporto diventa realmente soltanto una possibile variazione tra due corni proprio come nel dilemma di Adelchi:

“Godi che re non sei; godi che chiusa

all’oprar t’è ogni via: loco a gentile,

ad innocente opra non v’è: non resta

che far torto, o patirlo. Una feroce

forza il mondo possiede, e fa nomarsi

dritto (…)”

Il dilemma pare davvero essere tra far torto e subirlo.

Pensando a chi mi ritrovo a frequentare, tocco con mano che ha ragione Schopenhauer quando parla degli uomini porcospini: “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”.

Ha ragione Schopenhauer con una correzione: l’uomo malato è così e a questo – l’uomo vecchio? – non passa per la testa un pensiero diverso da quello che egli stesso ha prodotto non volendo sapere di esserne lui l’artefice, cieco ostinatamente alla possibilità di un diverso lavoro.

Il lavoro di rapporto, per l’uomo, è ridotto al prendere le giuste misure di distanza dall’altro.

L’uomo nuovo è uscito da tutta questa contemplazione con le ossa rotte (solo metaforicamente, le ossa sono l’unica cosa lasciata intatta): raffigurato ovunque (nel medioevo almeno) fissato, contemplato, adorato; oggi manco più quello e non è un passo avanti.

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