Caro Fede,

è trascorsa una settimana, ormai, senza la tua presenza fisica, senza sentire la tua voce che mi diceva, negli ultimi tempi, “tutto bene” anche quando tutto bene proprio non andava.

Ancora adesso, col calare della sera mi viene da tenere il cellulare a portata di mano perché penso potresti chiamarmi; mentre scrivo queste parole mi accorgo che ho le mascelle contratte, segno evidente di tensione.

Perché sto qui a scriverti? Perché è il mezzo che mi è più congeniale, la scrittura, ho sempre amato scrivere come ben sai.

Sai che prima o poi smetterò di scriverti o lo farò in rare occasioni, in coincidenza con qualche data significativa ma non per questo perderai attenzione; nelle mie misere preghiere serali adesso devo cambiarti di posto, non più tra i vivi (per i quali impetrare una grazia) ma tra i defunti (dai quali ottenere sostegno e protezione, tu, di preghiere non hai bisogno), peraltro sai che ti ho messo in buona compagnia assieme a due cari amici riminesi (Freddy e Attilio) coi quali saresti andato d’accordissimo, al grandissimo san don Lino Bin e allo stimatissimo san Maurizio Malaguti (anche lui, come don Lino meriterebbe l’onore degli altari), non dimentico i tanti altri a me cari, ma voi meritate un posto speciale.

Parlando di te, ieri, ho fatto una considerazione che ritengo di dover condividere, con te per primo; ho pensato che mi sei stato socio ed ora mi sei fonte di eredità, da tuo socio a tuo erede.

L’amicizia, come il legame con il proprio partner (nel tuo caso, tua moglie) o con i figli è questione economica, o è in vista di un profitto o non è; non lo abbiamo avuto sempre chiaro ed è per questo che esiste il purgatorio.

Economia vuol dire guadagno, non ponendo limiti a quali guadagni si intendano; essere erede significa, nel mio caso, custodire nel cuore (cioè nel pensiero) quello che abbiamo condiviso in vista di un profitto, fosse solo il piacere di ritrovarci a scambiare 4 chiacchiere di fronte a un piatto di ottima carne (la carnaccia come la chiamavi tu), nei vari ristoranti che abbiamo frequentato.

Essere erede si traduce anche nella parola sfruttamento ed ho proprio intenzione di far questo s-fruttarti, far sì che porti frutto.

Il tuo funerale, la presenza di una folla commossa, realmente commossa, testimoniava la stima e l’affetto di tanti e, per me, era contemporaneamente, un duro giudizio sul mio stile di vita, egoistico e chiuso.

Le vicende degli ultimi momenti, la mia difficoltà a venire a trovarti a casa (mi porto un imperativo duro come l’acciaio che mi ricorda, incessantemente, che non si va a casa di qualcuno senza essere stati invitati), il non averti trattato con quella vicinanza anche fisica che avresti meritato, la difficoltà di parola che mi spaventava (mi faceva sorgere il dubbio che, insistendo, avrei potuto metterti in difficoltà) e che, invece, probabilmente, avrei dovuto superare ed utilizzare altri canali: tutti questi rimproveri sono, purtroppo, tanto veri quanto ormai irrimediabili.

Errori che portano solo tristezza, alcuni li avevi affrontati anche tu, in seguito alla morte di tuo padre, ricordi quando ne abbiamo parlato?

Ebbene, essere erede significa lasciar cadere quello a cui non è più possibile rimediare e investire su quel positivo che, invece, c’è stato.

“Mane nobiscum Domine quoniam advesperascit”: «Rimani con noi, Signore, perché si fa sera» (cfr Lc 24,29). Fu questo l’invito accorato che i due discepoli, incamminati verso Emmaus la sera stessa del giorno della risurrezione, rivolsero al Viandante che si era ad essi unito lungo il cammino. Carichi di tristi pensieri, non immaginavano che quello sconosciuto fosse proprio il loro Maestro, ormai risorto.

Così scriveva san Giovanni Paolo II, commentando il brano di Luca, famosissimo.

Rimani con noi, Signore, perché si fa sera avrebbe potuto ben essere l’invocazione che l’altra sera anch’io avrei potuto pronunciare mentre mi allontanavo, singhiozzando, dal cimitero di Fontanelle.

La mia logica, quella cui tanto spesso mi lascio andare, sottolineava l’advesperascit, il si fa sera ovvero la tristezza, il senso della perdita, dell’oscurità, ma ripensandoci, quel farsi sera può essere inteso anche come un’occasione: senza l’advesperascit non ci sarebbe il “mane nobiscum Domine”, il farsi sera è s-fruttabile per stare in miglior compagnia col Signore.

Senza la sera Gesù avrebbe proseguito il cammino: ecco come si declina l’eredità, come occasione per superare il buio che ci avvolge e che non è l’ultima parola. 

Richiamo ancora una volta Aragorn: “In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione”, questo è eredità; la disperazione è dissipazione, è chiusura, rimpianto.

Al tuo funerale qualcuno ha detto che se è vero che uno sopravvive nel ricordo di altri, allora tu non morirai mai; permettimi di non essere d’accordo con questa formulazione (ne condivido il senso, questo non è in discussione): tu non morirai fino a che qualcuno ti tratterà come fonte di eredità, cioè fino a quando non si limiterà a ricordarti (magari come un “santino”) ma costruirà su quel che da te ha ricevuto o con te ha prodotto.

Grazie di tutto, Fede, ma non finisce qui, su questo ci conto e non io soltanto.

Parma, 19 novembre 2019, memoria dei Beati Eliseo Garcia Garcia e Alessandro Planas Sauri Salesiani, martiri