Mi ha incuriosito questa mostra, a pochi giorni dalla chiusura, dedicata a Mario Sironi, con un titolo ammiccante “Sintesi e grandiosità”
Mario Sironi, un pittore che conoscevo come futurista (le etichette aiutano ma sono anche barriere su cui non vale la pena sostare più di tanto) e che ho scoperto essere stato affascinato anche da istanze metafisiche e permeato da una visione della vita tragica ed angosciosa.
La prima impressione che ho ricavato, sin dalle prime opere, è stata una diagnosi chiara, senza margini di dubbio: melanconia (la maggioranza, oggi, la definirebbe depressione).
Ne ho trovato conferma leggendo nei giorni successivi la biografia: crisi depressive frequenti, angoscia e insoddisfazione perpetua rispetto alle opere.
I toni sono sempre cupi, raramente vi appare qualche colore vivace ed anche l’azzurro, quando è usato, viene incupito dai marroni.

Notoriamente non amo molto il marrone, in ogni sua tonalità, anche se Sironi sa valorizzare anche questo colore: tutte le rappresentazioni degli scorsi della città industriale, cattedrali laiche che testimoniano solitudine e alienazione ma anche maestosità ed un certo (funereo) fascino.

Da buon “futurista” non può esimersi dal cantare il progresso ma, da non meno buon depresso, riesce almeno a cogliere tutto l’aspetto di alienazione che quel progresso può comportare se mal gestito.

Mi sono molto piaciute le opere di grandi dimensioni, sulle quali anche Sironi puntava molto in chiave “rivoluzionaria”, contro il mercato borghese delle opere d’arte; in questi casi si stemperano i toni cupi e probabilmente è quello il motivo per cui le apprezzo.

L’aspetto monumentale, inoltre, esercita sempre un certo fascino cui non sono insensibile; mi è piaciuto molto il “Condottiero a cavallo” del 1934-1935: il condottiere direi che è Mussolini spiccicato (avevo fatto un lapsus scrivendo: spiaccicato) ma il cavallo mi ricorda molto quello di Troia quasi a mettere sull’attenti i troppo fiduciosi sostenitori.

So bene che non così la pensava il pittore ma a volte anche i pennelli scappano di mano (o più probabilmente in tal modo interpreto io).

Se non avessi saputo che Sironi è stato un sostenitore del fascismo, non lo avrei immaginato come vittima di quell’ideologia, e molti sostengono che il suo fascismo sia stato una sorta di populismo, di tendenza verso il bolscevismo, di avvicinamento alle masse, oggi diremmo all'”uno vale uno”.

La monumentalità antiborghese, infatti, è volontà di rendere l’arte pubblica e fruibile a chiunque (invero riconoscendole anche un aspetto pedagogico che, questo sì, può essere connotato fascista), contro le élite commerciali e ristrette del mercato dei collezionisti.

Tutte le opere dedicate alla città, inoltre, sono la celebrazione dell’eterno, di una stabilitas tanto contraria all’esaltazione del movimento futurista ma estranee anche a quella volontà di potenza del fascismo.

Riguardando queste opere si nota, tra le altre cose, la quasi totale assenza di figure umane e quando ci sono raramente sembrano avere rapporto tra loro.

Insomma un pittore malinconico, che è bene vedere come documentazione di un’epoca che non è stata solo rivoluzione muscolare e volontà di potenza.

Milano 23 marzo 2022