Devo ammettere la mia grassa ignoranza, ma conoscevo, fino a ieri un solo Matteo Ricci, che mi risultava potersi fregiare del titolo di Servo di Dio, primo passo della carriera verso la santità proclamata dall’Autorità ecclesiastica.

Il Servo di Dio Matteo Ricci, gode della pace dei giusti da qualche secolo, essendo deceduto in quel di Pechino  l’11 maggio 1610: la sua notorietà deriva dall’essere stato un grande evangelizzatore della Cina della dinastia Ming.

Ho scoperto che esiste ben altro Matteo Ricci, sindaco di Pesaro che, su Sky, infervorato in un’accesa disputa con non so chi, ha rilasciato dichiarazioni vagamente fuori dalla realtà sulla facoltà di arresto da parte della polizia locale.

Sconcerto dei colleghi che hanno reagito giustamente e duramente.

Mi permetto, tuttavia, una considerazione a margine: abolirei per decreto i dibattiti televisivi poiché altro non sono che manifestazioni di faziosità, qualunque sia la tesi sostenuta.

Sono strutturati in modo da impedire il dialogo, un’arena verbale dove non c’è possibilità di lavoro comune, di collaborazione.

C’è da ricordare, inoltre, che il dibattito televisivo, come le dichiarazioni sui social, lascia il tempo che trova, cioè lo spazio effimero della successiva esternazione ad effetto; richiamo alla memoria, invitando alla lettura chi fosse interessato, il libro, molto bello, di Ermanno Bencivenga, La scomparsa del pensiero, dove l’autore descrive con chiarezza quale sia l’effetto narcotizzante (o eccitante) e mortifero dell’eccesso di informazioni da social media (cui assimilo i talk show).

Le dichiarazioni di Matteo Ricci, quindi, hanno un effetto molto più limitato di quanto si possa ritenere perchè sono, in fondo, un sasso in uno stagno: intorpidano l’acqua, senza produrre effetti positivi.

Quel che è grave, piuttosto, è l’inconcludenza dell’intera classe politica, che non riesce a portare a termine una legge di riforma della polizia locale, nonostante decenni di lavori sul tema.

Inconcludenza per inettitudine o per opportunismo?

Questa ambiguità è quella che permette ai sindaci di ciurlare nel manico: in un’Italia dei mille campanili ci sono tutte le possibili varianti e sfumature di come si debba interpretare il lavoro della polizia locale; non soltanto: un qualsivoglia cittadino che si incontra per strada si permette di sindacare, dare consigli, stabilire priorità (che normalmente coinvolgono le responsabilità altrui, mai le proprie, guardate sempre con compassionevole indulgenza), come per l’allenatore della nazionale di calcio, ogni italiano ha una sua strategia su come vada impiegata la polizia locale.

Amplifichiamola in ambito politico e la frittata è fatta: ogni sindaco pontifica, critica, organizza, dirige come ritiene più conveniente politicamente in modo tale che si hanno comuni con colleghi disarmati, comuni dove ci sono spray e distanziatori, comuni in cui si è agenti di polizia locale ma anche addetti al front office o a chissà che altro.

Il tutto ammantato dall’ipocrisia di far credere che vi sia una separazione tra l’organo politico (sindaco e assessore) e quello di effettiva gestione (dirigenti e, nello specifico, comandante).

Mi chiedo perché continui il permanere di tanta inettitudine a riformare una realtà importante come la polizia locale; ho una risposta, tra altre: perché fa comodo che rimanga così.

Fa comodo ai politici, ai sindacati, alle forze di polizia ad ordinamento nazionale, a moltissimi dei miei stessi colleghi.

Come per la nevrosi vi è il “tornaconto secondario” che dà al sintomo-sofferenza un impiego utile, tanto utile che, addirittura in certi casi, può farlo assurgere al rango di “modus vivendi” del soggetto, così questa irresoluzione permette, seppure al ribasso, un tornaconto ai politici che hanno a disposizione la “loro polizia, ai sindacati che non perdono la rappresentatività che gli deriva dall’essere noi dipendenti comunali, alle altre forze di polizia di non avere “concorrenti” (oggi loro lottano per il bene, noi facciamo le multe) e così via, compromessi al ribasso che accontentano, scontentando, un po’ tutti.

Che il sindaco di Pesaro continui tranquillamente nelle sue dichiarazioni, non sposteranno di una virgola l’attenzione alla questione riforma.

Mi rimane il fastidio di leggere, cito da un sito che a sua volta cita virgolettato, quindi ritengo siano parole testuali del primo cittadino (chissà se si apprezzerebbe di essere chiamato podestà, come si chiamava un tempo il sindaco) che Matteo Ricci ci chiama ancora vigili e fa riferimento al termine sceriffo (riferito al suo ruolo), degno di ben altro uso.

Se questo è il nuovo che avanza … san Sebastiano intercedi per noi.

Parma, 20 aprile 2019 sabato santo